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Don Montali e Rino Molari. Un'amicizia di "resistenti"

In foto: la pagina dedicata da Il Ponte all'incontro
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
gio 22 apr 2021 14:56 ~ ultimo agg. 15:22
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Sarà dedicata al rapporto di amicizia tra due santarcangiolesi, don Giovanni Montali e Rino Molari, resistenti disarmati contro il nazifascismo la tavola rotonda, promossa dalla Biblioteca comunale Baldini di Santarcangelo, per martedì 27 aprile alle 17.30. Condotta da don Andrea Turchini vedrà la partecipazione di Maurizio Casadei, Piergiorgio Grassi e don Gabriele Gozzi, con diretta streaming sulla pagina facebook della biblioteca. Sia don Giovanni che Rino pagarono la Resistenza duramente e di persona. Il primo, dopo essere sfuggito all’arresto al ritorno nella parrocchia di San Lorenzo in Strada trovò fratello e sorella assassinati, gettati nel pozzo vicino alla chiesa. Molari fu, invece, trasferito a Fossoli, il campo di prigionia dove venivano ammassati coloro che dovevano essere trasferiti nei lager tedeschi (di lì passò anche Primo Levi e Odoardo Focherini, ora beato) e lì venne fucilato insieme ad altri 70 compagni.

la storia

Montali e Molari si erano conosciuti a Riccione dove il sacerdote riuniva nella sua canonica coloro che avevano deciso, in condizioni difficili e pericolose per la propria vita, di impegnarsi a garantire la dignità di donne e di uomini perseguitati e umiliati, in pericolo di vita, a qualsiasi religione e visione del mondo appartenessero, e di prepararsi ad un futuro di pace, ritenuto vicino perché le forze alleate apparivano ormai vincitrici, nonostante che la Wermacht del generale von Kesserling avesse preparato una munitissima linea difensiva, la cosiddetta Linea gotica. Molari insegnava alle scuole medie di Riccione e da cattolico praticante si era avvicinato all’anziano prete, stringendo un’amicizia molto solida.

Don Montali aveva vissuto il travaglio interno alla Chiesa italiana che aveva portato i cattolici dall’opposizione allo Stato liberale – dopo la breccia di Porta Pia e la dichiarazione di Roma capitale – all’impegno politico, nella scia delle indicazioni di Romolo Murri e in seguito di don Luigi Sturzo, fondatore e segretario del Partito popolare italiano, il raggruppamento dei cattolici democratici che aveva partecipato in autonomia alla vita politica del paese, dal 1919 al 1926 quando l’esperienza fu interrotta con l’avvento del partito fascista e lo scioglimento degli altri partiti politici. Aveva poi seguito con apprensione i conflitti che si erano sviluppati in Europa, la politica espansionista tedesca, la deriva antisemita del nazismo e del fascismo che avevano portato in Italia e in Germania alle leggi razziali. Sulle pagine del “Diario cattolico”, il quindicinale della diocesi, Montali aveva stigmatizzato queste decisioni antisemite, in piena sintonia con l’enciclica Mit Brennende Sorge (Non abbiamo bisogno) di Pio XI.

Nei frequenti e fitti colloqui Molari conobbe questa storia tormentata, apprese il contenuto delle encicliche sociali e la loro incidenza sul movimento cattolico e nel contesto politico sociale. Nella canonica riccionese ebbe poi modo di conoscere Giuseppe Babbi, il leader riconosciuto del popolarismo riminese, che, per essere rimasto fedele alle sue idee politiche, era stato radiato dalle Ferrovie dello Stato. Babbi stava tessendo le fila per la ricostruzione di un partito che fosse in continuità con il Partito popolare, raggiungendo le nuove generazioni di giovani cattolici e spiegando loro i principi di una democrazia che vedesse protagoniste le persone e i gruppi politici organizzati, in una dialettica continua regolata da una Costituzione, nella società civile e nelle aule parlamentari. L’impegno di Molari si fece via via più intenso: non scelse la lotta armata, ma si prodigò in un’opera di coscientizzazione e di propaganda. Muovendosi poi tra Riccione e la Valconca, Santarcangelo e Savignano, sino a Cesena, si prodigò nel cercare rifugio e protezione a perseguitati politici e a ebrei. Durante una di queste operazioni fu arrestato e trasferito nel carcere bolognese di San Giovanni in Monte e infine a Fossoli. Lì chiuse la sua breve esistenza (a soli 33 anni), il 12 luglio 1944, e venne sepolto in una fossa comune. Nel lager il suo nome era stato cancellato: era soltanto il prigioniero numero 1406.

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