sabato 7 dicembre 2019
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Sui vissuti difficili

Confrontarsi senza incartarsi

di Andrea Turchini   
Tempo di lettura lettura: 7 minuti
mar 26 nov 2019 15:07
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Ci sono argomenti delicati su cui spesso rischiamo di incartarci. Questo accade perché non sempre distinguiamo i diversi piani della questione su cui ci stiamo confrontando.
Non si tratta di indulgere in bizantinismi, ma di riconoscere che alcune questioni ci pongono di fronte a situazioni complesse, che richiedono un’attenzione e una delicatezza nel non confondere le diverse dimensioni coinvolte. Ci sono argomenti riguardo ai quali è molto diverso parlare in teoria o avere a che fare con persone che, proprio su quei temi, vivono una personale sofferenza.
Tutti questi argomenti riguardano e impattano sulla vita delle persone e delle famiglie, evocano vissuti difficili e dolorosi; per questo richiedono rispetto e capacità di accostarsi con delicatezza. Parlo di questioni inerenti alla cura delle persone in situazioni di salute molto al limite, alle maternità difficili per le condizioni particolari delle madri o dei nascituri, alle persone con orientamento omosessuale, a persone che vivono situazioni coniugali dolorose o complicate, a persone che si sono coinvolte in azioni delittuose e cercano un percorso di recupero, alle persone che vivono delle dipendenze … in queste situazioni, lì dove l’umanità e la vita delle persone è ferita o semplicemente molto coinvolta, non bastano gli slogans, le affermazioni di principio o le prediche.

Solo per comodità e per opportunità esplicativa, ho pensato di distinguere quattro piani diversi, che ovviamente non sono sigillati ermeticamente o da considerare come separati, ma, fatte salve le necessarie connessioni, semplicemente distinti.
In tale distinzione che propongo, mi addentro in un piccolo e semplice esercizio di ermeneutica, per essere aiutato insieme ad altri due o tre amici che hanno la bontà di leggere i miei scritti, a fare chiarezza su questioni molto importanti e – ripeto – delicate.

a. Il piano culturale o antropologico
A questo livello è molto opportuno avere le idee chiare e conoscere bene “i valori” che sono implicati. La posta in gioco sul piano dell’idea di uomo che stiamo coltivando o sostenendo è sempre molto alta. Non possiamo rischiare di cadere nel relativismo, o pensare che alcune scelte e visioni su ciò che è umano siano indifferenti o innocue: l’invito a “restare umani” vale davvero per tutti.
Per noi credenti il punto di riferimento essenziale è ciò che afferma la Scrittura letta alla luce della Tradizione e della dottrina della Chiesa, in un ascolto sempre nuovo e sempre più approfondito; il concetto stesso di Tradizione presuppone non un deposito statico, ma un passaggio, in cui ognuno è chiamato a portare il proprio contributo andando sempre più in profondità nella conoscenza del mistero che Dio ci ha rivelato, mistero che coinvolge anche l’uomo (la tradizione è molto diversa dal tradizionalismo e dal conservatorismo).
Per noi l’uomo è creato ad immagine di Dio e portatore di una dignità che è da riconoscere e difendere in ogni circostanza, anche quando quell’uomo si fosse macchiato di terribili colpe.
Per noi all’uomo creato da Dio è stata concessa la capacità di relazione e di comunione e la relazione più importante e feconda che è chiamato a vivere, è quella caratterizzata dalla differenza sessuale (uomo e donna).
Per noi l’uomo è chiamato ad essere responsabilmente custode del creato e in questa responsabilità, attraverso il suo lavoro, contribuisce al progresso dell’opera creata da Dio.
Per noi l’uomo è destinatario di una vita che va oltre la sua vita terrena, ma non per questo è lecito svalutare o strumentalizzare la vita che vive dalla sua nascita alla sua morte.
Per noi l’uomo ha la capacità di esprimere il meglio della sua umanità quando si pone liberamente alla sequela di Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, che è venuto per rivelare all’uomo il volto di Dio e per rivelare all’uomo il vero volto di sé stesso e la sua altissima vocazione.
Su questo piano ci troviamo a confrontarci e a dialogare con altre visioni dell’uomo presenti nel contesto in cui viviamo. Il dialogare non significa mai cercare un compromesso, ma confrontarsi per cercare insieme il modo di esprimere meglio la verità su ciò che ognuno di noi crede. Ci saranno dei punti su cui si troveranno delle convergenze, altri punti su cui, rispettosamente, si evidenzieranno delle distanze. Ciò non ci impedisce di continuare a dialogare, perché è proprio raccontando e motivando ad altri ciò che credo e ciò che per me è importante, che anche io sono aiutato a comprenderlo meglio.

b. Il piano politico
Il piano politico è, per definizione, un piano di mediazione, di ricerca condivisa degli strumenti e delle vie utili per concretizzare ciò che nei principi è affermato. E’ ingenuo pensare che sul piano politico si possa declinare specularmente ciò che i principi  etici, antropologici, filosofici e religiosi proclamano. Occorre una mediazione che proceda per approssimazione, cercando di realizzare il maggior bene possibile, senza scadere in derive demagogiche o superficiali.
Occorre anche ricordare che la mediazione politica è molto condizionata dalle circostanze storiche e sociali, mentre i principi sono, per definizione, atemporali. Ci sono leggi che nascono in contesti e situazioni legate a fatti ed esperienze molto concrete, o dalla percezione che le persone hanno di un determinato problema. Si pensi al fenomeno della migrazione dai paesi del terzo mondo, che viene percepita come una “invasione” nonostante i numeri registrati siano sostanzialmente modesti: alcune leggi proposte, risultano essere la risposta alla percezione del problema, più che al problema in sé. Oppure si pensi ad una legge come quella riguardante le “Disposizioni anticipate di trattamento” (DAT), che da parti differenti è stata giudicata come una grande affermazione dei diritti civili o come l’anticamera ad una imminente legge sull’eutanasia.
Ci si può riferire parimenti alle leggi sul divorzio e sull’aborto, leggi che hanno inciso pesantemente sulla mentalità odierna riguardante la vita coniugale – considerata sempre più “naturalmente” soggetta a precarietà – e la disponibilità verso l’accoglienza di una nuova vita; l’aborto è considerato da molti semplicemente un diritto civile della madre, senza nessuna valutazione etica sul diritto fondamentale alla vita del nascituro. Le valutazioni di ordine morale, filosofico e perfino sociologico si sono sprecate in questi tanti anni. Molte di esse sono condivisibili sul piano culturale e antropologico.
Ma, come si chiede il prof. Luciano Eusebi (Università Cattolica di Brescia – nel link una conferenza di presentazione del libro) nel volume su “Il problema delle leggi imperfette“, possiamo seriamente pensare ad uno stato civile in cui non ci siano leggi che regolamentano queste questioni fondamentali e dove tutto rischia di essere lasciato all’improvvisazione o alla clandestinità? Per quanto sia assolutamente vero che certe leggi hanno sdoganato mentalità pericolose e costruito situazioni eticamente molto gravi, davvero pensiamo che la soluzione a questi temi sia non avere leggi a riguardo? O che l’unica possibilità che ci è concessa, per difendere i nostri principi, sia l’obiezione di coscienza?
A livello politico, penso che occorra aver ben presenti i principi ispiratori sul piano antropologico e morale, ma che occorra anche essere capaci di utili mediazioni, sporcandosi le mani per ottenere il miglior bene possibile da un dibattito democratico che deve necessariamente conciliare visioni diverse, percezioni diverse del problema e soluzioni possibili.
Dobbiamo riconoscere che nella storia recente, in tante occasioni, noi cattolici abbiamo rinunciato ad un serio e costruttivo dibattito nel contesto democratico; ci siamo barricati dietro la difesa e l’affermazione dei principi “non negoziabili”, finendo per subire pesanti sconfitte sul piano politico-culturale e leggi mediocri, prive del nostro possibile contributo.

c. Il piano pastorale
L’approccio pastorale ad alcune questioni, deve tenere presente il bene dei singoli e quello della comunità cristiana.
Anche questo è un ambito di delicata mediazione, dove il solo appello ai principi, oltre che essere sgradevole per chi si sente escluso, diventa anche ingiusto, perché rischia di risolvere ogni questione in un approccio di tipo formale e legalistico, che non richiede alcun coinvolgimento della persona e sulla persona. Un esempio molto antico lo abbiamo nella Prima lettera di san Paolo ai Corinti, riguardo la possibilità di cibarsi delle carni di animali immolati agli idoli; Paolo afferma che non ci sarebbe alcun problema in questa prassi, a meno che questa scelta non rechi scandalo ad un fratello; il rispetto della coscienza del fratello più debole invita ad una scelta più rigorosa anche se, di per sé, non dovuta (Cfr. 1Cor 8).
Se la comunità ha un dovere di accoglienza nei confronti di tutti, tale accoglienza richiede un percorso di accompagnamento dei singoli e della comunità nel suo insieme. Non si può presumere che tutti siano consapevoli di cosa comporti accogliere una persona, di quali attenzioni siano necessarie o semplicemente opportune, quali limitazioni oggettive tale accoglienza richiede.
La comunità ha bisogno di essere formata per comprendere non solo i problemi, ma anche le singole persone. Quante esclusioni indebite dalla comunione eucaristica sono state compiute, solamente per disinformazione o ignoranza! Quanti giudizi affrettati ed escludenti sono stati pronunciati nelle nostre comunità verso persone che si trovavano in situazioni eticamente problematiche, ma che potevano essere accompagnate verso un chiarimento della loro situazione!
Il piano pastorale della questione riguarda soprattutto la responsabilità di una comunità nel formarsi in modo serio, per comprendere bene la realtà che si ha di fronte, conoscere il magistero autentico della Chiesa (non quello riportato dai giornali o dai social media) e le condizioni delle persone a cui ci si rivolge, cercando di proporre percorsi possibili e veri a chi vuole ripartire dopo esperienze di ferite o di scelte errate.

d. L’accompagnamento personale
«Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?» Era il 28 luglio 2013 quando, di ritorno dalla GMG di Rio de Janeiro, nel corso di una conferenza stampa, papa Francesco risponde con una domanda alla domanda di un giornalista. Ovviamente molta stampa ha censurato la parte centrale della domanda del Papa, alludendo ad un cambio della posizione della Chiesa sull’omosessualità.
Questa domanda del Papa, ci apre alla comprensione di un quarto piano delle questioni che ci interessano. Oltre il livello culturale, oltre il livello politico e pastorale, c’è un livello che riguarda l’accompagnamento personale; a tale livello si ha a che fare con una persona che è alla ricerca del Signore ed ha buona volontà, e che ha il diritto di essere accompagnata dalla Chiesa nella sua ricerca.
Ovviamente tale accompagnamento deve essere fatto con misericordia e verità, come direbbe il Salmo 84: “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (vv. 10-11).
Mi piacciono le parole di questo Salmo: sono molto vere. E’ una questione di amore, misericordia e di verità; l’amore non può ingannare nessuno, non può mai essere demagogico. La verità germoglia dalla terra perché è la realtà che ci viene incontro nella concretezza della vita di una persona, non nell’astrazione di un caso o di una teoria; la giustizia si affaccia dal cielo perché è Dio che, aiutandoci con il suo Spirito, ci aiuta a costruire un percorso possibile per quella determinata persona, senza trucchi, senza scorciatoie o inganni.
L’accompagnamento è prima di tutto un’esperienza di condivisione, è la scelta di camminare insieme, fianco a fianco, umilmente, mettendosi in ascolto – insieme – di una Parola che viene dal cielo e che nessuno può pensare di possedere nella sua pienezza, una parola che deve diventare carne in quella situazione concreta, ancorché ferita, umiliata, peccatrice …
L’accompagnamento ecclesiale non è un generico “volemose bbene“; ma è la scelta di compromettersi con la storia dell’altro, senza giudicare la persona, perché la persona non è il suo problema, non è il suo errore, non è il suo orientamento sessuale, non è la sua povertà, … ma è colui/colei che desidera ascoltare l’invito di Dio alla vita buona e vera, riconoscere la possibilità di accogliere il Signore nella propria casa e, insieme con lui e con i fratelli, trovare la via per seguire Gesù e la forza per cambiare e convertire la propria vita.

Questa ampia descrizione dei vari piani su cui è necessario affrontare le questioni più delicate, è il tentativo di invitare tutti a comprendere meglio quale sia il piano su cui, di volta in volta, ci stiamo confrontando quando ne parliamo insieme, evitando di accusarci pregiudizialmente di relativismo o rigorismo semplicemente perché ci poniamo su un piano differente e quindi in un contesto differente del nostro dire (o agire).
Abbiamo molto bisogno di darci una mappa condivisa per affrontare alcune questioni che riguardano la vita di alcune persone, perché il rischio di incomprensione reciproca e di confusione nell’azione pastorale è molto alto.

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