martedì 19 novembre 2019
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ex ospite di Casa Borgatti

I fantasmi del deserto: la storia di Bright

di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
mar 28 mag 2019 08:55 ~ ultimo agg. 31 mag 09:29
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Lampi nelle tenebre. È questa la prima impressione che investe chi ascolta un adolescente raccontare i primi frammenti di un viaggio migratorio. L’espressione è presa a prestito da Martin Buber. L’autore utilizza questa immagine per trasmettere il senso dell’istante, un intenso bagliore destinato a spegnersi rapidamente.

La genesi di ogni racconto ha l’aspetto del lampo, una successione di bagliori improvvisi, sarà il lento lavoro di narrazione e trascrizione a mettere in luce i ricordi, rendendoli chiari come il riflesso lunare. I lampi sono ricordi spesso dolorosi e traumatici, momenti di sconforto e di abbandono, di grandi deprivazioni e spietate umiliazioni. L’ascolto autentico, non giudicante, permette di creare un argine, capace di contenere e veicolare il flusso vorticoso dei ricordi.

Il racconto di Bright

Bright è un ragazzo nigeriano di 18 anni, ex ospite di Casa Borgatti, giunto in Italia come minore non accompagnato, dopo un lungo viaggio attraverso il deserto e la Libia.

È stato inserito nel progetto S.P.R.A.R. del Comune di Rimini e durante la sua permanenza in Comunità, ha affidato i ricordi della sua odissea all’educatore Luca Finocchiaro.

La storia di Bright è stata una successione di “lampi nelle tenebre”, un susseguirsi di ricordi riemersi da un silenzio appreso, autoimposto e curativo.

Il ragazzo ha trovato nel racconto di sé la propria cura, la più semplice e la più antica, eternamente valida perché radicalmente umana.

deserto

Un viaggio attraverso il deserto, le prigioni della Libia e le onde del mare

Mi chiamo Bright, sono nato a Egor in Nigeria il 14 Maggio del 2000. Ho vissuto nella mia città fino al 2015, anno della mia partenza.

Fino a quando era vivo mio padre ho vissuto una vita normale. Alla mia famiglia non mancava niente. Eravamo in cinque: mio padre, mia madre e i miei due fratelli.

Un giorno, quando avevo 12 anni, è arrivata una telefonata a casa da parte dell’ospedale, ci avvisavano che mio padre aveva avuto un incidente automobilistico. Quando mia madre è arrivata in ospedale, mio padre era già morto. L’ultimo ricordo che ho di lui è in una giornata trascorsa con tutta la famiglia al bowling. Lo ricordo gentile e affettuoso, avevo un buon rapporto con lui.

La vita nei villaggi della Nigeria

Mio padre è nato in un villaggio della Nigeria. All’interno del suo clan familiare lui, come i suoi fratelli, sono considerati sciamani, “portatori di magia”. Una magia potente, che incute timore e rispetto, perché capace di far accadere le cose e guarire le persone.

Secondo la tradizione del suo clan, ogni anno bisogna sacrificare un animale (capra o mucca) e utilizzarne il sangue fuoriuscito per ricoprire il totem. Il totem rappresentante la divinità che protegge la famiglia. Per il suo clan il totem rappresenta Dio.

Attraverso il sacrificio degli animali è possibile chiedere alla divinità di aiutare una persona ammalata a guarire e a risolvere i suoi problemi. Quando mio padre è morto, la sua famiglia voleva trasmettere a me il suo potere e farmi entrare all’interno del clan per praticare la loro religione animista.

L’unico modo per poter rinunciare a questo potere magico è quello di rivolgersi a un pastore cristiano molto potente che, attraverso un rito, può togliere la magia per lasciare spazio ad altro. Mia madre è cristiana e perciò si è rifiutata di farmi diventare l’erede di una tradizione a cui lei non ha mai creduto. Anche io non ero d’accordo perché credo nel Dio dei cristiani e rifiuto ogni forma di sacrificio animale.

Quando la mia famiglia paterna ha compreso che mia madre e io eravamo irremovibili rispetto alla decisione, ci hanno imposto di lasciare la casa in cui abitavamo, perché era di loro proprietà.

Ci siamo dovuti trasferire a casa di mia nonna materna, nel villaggio di Udo. Qui la nostra vita è cambiata profondamente. Per mangiare dovevamo lavorare tutto il giorno nel campo. Quello che raccoglievamo serviva per far mangiare la mia famiglia. Solo poche volte siamo riusciti a vendere al mercato la verdura avanzata.

Un giorno mia madre ha deciso di lasciare il villaggio per cercare lavoro in una città, Barak. Riuscì a trovare lavoro come donna delle pulizie in un hotel.

La mia famiglia paterna continuava a cercarmi anche da mia nonna e insistevano affinché andassi con loro e prendessi posto all’interno del clan. Volevano che ereditassi la “magia” di mio padre. Erano arrivati alle minacce, mi avrebbero ucciso se rifiutavo ancora.

Mi avevano fatto capire che non avevo altra scelta. Per aiutarmi mia madre ha venduto l’unico pezzo di terra che aveva, mi diede i soldi e mi chiese di scappare in un altro paese. Era Ottobre del 2015, avevo 14 anni.

Perché un viaggio in Italia

Attraverso la tv e internet avevo capito che in Italia aiutavano i ragazzi come me, quindi la mia prima idea fu quella di venire qui. Sapevo anche che per arrivare in Italia bisognava passare dalla Libia, ma non immaginavo cosa volesse dire attraversarla.

Sapevo che c’erano dei pericoli ma non immaginavo quanti. Ricordo l’ultimo giorno che ho visto la mia famiglia, è stato molto doloroso salutarli, ma per me non c’era altra scelta. Il mio viaggio è cominciato il 10 Ottobre a bordo di un pulmino. Eravamo 25 persone in un mezzo che ne conteneva 9.

Ho pagato circa 600 euro, più di 200.000 naira della moneta nigeriana, per arrivare in Libia. Ci sono voluti 10 giorni di viaggio attraverso il deserto. Viaggiavamo per tutto il giorno, l’autista si fermava solo di notte per farci dormire sulla sabbia che in quel periodo dell’anno è ancora calda.

 

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