giovedì 18 aprile 2019
In foto: La mappa "incriminata"
di Redazione   
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ven 12 apr 2019 17:42 ~ ultimo agg. 18:27
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Una gaffe grafica della Gazzetta dello Sport sui vini romagnoli, in occasione di un articolo pubblicato per Vinitaly, dà lo spunto al Presidente della Strada dei vini e dei Sapori dei Colli di Rimini Sandro Santini per una riflessione a briglia sciolata sulla visibilità della zona vinicola di Rimini, alle prese anche con luoghi comuni e stereotipi legati alla fama balneare del territorio.

“Nell’inserto della Gazzetta dello Sport su Vinitaly, la regione Emilia-Romagna veniva rappresentata nella sua veste politico-enoica e sulla sua estremità più orientale campeggiava un vigoroso grappolo d’uva che ne troncava definitivamente il perimetro. Fatto… Rimini non esiste più. La provincia di Rimini diventa uno spazio vuoto sul quale apporre un’immagine decorativa, un fregio, un vezzo pittorico appena abbozzato, una punta di leggerezza artistica in mezzo a tanta potenza enologica. E così, mentre sul resto della regione campeggiano bottiglie di tutti tipi a Rimini soffochiamo sotto un grappolo bello pesante, sembra dire: qui non c’è niente dal punto di vista enologico.

Facciamo almeno vedere da dove viene il vino; non foss’altro per dare colore, simpatia e spessore fumettistico alla geografia elementare di questa immagine. Anche il bicchiere con un bel rosso dentro, altro attacco d’arte ornamentale, per non fare ombra ad una delle nostre magie enologiche regionali è stato messo in “ Toscana ”! Su’ Rimini, invece, il problema di togliere spazio a qualche produttore o a qualche eccellenza enologica non sussiste; se ne riparlera’, quando la Gazzetta farà un inserto sul balneare, sulle turiste o sulla piadina.

Del resto è storia antica, la prima volta che ordinai delle Barriques ad un rivenditore toscano, saputa la mia provenienza, mi disse: “ma lei più che barriques deve ordinare brandine”. Abbiamo voglia noi a investire, fare vigne, dotarci dei migliori enologi, cercare sempre più di esaltare la nostra vocazione rurale tramite una produzione enologica di tutto rispetto. Il riminese deve rimanere un  figlio di un Dio minore buono tutt’al più per recepire migliaia di ettolitri di vino sfuso con il quale fare scendere bocconi mal masticati a turisti low cost.

A nulla è valsa anche l’istituzione di una doc specifica, la Colli di Rimini, per ribadire la nostra vocazione enologica. Via! Tutto cancellato; con buona pace dell’Enoteca regionale e dei suoi amministratori, molto attenti ai destini dei singoli territori. Eppure c’è stato un momento in cui Rimini sembrava l’astro nascente dell’enologia regionale.

Ricordo dirette televisive degne di Sanremo per distribuire i premi più prestigiosi, uno stand al Vinitaly dove la scritta RIMINI WINESTYLE era la prima cosa che si vedeva entrando nel padiglione dell’ Emilia Romagna; ricordo la corsa emulativa delle cantine nel cercare di sviluppare l’ultima prodezza enoica da comunicare all’universo mondo, ricordo Lucio Dalla alla presentazione di Castel Sismondo, Muccioli, San Patrignano, Cotarella, il Convitto di Romagna e il Gambero Rosso che ci presentava come la nuova Bolgheri. Ma come tutte le età dell’oro anche quella di Rimini è finita. Schiacciata da un nuovo paradigma enologico.

Ad un certo punto si è deciso che i canoni del vino di qualità, quello con la V maiuscola, fossero del tutto diversi da quelli che ci avevano fatto considerare un astro nascente. Laddove campeggiavano vini iper premiati, che erano più dei mangia bevi che delle sostanze liquide ora in tutta la Romagna compreso a Rimini la nuova stella polare diventava la  Borgogna senza tenere conto delle caratteristiche del territorio dove viviamo e lavoriamo.

Certo la nuova strada è percorribile senza problemi da chi ha il terroir giusto, ma è difficile pensare che come dei nomadi terrieri avremmo dovuto trasferire tutte le nostre aziende a 400 m di altitudine e sviluppare l’eleganza borgognona tanto decantata quanto sconosciuta e impraticabile. Costantemente tirati per la giacchetta da questa assurdità prima di tutto imprenditiva abbiamo perso la bussola come quando si e’ voluto adattare la Ducati allo stile di guida di Valentino Rossi… un caos.

E così, oggi, rischiamo di diventare degli zombi enologici sui rossi e dei fantasmi sui bianchi”. L’inserto della Gazzetta dello sport “si guarda bene dal parlare della nostra varietà enologica. Voglio sperare che sia solo ed esclusivamente una scelta dei giornali e che i denari delle istituzioni non centrino niente perché altrimenti dovremmo subito mettere in conto di passare alle Marche sperando di avere maggiore fortuna”.

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