Indietro
menu
La rete del sostegno

Lisi su omicidio Sonia: una vita spezzata che chiede profonda riflessione

In foto: Gloria Lisi, vicesindaco di Rimini
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
mar 2 feb 2021 13:40 ~ ultimo agg. 14:29
Facebook Whatsapp Telegram Twitter
Print Friendly, PDF & Email
Tempo di lettura 3 min
Facebook Twitter
Print Friendly, PDF & Email

Una morte incomprensibile, ancora una donna che non potrà crescere, diventare madre, nonna. Il vicesindaco di Rimini Gloria Lisi interviene sulla morte di Sonia Di Maggio, la giovane donna colpita a morte ieri pomeriggio a Specchia di San Minervino, in provincia di Lecce. La storia di Sonia è passata anche da Rimini, una città che negli anni ha intessuto reti di sostegno per le donne vittime di violenza. Sono stati circa cinquecento gli accessi registrati nel 2020 ai vari sportelli della Casa delle donne di piazza Cavour. Circa 250 invece le donne che hanno contattato il centro antiviolenza di Rompi il silenzio. Da gennaio a ottobre sono state 22 le donne ospitate nelle Casa Rifugio con 28 minori.

 

 

Le parole del vicesindaco

Roberta, Teodora, Tiziana, Victoria, Rosalia. E ieri Sonia, 29enne la cui storia è passata anche da Rimini. Il 2021 è iniziato da poco più di un mese e già riconsegna un carico di sofferenze e di vite spezzate difficile da sopportare. Dietro l’etichetta di ‘femminicidio’ ci sono racconti di violenze sopportate in silenzio, di umiliazioni quotidiane, di raptus spesso frettolosamente archiviati come ‘follie’ nella stragrande maggioranza dei casi avvenuti per mano di compagni, ex o attuali, giovani e meno giovani, che da partner si trasformano in carnefici. E’ un drammatico refrain che ormai conosciamo a memoria, a cui sembriamo quasi esserci assuefatti, quasi fosse ‘normale’. Di normale però non c’è nulla. E a mostrarcelo è la pandemia, dramma collettivo nel quale tutti siamo immersi, che tra i suoi effetti ha anche quello di svelare nella sua crudezza quei fenomeni che avevamo sotto gli occhi e che tendevamo a non (voler) vedere. Dobbiamo invece soffermarci su quanto accade, lo dobbiamo fare come gesto di rispetto per le troppe donne che non diventeranno mai mamme o nonne, che non potranno realizzare i propri obiettivi e i propri sogni, perché non hanno avuto il tempo di provarci.   

 Il Covid ha reso evidenti quali e quanti sono ancora i limiti che impediscono una piena realizzazione del ruolo della donna nella nostra società. E’ risaputo che soprattutto nel periodo di lockdown e convivenza forzata si sia registrato un aumento dei casi di violenza sulle donne all’interno delle mura domestiche e dei maltrattamenti anche nei confronti. Gli unici delitti in crescita sono quelli che si consumano in famiglia e le 112 donne morte in Italia nel 2020 sono l’esasperazione di un fenomeno spesso sommerso, dimostrazione dell’estrema precarietà degli equilibri di potere all’interno del contesto famigliare. Contesti nel quale si ripercuotono le conseguenze della difficile situazione socioeconomica del Paese, con il Covid ha destabilizzato le situazioni più fragili. E anche in questo caso a pagare pegno sono le donne, come confermano gli impietosi dati dell’Istat, che hanno messo nero su bianco la precarietà della condizione femminile nel mondo occupazionale: il 98% di chi ha perso il posto di lavoro nel 2020 è donna. In questo quadro il territorio prova a dare delle risposte. La rete territoriale dei servizi – dai centri antiviolenza a tutti gli sportelli di assistenza sociale – continua a fare la propria parte, offrendo assistenza a centinaia di donne. Sono stati circa cinquecento gli accessi registrati nel 2020 ai vari sportelli della Casa delle donne di piazza Cavour. Circa 250 invece le donne che hanno contattato il centro antiviolenza di Rompi il silenzio, con un picco di nuovi contatti nel periodo dal 1° marzo al 31 maggio, che ha coinciso con la fase acuta del lockdown causato dalla pandemia. Da gennaio a ottobre 2020 infine sono state 22 le donne ospitate nelle Casa Rifugio con 28 minori. Una rete importante ed efficace, ma c’è ancora tanto da fare: oltre agli strumenti di assistenza, indispensabile, è necessario continuare a investire sull’educazione e soprattutto aiutare gli uomini che si macchiano di queste violenze a prendere consapevolezza. C’è ancora tanta strada per scardinare una società che, anche se non lo vogliamo ammettere, è ancora fortemente patriarcale e tutti possiamo fare la nostra parte”.