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Il dibattito in consiglio

Microaree, in consiglio comunale sancito l'abbandono del progetto

In foto: una delle proteste contro le microaree
di Andrea Polazzi   
Tempo di lettura lettura: 5 minuti
ven 27 nov 2020 11:40 ~ ultimo agg. 28 nov 10:36
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In una seduta tematica richiesta dalla minoranza, è arrivata in consiglio comunale l’ufficialità dell’abbandono da parte dell’amministrazione del progetto microaree per lo smantellamento del campo nomadi di via Islanda. L’addio al campo resta comunque una priorità. La strada ora scelta per arrivare alla soluzione è quella di inserire le cinque famiglie Sinti (per un totale di 25 persone) in alloggi di emergenza abitativa, in attesa di vedersi assegnati alloggi Erp.

E’ quanto sancito nell’ordine del giorno presentato dalla stessa maggioranza che impegna la Giunta a proporre alle famiglie di etnia sinta, stabilitesi in via Islanda, soluzioni abitative in alloggi convenzionali reperiti da Acer sul libero mercato; a non dare corso alla soluzione di attrezzare e concedere microaree pubbliche appositamente individuate; a prevedere che la collocazione in soluzioni alloggiative convenzionali risulti sufficientemente distribuita territorialmente avendo cura di evitare che nello stesso immobile siano ospitate più di due famiglie sinte in uscita. Un ordine del giorno approvato con 28 voti favorevoli, una astensione e il solo voto contrario del consigliere di maggioranza Kristian Gianfreda che è rimasto coerente con la posizione più volte esplicitata in questi anni. Alcuni ordini del giorno presentati dalla minoranza sono invece stati ritirati mentre è stato bocciato quello del consigliere Renzi.

Quando è iniziato il dibattito sul progetto microaree nel campo nomadi di via Islanda vivevano 46 persone di etnia Sinti e 37 rumeni mentre ora sono rispettivamente 25 e 22 per un totale di 47 persone rispetto alle 83 iniziali. Il progetto riguarda però solo i Sinti

Dopo 4 anni anni di battaglie, interrogazioni, mozioni, conferenze, assemblee cittadine e proteste, l’amministrazione Gnassi ha abolito definitivamente il progetto microaree nomadi” commenta il consigliere di Vincere per Rimini Filippo Zilli. “Ma la partita – prosegue – non è ancora finita. Dobbiamo dirlo chiaramente: il campo abusivo di via Islanda va smantellato e chiuso immediatamente. Rimini non è una città per chi non rispetta regole e leggi, è ora di chiudere questa vergognosa pagina che dura oramai da oltre 30 anni”.

Di questa vicenda, sotto gli occhi di tutti ma non sanata dagli anni Ottanta in poi, in pochissimi, al di là dell’Amministrazione, del Consiglio Comunale, se ne sono occupati nei percorsi amministrativi. Questo per cercare una soluzione possibile – ha sottolineato il sindaco Andrea Gnassi nel suo intervento in consiglio –. Abbiamo affrontato una questione delicata e oggettivamente complicata, oltretutto in un contesto socio-culturale sempre più sfrangiato e diffidente e in un momento storico che alimenta esclusione. Un tema che ha a che fare con sensibilità diverse e che si cala in una società che è un corpo fluido, immersa in processi che cambiano in continuazione. Possiamo programmare qualche centinaio di milioni di euro di investimenti per consolidare il nostro padiglione fieristico, poi arriva il Covid e cosa facciamo? Oggi Ieg sta riprogrammando il piano di investimenti immaginato prima della pandemia. Lo stesso avviene ancora di più con il sociale, con le risposte ai bisogni primari delle persone, un quadro in evoluzione a ogni istante. Non abbiamo mollato la presa, anche se per convenienza avremmo potuto farlo. E responsabilmente non lo facciamo anche ora, impegnati come siamo tra ricerca di intubatori e di ristori per sostenere quelle persone che si trovano in maniera inaspettata in situazione di marginalità. Abbiamo proposto e ascoltato, che non significa fare marcia indietro perché l’obiettivo è sempre rimasto intatto”.

Il piano di superamento di via Islanda aveva come obiettivo innescare un processo. Esplorare ogni possibilità – microaree, inserimento in alloggi Erp, contributi per soluzioni abitative autonome – verificarle nella sua aderenza alla realtà, alla società, al territorio: questo è stato il nostro compito, in linea con le indicazioni dell’Unione Europea e il dettato della Regione Emilia Romagna. Individuare soluzioni e come farle atterrare in una società che non è un corpo morto, in un quadro normativo incerto, contradditorio e ipocrita. Il tema è l’avvio di un processo rivolto a nuclei di etnia sinti e rom per l’inserimento sociale volto a riconoscere la peculiarità di uno status riconosciuto dalle norme, a superare le condizioni di estrema povertà, a trovare un equilibrio per avere il massimo rispetto delle leggi e delle prassi di convivenza civile tra queste comunità e il resto dei cittadini. Un equilibrio tutto da ricercare, da costruire. Ed è un processo che richiederà generazioni perché sia compiuto, ci vorrà del tempo. Un percorso difficile anche perché il nostro è un Paese ipocrita che, vedasi l’esempio della prostituzione, sulle questioni più delicate decide di non decidere, decide di non normare. Tenere la barra in questo contesto fluido, in un momento storico come quello che stiamo attraversando, in un Paese che non norma, è una scelta importante.

Quattro anni fa ci siamo buttati con la volontà di risolvere la vergogna di via Islanda e lo abbiamo fatto senza alcuna ipocrisia e senza rete. Siccome spesso alla politica viene rimproverata ogni cosa da parte della società ‘buona’ contro la politica ‘cattiva’, io dico che in questo caso la politica ci ha messo la faccia, trovando come sponda molto spesso anche solo un mare di silenzio, anche da parte di chi, a tutti i livelli e in contesti diversi, doveva quanto meno affiancare chi portava avanti per principio e valori un programma volto all’integrazione.

E’ un processo avviato in un silenzio assordante, in mezzo alle proteste e alle paure delle persone e anche, in una prima fase, con una strumentalizzazione di chi ha voluto giocarsi su questa vicenda una partita politica. Abbiamo esplorato tutti gli strumenti che ci erano messi a disposizione dalla legge regionale, che ha avuto il merito, se non altro, di non ignorare il tema e di dare la possibilità di aprire un percorso. Abbiamo cercato un possibile punto di equilibrio che poteva essere un punto di deflagrazione.

La delibera del 2016 ha innescato il processo, ci ha dato la possibilità di cercare delle risorse. Il dispositivo della delibera del 2018 diceva di “esplorare l’intera pluralità di soluzioni e percorsi alternativi”. E questo abbiamo fatto: abbiamo misurato le proposte, abbiamo valutato la sostenibilità dal punto di vista economico e di tenuta sociale. Siamo andati ad assorbire alcune situazioni nelle case popolari e via via definendo una soluzione possibile alla luce- e questo è bene non dimenticarlo- della reazione di aree della città. Abbiamo ascoltato, abbiamo tentato di attraverso un lavoro chirurgico, di mettere in campo le soluzioni migliori.

Io parto dal principio del rispetto delle regole, rifiuto un approccio unidimensionalmente compassionevole. La solidarietà esiste se è esigente, si fonda su un contratto sociale, su un diritto che è riconosciuto perché c’è un dovere che è esercitato. Su queste regole di fonda la comunità e questo processo lo devono affrontare tutti.

Oggi siamo all’inizio di un altro tempo di questo processo, un tempo sfidante, che si basa sulla solidarietà esigente, sull’affermazione delle regole, sulla responsabilità istituzionale e su una comunità partecipe. Tutti i pezzi di comunità. Il tema dell’integrazione dei nomadi resta un tabù per tanti, troppi, e spesso la sensazione nostra è stata quella della solitudine, dell’esse lasciati soli in questo percorso che per la prima volta ha deciso di non voltare la testa dall’altra parte.

Ringrazio il lavoro non semplice che ha fatto maggioranza: abbiamo discusso tantissimo, trasversalmente, è stato un processo complesso, coraggioso. Rimini è una città che ha il dovere di guardare a tutti i figli e i membri della sua comunità, quelli che inciampano nella vita, a quelli che sono ai margini. Penso sia una via seria e, in questi tempi, una scelta molto alta dal punto di vista del valore e del significato amministrativo delle soluzioni proposte”.

È stato un dibattito molto corretto, è la prima volta che riusciamo a parlare di questo argomento così complesso nei toni adeguati – ha sottolineato il vicesindaco Gloria LisiQuesta Amministrazione ha avuto il coraggio di metterci faccia e cuore per risolvere una questione che era sotto gli occhi di tutti. Via Islanda è un parcheggio, non è un campo autorizzato, con tutte le problematiche di sicurezza che abbiamo nel tempo dovuto affrontare. Una situazione di totale abuso sotto tutti gli aspetti, iniziando quello urbanistico. In questi anni il Sindaco si è espresso pubblicamente, la Giunta e i consiglieri hanno affrontato dibattiti pubblici impegnativi. Abbiamo continuato a lavorare, siamo andati sul campo. Abbiamo lavorato per supportare interventi di scolarizzazione dei bambini e per iniziare l’inserimento di famiglie nelle soluzioni abitative, togliendoli dal degrado. Siamo partiti da una situazione che vedeva in via Islanda 37 rumeni e 46 italiani sinti, oggi sono presenti 22 rumeni e 25 italiani sinti. Siamo passati da 83 persone a 47, famiglie che hanno iniziato percorsi di integrazione e seguite dai servizi sociali per l’ingresso nelle abitazioni. Credo che l’Amministrazione dovrebbe andare fiera anche se anche solo una persona fosse uscita da quel campo, soprattutto se si fosse trattato di un bambino. Questa è la prospettiva: dare l’opportunità di una vita migliore per le famiglie per uscire da quello che non è un campo ma una vergogna di tutta la città”.

 
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di Simona Mulazzani