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domenica 22 maggio 2022
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A spasso con i libri

Sergio Barducci domenica 27 presenta "Arrigo Sacchi. Oltre il sogno"

di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 7 minuti
gio 24 feb 2022 16:06
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Alla scoperta dell’uomo che c’è dietro l’allenatore che, partendo da un piccolo paesino della Romagna, ha rivoluzionato il calcio. “Arrigo Sacchi. Oltre il sogno” è l’ultima fatica letteraria del giornalista e scrittore Sergio Barducci (Minerva Edizioni).

“In questo libro racconto più l’Arrigo Sacchi uomo che l’Arrigo Sacchi allenatore, del quale si sapeva praticamente tutto – spiega l’autore -. La cosa interessante è come lui nasca come allenatore per caso: non era un giocatore eccelso, era stato acquistato dal Baracca Lugo, però non giocava mai, stava in panchina, e aveva deciso di smettere. Poi, per caso, uno dei personaggi a lui più cari: il direttore della biblioteca di Fusignano, Alfredo Belletti, che aveva conosciuto perché era stato l’insegnante da cui aveva preso ripetizioni di Italiano e Latino e che si occupava anche della squadra di calcio locale, un giorno lo chiamò e gli chiese di andare a giocare con loro perché rischiavano la retrocessione. Sacchi disputò tre partite, poi fu costretto a fermarsi dal mal di schiena. E Belletti gli propose di allenare. “Da Belletti ho imparato cose straordinarie” dice oggi di lui Arrigo Sacchi, che appena diventato allenatore andò in giro a vedere come lavoravano i tecnici importanti del territorio: quell’anno Radice guidava il Cesena. Dopo pochi mesi si presentò da Belletti con una richiesta: “devo comprare un libero, gli darei il 6”. Belletti allora tornò con la maglia numero 6 e gli disse: “la maglia ce l’hai, adesso il libero devi inventartelo te”. In quel periodo le squadre iniziavano la preparazione i primi di settembre perché il campionato iniziava i primi di ottobre, Sacchi convocò i suoi giocatori il 16 agosto. E mentre gli allenatori pari categoria facevano due allenamenti alla settimana, lui ne programmò cinque, con un giorno, il mercoledì o il giovedì, in cui ci si allenava mattina e pomeriggio. Dopo i primi allenamenti i suoi calciatori, che non erano abituati a quei carichi di lavoro, accusarono risentimenti muscolari e le tre partite di precampionato furono tutte perse clamorosamente, anche quella con la squadra di un paesino vicino che era sempre stata ultima in classifica. La dirigenza del Fusignano lo convocò allora per un’assemblea straordinaria con l’intento di esonerarlo prima dell’inizio del campionato. Belletti lo salvò. Prese la parola e disse: “non lo paghiamo, ci ha aiutato anche a fare l’illuminazione del campo sportivo, vediamo almeno come va nelle prime giornate”. Quando iniziò il campionato i ragazzi avevano smaltito gli affaticamenti muscolari e nella prima partita cominciarono a fare gol. Si narra che uno dei dirigenti in tribuna si prese a schiaffi dicendo: “ditemi che non sto sognando”. Quell’anno il Fusignano vinse il campionato”.

Ma com’è l’uomo Arrigo Sacchi?
“La sua è la storia di un uomo che ha voluto sempre dare tutto sé stesso. Ha avuto un padre molto rigoroso, a cui era molto legato. Augusto era lombardo di origine, era stato un aviatore a bordo dei cacciabombardieri durante la Seconda Guerra Mondiale e dopo la guerra aveva aperto una fabbrica di calzature. Mentre sua mamma, Lucia, era la figlia del fornaio. Arrigo aveva un fratello, Gilberto, che purtroppo morì giovane. I due fratelli avevano due personalità differenti: Gilberto molto solare, Arrigo più chiuso. La famiglia Sacchi viveva a Maiano Monti, a 3 km da Fusignano, vicino alla villa di famiglia del poeta Vincenzo Monti”.

Com’era da bambino “Il profeta di Fusignano”?
“Era un bambino birichino con questa passione sfrenata per il calcio. Il giorno della prima comunione, conoscendo la sua indole, la madre gli fece confezionare due abiti da cerimonia identici. Mentre stava portando, in bicicletta, i confetti alla zia, fu sorpassato da una signora con un motorino sgangherato. Lui cominciò allora a pedalare forte per superarla, lei frenò di colpo e lui le finì addosso, rompendo il vestito. Quando tornò a casa la mamma lo rimproverò e gli diede il secondo vestito, intimandogli di stare buono da quel momento in avanti. Ma il giovane Arrigo sapeva che nella casa colonica accanto i suoi amici stavano giocando a pallone e, approfittando di un momento di distrazione degli adulti, li raggiunse. Mentre giocava, seguendo con lo sguardo la traiettoria della palla, non si accorse della buca del letame e ci finì dentro. La mamma quel giorno, dopo averlo ripulito, lo mandò a letto senza cena. Una volta si arrampicò sulla gru degli operai che stavano ristrutturando la sua casa e, preso dalle vertigini, non riuscì a tornare giù da solo: dovette andarlo a prendere un operaio. Quando giocava a pallone alle elementari era sempre lui a dare le disposizioni ai compagni”.

Lo possiamo definire un predestinato?
“Direi proprio di sì. Nell’estate del ‘54, quando Arrigo aveva otto anni, la famiglia andò in vacanza all’hotel Pironi di San Mauro Mare, dove viveva la sorella del padre. Erano gli anni delle prime trasmissioni televisive. Mentre i genitori disfacevano le valigie, lui andò al bar a vedere la semifinale del campionato del mondo tra Ungheria e Uruguay. Quando il babbo, che era andato a cercarlo, lo trovò, era seduto su una sedia posta sopra un tavolino. I più grandi l’avevano messo lì per permettergli di vedere bene la partita. Quando aveva undici anni, in vacanza a Montecatini Terme, sparì di nuovo. Questa volta fu la mamma a trovarlo: stava parlando di calcio in un parco al centro di un gruppo di adulti, e tutti lo stavano ascoltando”.

Come calciatore è stato un figlio d’arte.
“Il papà viveva a Mandello e aveva iniziato a giocare nel Gallarate, nella Terza divisione lombarda. Poi aveva militato nella Portuense. Quindi, quando la sua compagnia era stata trasferita a Ferrara, giocò nella Spal, portato da Mazza, che in seguito divenne presidente”.

Avrebbe potuto anche diventare un cronista sportivo?
“Direi proprio di sì – risponde Barducci -. Siccome Arrigo amava imitare i cronisti delle partite, un giorno la maestra per punirlo lo costrinse a fare la radiocronaca di una partita di calcio immaginaria. Lui amava Carosio e Martellini, e attaccò: “gentili radioascoltatori, buon pomeriggio!” La maestra rimase affascinata dal suo modo di raccontare e le sue radiocronache divennero quasi un rito nella sua classe”.

Sacchi non ha mai nascosto il suo modo di concepire il calcio anche da tifoso. “I tifosi italiani secondo lui non sono tifosi veri perché guardano solo al risultato. Non gli interessa se hai giocato bene o male, ma se vinci o perdi. Nel libro Sacchi ricorda quando la sua squadra andò a vincere a Wembley. A fine partita si aspettava che i tifosi di casa contestassero i loro giocatori. Invece si alzarono ad applaudirli perché, nonostante la sconfitta, avevano giocato bene. Questo secondo lui è il vero tifo”.

Prima di spiccare il volo, Sacchi allenò anche il Bellaria e il Rimini.
“Quando fu chiamato dal Bellaria non aveva ancora il patentino per allenare tra i professionisti, fu allora assunto ufficialmente come preparatore atletico. Un giorno il presidente gli disse: “ti ho comprato un campioncino, aveva smesso di giocare a calcio per giocare a tennis; l’ho pagato una muta di maglie al parroco”. Il nuovo arrivato giocò il primo tempo della partitella di allenamento nella formazione delle riserve, nel secondo tempo passò nella squadra dei titolari. “E lui è rimasto per me un titolare fino a che è andato via da Bellaria” racconta Sacchi. Quel ragazzo era Massimo Bonini (che giocò poi titolare nella Juventus di Michel Platini, ndr)”.

L’impatto con Rimini non fu dei migliori.
“Il Rimini quell’anno era retrocesso dalla B. Per la panchina si facevano i nomi di Angelillo, Domenghini, Toneatto e Rosati. E si vocifera anche di un certo Arrigo Sacchi. “Per favore non facciamo certi nomi” aveva commentato un giornalista, che divenne poi uno dei suoi più grandi estimatori”.

Ma l’essere inizialmente snobbato è stato quasi un leit motiv della carriera di Sacchi.
“Successe anche quando gli venne affidata la panchina del Milan. Il Corriere della Sera il giorno prima della sua presentazione titolò: “Domani il Milan presenta il signor nessuno”, cancellando quanto di buono aveva fatto a Parma. Quando entrò nello spogliatoio rossonero Sacchi disse ai suoi nuovi giocatori: “io, come avete letto sui giornali, sono il signor nessuno. Voi chi siete?” Iniziò da quella domanda il Milan dei sogni”.

Dell’esperienza riminese Arrigo Sacchi ricorda il grande affetto dei tifosi verso la maglia a scacchi.
“All’inizio della stagione i tifosi scrissero sul muro dello stadio: “siamo già in C2”. Invece al giro di boa i biancorossi erano tra i primi in classifica. Sacchi fu invitato in una trasmissione sportiva del sabato sera, stava nevicando e il manto erboso del “Romeo Neri” era diventato bianco. L’allenatore disse che non giocare a causa della neve sarebbe stato un peccato. E invitò i tifosi a dare una mano per liberare il campo dalla neve. Il giorno dopo arrivarono allo stadio oltre 3mila persone che, armate di pale, ripulirono campo e gradinate. Fu un’esperienza straordinaria che vide il Rimini vittorioso sugli spalti e in campo: 2-1 sul Livorno”.

Il mancato mantenimento di una promessa fu all’origine del suo divorzio con la società biancorossa.
“Il presidente del Rimini in quegli anni era Dino Cappelli, al quale Sacchi era molto legato e con il quale aveva già firmato per allenare un altro anno. Un giorno Cappelli gli confidò che si era indebitato molto per la società anche con la sua azienda personale, con un’esposizione che superava il miliardo di lire, e che aveva quindi necessità di vendere diversi giocatori. Sacchi gli rispose che poteva vendere chi voleva, ma non Daniele Zoratto, all’epoca giovane centrocampista, che si era portato dietro dalle giovanili del Cesena, perché lo riteneva un elemento determinante. Pochi giorni dopo Cappelli lo invitò a cena per spiegargli dov’erano stati collocati i giocatori, e solo al caffè gli comunicò che era stato costretto a vendere anche Zoratto. “Non ho avuto scelta” gli disse il presidente. Lui lo guardò negli occhi e gli rispose: “lei no, ma io sì”. Posò il tovagliolo e se ne andò. Quando tornò a casa la moglie gli chiese cos’era successo con Cappelli e lui le rispose: “non ha mantenuto cosa aveva detto e si è rotto il rapporto di fiducia”. Fu richiamato a Rimini dopo il corso a Coverciano, per il quale fu aiutato dal conte Rognoni. Al corso erano tutti ex giocatori di un certo livello tranne lui e Zeman”.

L’apice di una carriera straordinaria la finale dei Mondiali persa ai rigori contro il Brasile a USA ‘94.
“Tutti considerano quella finale una sconfitta – Barducci riporta le parole del CT –: io la considero invece una conquista perché abbiamo giocato in condizioni climatiche terrificanti, con una temperatura elevatissima che qualche volta ci ha costretti anche a rinunciare a fare allenamento, ma siamo arrivati ugualmente a giocarci la finale con il Brasile, la squadra più forte del mondo. Siamo riusciti ad andare ai tempi supplementari, poi ai rigori. E ai rigori non è più partita, è fortuna. Non dobbiamo dimenticare che con quella partita persa in quel modo siamo comunque diventati vice-campioni del mondo”.

Se dovesse descrivere in poche parole Arrigo Sacchi, come lo descriverebbe?
“Un uomo che vive per il calcio, nel senso che è il fuoco che gli brucia dentro. Un uomo sereno, nonostante tutte le tensioni (un capitolo del libro è dedicato al grande stress vissuto in panchina, ndr). Nel suo studio sono esposte tutte le coppe vinte e la foto del Milan stellare che conquistò il mondo. Sacchi un giorno in quello studio mi disse: “se mi giro da una parte vedo il parco di casa mia, dove vivono le mie figlie, dove corrono spensierate le mie nipotine, e lì c’è la mia parte interiore; se mi giro dall’altra parte c’è la realizzazione dei miei sogni nel mondo del calcio. Che delusioni posso avere avuto? Quando gli ho detto: “tu sei un allenatore controcorrente”, lui ha ribattuto: “no, controcorrente sono gli altri”. E quando gli ho chiesto il segreto del suo successo mi ha risposto: “non lo so, io ho fatto sempre come mi ha insegnato mio padre, che mi ha detto: dai il massimo e i risultati prima o poi arriveranno”.

Sergio Barducci presenterà il suo volume domenica 27 febbraio alle 17 all’Hotel Villa Adriatica di Rimini (viale Vespucci, 3) nell’ambito della rassegna “A spasso con i libri”, promossa da Lions Club Rimini Host e Associazione Itaca e condotta da Carla Amadori.

Limite di 30 presenze con Green Pass rafforzato e mascherina FFP2. Ingresso gratuito su prenotazione a segretario@lionsrimini.it. Aperitivo conclusivo, su prenotazione, al costo di 10 euro.

La presentazione sarà trasmessa in diretta sulla pagina Facebook Lions Club Rimini Host.

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