sabato 15 dicembre 2018
In foto: A un anno dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata, interviene il giornalista del quotidiano Avvenire Umberto Folena per parlare dei giovani che hanno preso parte all'evento e dell'immagine che ne danno i media. L'articolo di Folena:
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dom 26 ago 2001 10:35 ~ ultimo agg. 00:00
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Un anno fa il Papa accoglieva i giovani della Gmg 2000, gli italiani in Laterano, il resto del mondo a San Pietro. Una sorta di “comincino le danze”, che pure erano già cominciate nei giorni precedenti nelle diocesi, in città e paesi dove erano sbarcati giovani di tutti i continenti. Chi non se le ricorda quelle giornate? E chi, ricordandole, non prova almeno un poco d’emozione?
Buon anniversario, Gmg. Il 2001 è un anno di mezzo, tra Roma 2000 e Toronto 2002. Il momento giusto per chiederci: dove sono i giovani della Gmg? Che cosa stanno facendo? E che cosa hanno in mente di fare?

Attenzione, signori adulti “so-tutto-io”: errare è umano, ma perseverare, se non diabolico, almeno sciocco sì. Di volta in volta i giovani della Gmg sembrano apparire e scomparire. Apparsi a Parigi ’97, poi evaporati per rispuntare chissà come e da dove a Roma 2000. E adesso? Lo sappiamo già dove gli adulti miopi e pigri hanno individuato i giovani. Anzi, la generation: dalla X (incognita, inconoscibile) alla recentissima caipirinha (i coatti del beverone superalcolico), passando attraverso la generation K (killer, gli assassini nati, freddi e vuoti di Chiavenna, Castelluccio e Novi) e la generation GF (Grande Fratello, apparire per non morire).
Ma sì, impacchettiamoli ben bene in blocco i giovani, confermando quanto un anno fa ricordavamo in chiusura di Gmg, usando le parole di Aldo Schiavone: di loro non sappiamo nulla, tranne l’esteriorità di mode, gesti e consumi. Riti e miti. In uno dei cento e cento Sms piovuti in redazione, Anna e Marco di Gallarate annotavano con un filo d’amarezza: «A proposito di Papaboys o di esercito del Papa, grazie ad “Avvenire” per lo sforzo di capire i giovani senza volerli etichettare ad ogni costo».
Ecco, continuiamo a sforzarci. Per non deludere Anna, Marco e quanti erano a Tor Vergata. Per rispetto della loro e nostra intelligenza. Perché già si sentono i mormorii compiaciuti dei “so-tutto-io”: i giovani della Gmg, e dove sono finiti? Puf, scomparsi, avete visto? Tutta apparenza, dietro il grande evento, niente.

Chi non si agita sotto il nostro naso non è necessariamente scomparso. I giovani della Gmg sono all’opera. Molti stanno restituendo la visita ai coetanei stranieri che avevano ospitato un anno fa. Sappiamo di gruppi in Africa, in America, nell’Est europeo. Durante tutto l’anno hanno continuato a fare quello che facevano prima, con più convinzione ed energia: volontariato, educazione, studio, preghiera. Perché come non comparvero dal nulla nel 2000, così non sono ripiombati nel nulla poi.
Certo, se è esistente solo ciò che appare sui mass-media, la Gmg-generation è effettivamente scomparsa. Non è finita al Grande Fratello, né dentro la casa, né fuori in schiamazzo perpetuo. Non ha ammazzato o sfasciato niente. Alcuni frammenti erano a Genova? Altri invece non c’erano? Ahi ahi, i signori “so-tutto-io” li impallinano in fretta. Capire vuol dire etichettare? E allora i giovani della Gmg vanno iscritti di forza o al partito degli iperliberisti o a quello dei criptomarxisti; o filo-occidentali beoti, felici di sguazzare nel tiepido brodo del consumismo senz’anima, o terzomondisti ingenui e manipolabili.
Nessuno pare sfiorato dal dubbio di essere di fronte, invece, a una novità assoluta, per la quale ancora non esiste etichetta, impossibile da comprendere con i vecchi parametri. O forse no, qualcuno è sfiorato, e da tempo. Ed ha accettato di mettersi in discussione. Limitiamoci alle voci ospitate dal nostro giornale un anno fa. Gabriele Romagnoli si diceva stupito per «la folla immensa, molto più grande e varia di come l’avevo immaginata», e attenzione a quel “varia”.
Nei giovani, Angelo Branduardi notava «meno istinto alla ribellione fine a se stessa. Ma più in un senso partecipativo che fa pensare. Esercitano la libertà non di distruggere, ma di creare». Ragazzi uniti dal un “sì”. Gianni Riotta intuiva in loro «un messaggio nitido: non di solo pane vive l’uomo, e neppure di sola Borsa e telefonino». Centrato. Dino Boffo la definiva «la generazione (non generation: grazie, direttore) del centuplo quaggiù», che mentre guarda verso l’Alto si dà da fare in basso.
Ecco chi sono, e dove cercarli. Hanno capito che la globalizzazione vera, profonda, è quella di chi riconosce di avere un solo Padre, manifestatosi in Gesù Cristo. Altro che web-english, Cocacola e McDonald. Il fiume carsico, che i mass-media, non sbattendovi contro il naso, non vedono né annusano, c’è, esiste e opera in tutto il mondo e in ogni epoca. In questo momento ognuno sta operando, da testimone di Cristo, ovunque si trova, da solo e in compagnia.
Consapevole di appartenere a un popolo e una storia grandi. Come nell’Sms di Bea, ragazza biellese: «Sono arrivata a Tor Vergata, ho appoggiato lo zaino, mi sono guardata intorno. In un attimo ho capito cosa vuol dire essere figli dello stesso Padre». Che poi da questa premessa arrivi a concludere che la globalizzazione va governata, e si ribelli di fronte al fatto che dei “figli dello stesso Padre”, ossia fratelli, non abbiamo cibo, casa, lavoro e medicine, e chieda a chi governa di ricordarsene, perché stupirci? E perché non dovrebbe avere dei dubbi sul nostro modello di sviluppo? Siamo sicuri che sia il migliore dei modelli possibili, o sarà lecito avere qualche dubbio e insieme, pacificamente, senza lanciarci scomuniche, discuterne?
È la generazione del centuplo quaggiù. Chiede di non essere etichettata. Ma di essere ascoltata. Di avere spazi e occasioni per ritrovarsi ed esprimersi con la propria originalità. E se ci riesce difficile convincerci che ci troviamo davvero di fronte a qualcosa di totalmente nuovo, rassegniamoci. È così. Ma tra un anno, a Toronto, non spalanchiamo di nuovo la bocca in un “oh, ma da dove sbucano?”. Li avremo sempre avuti accanto a noi, senza saperli riconoscere.

Umberto Folena

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