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L'omelia del vescovo Lambiasi

La parrocchia degli Angeli Custodi accoglie don Stefano

In foto: don Stefano Battarra
di Maurizio Ceccarini   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
sab 30 gen 2021 19:29 ~ ultimo agg. 21:08
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Con una celebrazione alla chiesa della Pentecoste presieduta dal vescovo Lambiasi, oggi la parrocchia degli Angeli Custodi a Riccione ha accolto il suo nuovo parroco, don Stefano Battarra. Nel messaggio alla sua nuova comunità a conclusione della celebrazione, don Stefano ha dedicato un ricordo a don Giorgio dell’Ospedale, il parroco recentemente scomparso che per decenni ha guidato gli Angeli Custodi.

L’omelia del vescovo Lambiasi:

Padri, non padroni
Per l’inizio del ministero di parroco di don Stefano Battarra
Riccione, Chiesa della Pentecoste – 30 gennaio 2020

Strano, ma vero. L’evangelista ha iniziato a raccontare una giornata-tipo di Gesù. E’ di sabato e a Cafarnao ha appena cominciato ad albeggiare. Questo giovane trentenne che ha fatto il falegname fino a qualche mese fa e non ha frequentato alcuna scuola rabbinica, oggi si reca nella sinagoga e prende “subito” la parola. I presenti si stupiscono di lui perché non insegna come gli scribi, ma – sottolinea Marco per ben due volte – parla “come uno che ha autorità”.
1. Davvero strabiliante tutto questo. In genere l’autorità non è affatto simpatica, né per chi vi si assoggetta, e neanche per chi la esercita. Cosa c’è dunque di tanto stupefacente nell’insegnamento di Gesù? Verrebbe da dire, il contenuto. Ma se Marco neanche ne parla! Che non ci sia piuttosto una perfetta identità tra il messaggio e il messaggero che l’annuncia?!
La novità portata da questo rabbi di Nazareth sta nel fatto che, quando insegna, non scodella una ‘minestra riscaldata’. Non parla da professore, ma da profeta. Non fa sfoggio di dotte elucubrazioni. Non rifila una lezione imparata e ripetuta per filo e per segno. E’ vero: Gesù non è un rabbi ‘patentato’. Ma proprio qui sta il bello. Lui parla in prima persona. Non è accreditato da un’autorità accademica riconosciuta. E’ lui che è e ha l’autorità. Perché non solo annuncia la buona notizia, ma la fa accadere. Non solo ‘teorizza’ la vittoria sul male, ma la realizza: “Se io scaccio i demoni per mezzo dello Spirito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio” (Mt 12,28).
Ora lo vediamo in azione. Si trova davanti un povero indemoniato, ma non tira fuori un manuale di esorcismi, non moltiplica preghiere, formule e scongiuri. Non si ingarbuglia in interminabili rituali e intriganti abracadabra. Il demonio grida? E Gesù lo sgrida. Gli basta una parola secca – “Taci!”. Gli basta un ordine nudo e crudo, che non ammette né repliche né rimandi: “Esci da costui!”. Gesù è un maestro autorevole, ma non autoritario. E non vende speranze a buon mercato. E’ lui la speranza. Non si sbrodola in estenuanti ripetizioni, ma lancia innovazioni, rilancia cambiamenti. Il suo messaggio è nuovo, originale, autentico. Limpido come acqua di sorgente. Fragrante come il pane appena sfornato. Fresco come la prima brezza di primavera.
2. Chiniamoci sulle due parole più insistite del brano evangelico. La prima è stupore. Ricorre all’inizio: “Tutti furono stupiti del suo insegnamento” (v. 22). E ritorna alla fine: “E furono stupiti tutti quanti” (v. 27). Per Marco, lo stupore è il sentimento normale dell’uomo di fronte a Gesù: per quanto dice e per quanto fa. Le folle si stupiscono per i suoi miracoli. I discepoli per il fascino della sua umanità. Ma, oltre che oggetto di stupore, Gesù ne è anche il soggetto. Si stupisce di fronte al miracolo di una vita che sta sbocciando nel grembo di una donna. Si stupisce di fronte ai fiori dei campi. Si stupisce di fronte al più piccolo di tutti i semi che diventa il più grande degli ortaggi.
Ai nostri giorni ciò che più ci occorre è il brivido di stupore di fronte al vangelo. Lo sappiamo: la parola ‘vangelo’ non significa innanzitutto quel piccolo libretto che dovremmo portare sempre in tasca per nutrircene ogni giorno. E’ il Vangelo con la V maiuscola: l’annuncio di una notizia lieta e sorprendente. Pertanto la prima reazione di chi l’ascolta o lo vede incarnato in una comunità, dovrebbe essere appunto lo stupore. E la prima domanda di chi l’ascolta non è: cosa debbo fare? Piuttosto: ma che bello! Ma è proprio vero che il Vangelo gronda felicità?
Purtroppo l’annuncio evangelico che risuona oggi nelle nostre comunità risulta non di rado languido e sbiadito. E questo è grave, molto grave. Perché se ogni volta che ascolto il vangelo non mi stupisco, allora non lo capisco. Ma se è finito il tempo della cristianità, oggi è urgente una pastorale di evangelizzazione. La catechesi viene dopo. Come pure l’iniziazione ai sacramenti.
L’altra parola che registriamo dal vangelo di oggi è autorità. Che fa rima con fraternità. Ce l’ha detto rabbi Jeshù: “Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’ perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Gesù non dice: “Se io sono il vostro Maestro, voi siete tutti (miei) discepoli”. Ma: “voi siete tutti fratelli”. Siamo discepoli se siamo fratelli: tutti uguali e ognuno diverso! L’autorità pastorale consiste nell’aiutarci ad essere “fratelli tutti”, con tutti, tra tutti.
Carissimo don Stefano, ti auguriamo che la colonnina dello stupore che Gesù suscita nel tuo cuore non registri mai flessioni di sorta, anzi continui a salire ogni giorno di più. E ti auguriamo ancora che l’autorità pastorale che tu da oggi eserciterai nel nuovo ministero ti aiuti a sentirti fratello e padre, ma mai padrone di quanti ti sono affidati. Anzi collaboratore della loro gioia.
Ti accompagniamo con la nostra povera preghiera e con tutta la nostra simpatia.

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di Redazione