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"Nessuno fa nulla"

Discoteche. Indino sbotta: altro che crollo, colpa della concorrenza sleale

In foto: Gianni Indino
Gianni Indino
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
mar 29 ago 2023 15:42
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Nessun crollo, niente cambio di gusti da parte dei giovani. Ogni volta che una discoteca della Riviera apre, è sold-out. Il problema del settore è dovuto solamente alla concorrenza sleale e ai costi di imposte e gestione. A sbottare è il presidente del Silb (sindacato locali da ballo) dell’Emilia Romagna Gianni Indino che punta il dito  “Mi vorrei rivolgere – scrive – a quegli ex imprenditori che oggi pontificano e dissertano spiegandoci i motivi per i quali secondo loro i locali da ballo non funzionano più, dimenticandosi di dire che i primi a vedere scricchiolare il business sono stati proprio loro, con gestioni a dir poco sopra le righe che non hanno retto l’urto. Non sentiamo il bisogno delle loro analisi, come possiamo fare a meno di quelle di ex dj che hanno lavorato per tanti anni nei nostri locali, con cachet garantiti e onorati anche nei momenti più complessi e che ora sono andati ad ingrossare le fila di chi lavora in feste private e chiringuito, dove si balla abusivamente, offrendo musica che nulla ha di alternativo, attuale o all’avanguardia (ma comprare la musica costa e l’offerta al ribasso diventa modesta). Chi ha mangiato nel nostro piatto ora dice che a fare tendenza sono due casse e un mixer sopra un bancale di legno. È dunque questo è il nuovo che avanza?

Tra i detrattori delle discoteche – prosegue Indino – non mancano nemmeno i direttori di alcune radio nazionali, che per anni hanno inserito nelle programmazioni artistiche delle discoteche i dj delle loro emittenti e oggi che non hanno più dj in grado di tenere il palco di una discoteca di qualità, dicono che i locali sono finiti e non hanno più appeal sui giovani. Agli organizzatori di festival, concerti ed eventi dico invece che i locali da ballo non hanno mai subito la loro concorrenza perché se gli eventi sono organizzati bene e inseriti nel contesto dell’offerta turistica della nostra regione, portano turisti sul territorio e sono capaci di fare destinazione a vantaggio anche delle altre componenti dell’intrattenimento. Come si fa a definire la Riviera romagnola un luogo dove le discoteche stanno scomparendo? Il nostro territorio in 20 km mette a disposizione di residenti e turisti più di 30 discoteche (tra cui la più importante a livello europeo, il Cocoricò di Riccione) con una concentrazione di locali che non ha pari al mondo: Altromondo, Villa delle Rose, Peter, Baia Imperiale, solo per fare qualche nome, sono in vetta alle classifiche di settore. E l’anno prossimo se ne aggiungeranno altre 3: lo Space, direttamente da Ibiza, il Pascià e l’Ecu con nuove gestioni e forti investimenti. Segno che gli imprenditori ci sono, che le idee e le innovazioni non mancano. Come si fa dunque a relegare questi locali di alto livello a ruolo di comprimari di un’offerta di intrattenimento che vira sempre più verso l’assenza di regole, dove impazza il tutto gratuito e scarseggia la qualità?
Non voglio minimizzare – chiarisce il presidente del Silb – le oggettive difficoltà che gli imprenditori della notte incontrano tutti i giorni per rimanere sul mercato, ma vanno chiariti i motivi. Il primo va sicuramente ricercato nelle situazioni abusive, ormai all’ordine del giorno, che da anni denunciamo ma su cui nessuno interviene. Questo è il vero dramma che subiscono le discoteche regolari, al quale si affiancano i costi esorbitanti che vengono chiesti. Ci piacerebbe che finalmente anche il nostro settore venisse equiparato a tutte le altre anime dello spettacolo che versano l’Iva al 10% e non come noi al 22%, vorremmo poter cancellare una volta per tutte l’anacronistica imposta sugli intrattenimenti per cui su ogni biglietto d’ingresso si paga subito allo Stato il 16%, sarebbe una boccata d’ossigeno contenere i costi dei diritti d’autore, paradossalmente aumentati dopo la caduta del monopolio e l’avvento di altre collecting-society. Insomma, vorremmo poter fare impresa senza lasciare subito il 50% dell’incasso alle imposte senza nemmeno vederlo entrare, a cui si aggiungono poi le tasse sui redditi e quel che rimane va utilizzato per tutto il resto: affitti, utenze, dipendenti e collaboratori, materie prime. Vorremmo poter fare impresa senza l’abusivismo dilagante che ci fa concorrenza sleale, vorremmo poter fare impresa come abbiamo sempre fatto e sappiamo ancora fare, senza farcela insegnare da chi si improvvisa analista. Per ora resta una vana speranza, ma non ci arrendiamo” conclude Indino.