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Giornata del riminese

Stefano Rossini

13 giugno 2017, 07:07

Lo scorso sabato 10 giugno si è svolta in piazza Cavour, a Rimini, la giornata del profugo. È stato un bel pomeriggio, ricco di eventi e laboratori, ma soprattutto ricco di persone e storie che hanno portato in piazza le loro vicende, mettendosi a nudo davanti alla cittadinanza.

Poco più di un mese fa, sempre in piazza Cavour – cuore politico della città – si è svolta la giornata dedicata a Rom e Sinti. Dopo una marcia per le vie della città, qualche centinaio di Rom e Sinti provenienti da tutta Italia si sono raccolti in piazza per farsi conoscere ai riminesi e agli italiani, con la voglia di gridare: siamo italiani anche noi.

Giornate, tante giornate. Oltre a queste si svolgono quelle dedicate alle donne, alle minoranze; c’è la marcia per i detenuti – che sfocia in piazza – e tanti altri appuntamenti che hanno un solo fine: far conoscere le minoranze o le categorie più deboli che vivono in mezzo a noi, tra di noi.

Tutti eventi molto belli, dal fine nobile. Ma che alla fine, oltre a un forte valore sociale, hanno poco effetto. Perché? Perché in tutte queste giornate manca sempre qualcuno: il cittadino riminese. La piazza può essere affollata di rom, sinti, di migranti, delle comunità di stranieri – cinesi, senegalesi, pakistani – di ex detenuti, di donne vittime di violenza, ma manca sempre il riminese.
Ci sono alcune persone, ma sono per lo più quelle che lavorano nel sociale, o gli organizzatori, o amici di amici.

Eppure, quando è l’ora di fare un picchetto per fermare un autobus di migranti, oppure di protestare per evitare l’apertura delle microaree, i cittadini accorrono alla chiamata. Eccome se accorrono. Il passaparola vola di bocca in bocca, l’organizzazione è febbrile, si preparano i cartelli, gli slogan, si chiamano gli amici e si corre in piazza per urlare la propria protesta.
È legittimo, anzi, giustissimo, scendere in piazza per protestare, o andare nella sede del Comune per lamentarsi contro l’amministrazione perché non si condividono i principi con cui vengono realizzate le microaree (per citare l’evento più vicino nel tempo).
Però, allo stesso modo, quando viene data l’occasione di conoscere da vicino ciò contro cui si protesta, varrebbe la pena scomodarsi e andare ad incontrare faccia a faccia le persone. Perché altrimenti qualcosa non torna.
Non vuoi i migranti in città? Perfetto. Ora vai ad incontrarli e valuta su quelle facce la tua protesta, non su uno slogan urlato.
Non vuo le microaree perché pensi che siano il punto di partenza del degrado o di una situazione che può rovinare il tuo quartiere? Ok, legittimo – fino a un certo punto – ma hai la fortuna di poter vedere in faccia i tuoi nuovi vicini, e di conoscerli, e di confermare o smentire il tuo pensiero su di loro. Una fortuna non da poco: il vicino è sempre un’incognita.

Tutti quelli che lavorano nel sociale dicono la stessa cosa: la situazione cambia radicalmente quando smettiamo di considerare questi gruppi come profughi, zingari, poveri, emarginati, e li conosciamo per nome e cognome, scopriamo le loro storie e diventano persone. Certo, non si può essere amici di tutti, simpatie ed antipatie esistono. Ma i preconcetti, invece, non dovrebbero esistere, non in un’epoca in cui l’informazione è alla portata di tutti, e l’amministrazione – pur tra le sue tante mancanze – organizza giornate di incontro.

E’ un po’ come quando si firma un contratto senza leggere. Le lamentele valgono poco se non si è approfittato dell’occasione per conoscere.
Prima guardiamoci in faccia, poi decidiamo cosa pensare.

Stefano Rossini

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