domenica 24 marzo 2019
di Icaro Sport   
lettura: 7 minuti
sab 23 feb 2019 00:04 ~ ultimo agg. 00:12
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Domenica 24 marzo alle ore 18:00 l’Allianz Dome di Trieste ospiterà l’edizione 2019 dell’Old Star Game, tra i convocati anche Roberto Casoli, attuale allenatore dell’Under 20 dei Crabs, ma che tutti ricordano per il suo grande passato da giocatore.

Casoli sarà impegnato in un “derby” amichevole fra i giocatori che hanno fatto la storia della Pallacanestro Trieste contro quelli della Pallacanestro Gorizia.

Una manifestazione che rende felici i giocatori che hanno la possibilità di rivivere vecchie sfide, i tifosi che potranno vedere in campo i loro beniamini del passato ma la manifestazione è soprattutto rivolta alla solidarietà. Infatti, i fondi raccolti dall’incasso dei biglietti (venduti già 3mila) saranno devoluti al Charity Partner Officina Creativa – Made in Carcere, una cooperativa sociale non a scopo di lucro che produce e vende manufatti, borse, e altri accessori confezionati da detenute alle quali viene offerto un percorso formativo con lo scopo di un reinserimento nella società lavorativa.

Sono stati tanti i giocatori convocati che hanno risposto presente per questa giornata di sport e divertimento.

Per Trieste oltre a Roberto Casoli, rimetteranno i piedi sul parquet agli ordini di Bodgan Tanjevic anche Dino Meneghin, Gregor Fucka, Dejan Bodiroga, Nando Gentile, Alberto Tonut, Larry Middleton, Andrea Pecile, Davide Cantarello, Claudio Pilutti, Sylvester Gray, Rich Laurel, Teoman Alibegovic, Anielllo Laezza, Paolo Calbini, Claudio Pol. Bodetto, Massimo Gattoni, Boris Vitez, Roberto Ritossa, Mauro Bonino, Marco Pilat, Andrea Gianolla, Paolo Lanza, Ezio Riva, Franco Meneghel, Carlo Fabbricatore, Andrea Ceccotti, Ricky Oeser, Franco Pozzecco, Rogelio Zovatto, Doriano Iacuzzo, Fabrizio Zarotti, Benito Colmani, Marino Sterle, Paolo Zini, Furio Steffè.

Per Gorizia sotto le direttive di Tonino Zorzi, Paolo Bosini e Fabrizio Frates, scenderanno nuovamente in campo Roscoe Pondexter, Alberto Ardessi, Moreno Sfiligoi, Roberto Premier, Michele Mian, Stjepan Stazic, Corrado Fumagalli, Roberto Fazzi, Marco Spangaro, Federico Bellina, Livio Valentinsig, Claudio Soro, Davide Turel, Otello Savio, Rino Bruni, Nereo Gregorat, Giordano Marusic, Marco Campestrini, Mauro Lorenzi più Sylvester Gray, Alberto Tonut e Claudio Pol Bodetto, che giocheranno con entrambe le squadre, in quanto hanno militato anche nella Dinamica di Frates.

Per Roberto Casoli una bella occasione di ritrovare vecchi amici e ricordare vecchie sfide. Prima di partire per Trieste ha voluto raccontare la sua storia da giocatore, dagli inizi a Reggio Emilia, passando per la Fortitudo Bologna, venendo a giocare a Rimini, poi Varese ed arrivando proprio a Trieste dove domenica rincontrerà i “vecchi” compagni di squadra.

Roberto, ogni giocatore si ricorda il primo momento con la palla a spicchi. Ci racconta il suo?
“Non avevo idea di cosa fosse la pallacanestro, io nuotavo. Nuotavo da quando ero piccolo e avrei continuato a nuotare. Poi un giorno un amico del mio istruttore venne in piscina, mi vide alto, coordinato, strutturato ed iniziò a parlare con me e con i miei genitori per convincerci che dovevo provare a giocare a basket. Avevo 11 anni, andai a provare ma non avevo idea di cosa fosse. Mi era stata data una palla in mano, e le prime volte giravo per il campo cercando di capire cosa fare, poi al terzo allenamento ho iniziato a capire e ho cominciato a divertirmi, le gare con i compagni, le sfide con le altre squadre; ho iniziato a giocare a pallacanestro e non ho più smesso”.

È a Reggio Emilia, città che può vantare un settore giovanile che fa invidia a tante realtà…
“Sì, è sicuramente uno dei settori giovanili migliori d’Italia e io sono stato molto fortunato a farne parte. Superata la fase del minibasket ho iniziato con il settore giovanile a 14 anni, a 16/17 ho iniziato ad allenarmi e ad andare in ritiro con la prima squadra. Ho partecipato per tre anni consecutivi alle finali nazionali del campionato U18 eccellenza, e ogni anno siamo arrivati quinti. Eravamo una squadra costante e compatta, e intanto continuavo ad allenarmi con la prima squadra. Compiuti i 19 anni, la società disputava la Serie A2 e decise di puntare su un gruppo di giovani promettenti, i suoi giovani. C’eravamo io, Cavazzon, Londero, Usberti, due americani importanti tra cui Mike Mitchell, che ora non c’è più ma che ricordo con grande affetto. Abbiamo giocato assieme un solo anno, ma credo sia il giocatore straniero che ricordo con più affetto. Mi prese da subito sotto la sua ala e mi ha insegnato cosa volesse dire essere un giocatore di pallacanestro”.

Arriva la promozione in Serie A con Reggio Emilia, come cambia la sua carriera?
“Avevamo disputato un campionato da protagonisti, avevamo conquistato la promozione e per me erano arrivate anche le chiamate in Nazionale U20 e con la Nazionale Maggiore. Ad inizio anno sembrava io dovessi essere il quarto “lungo” della squadra, invece mi ero ritagliato i miei 28 minuti a partita. Giocai minuti importanti anche nello spareggio contro Reggio Calabria, tutto mi sembrava un sogno; la verità è che se ti fai un gran sedere in palestra poi i sogni si avverano. Questo è uno dei concetti che più spero di trasmettere ai ragazzi che alleno sperando di poter esser per loro quello che per me sono stati i miei allenatori. Ne ho avuti tanti, e senza voler togliere niente a nessuno devo dire un grande grazie a Giordano Consolini che mi ha allenato gli ultimi due anni delle giovanili e che mi ha cambiato come giocatore, e Virginio Bernardi che mi ha lanciato in Serie A a Reggio”.

Dopo Reggio Emilia va a Bologna e poi arriva a Rimini.
“Dopo l’annata vinta con Reggio Emilia arrivano molte chiamate da parte di squadre di Serie A, tra cui anche dalla Fortitudo Bologna. Avevo 20, mi trasferisco a Bologna, gioco in Serie A con compagni di un certo livello: Fumagalli, Esposito, Dan Gay, Dalla Mora, Dallas Comegys, Aldi, tutti giocatori che avevano già vinto scudetti, coppe, partecipato a competizioni importanti, io ero il ragazzino del gruppo. Mi alleno, mi alleno sempre anche più degli altri, e arriva un’annata trionfale. Continuano ad arrivare le convocazioni in Nazionale U20, manifestazioni, Mondiali, University World Game, raduni anche con la Nazionale Maggiore, ed inizio a fare parte del giro che conta. Finita la stagione prendo una decisione che qualcuno potrebbe definire folle, ma decido di tornare a giocare in A2 dove posso ritagliarmi più spazio, e vengo a Rimini. A Rimini la città, i tifosi, tutti si aspettano un anno trionfale, e per un certo punto di vista è così, solo che perdiamo gara5 di finale playoff contro Venezia e non conquistiamo la promozione in Serie A. Delusione e rammarico, perché ci avevamo creduto tutti, avevamo dato il massimo, ma non era bastato”.

Da Riminia torna a Bologna, poi Varese, Grecia e arriva a Trieste.
“Dopo il dispiacere a Rimini torno a Bologna per un anno di transizione ed in fine arrivo a Varese. A Varese arrivo in una squadra di giocatori incredibili: Pozzecco, Meneghin, De Pol, tanti giocatori italiani, un gruppo super ed una stagione entusiasmante, tanto che ci qualifichiamo per la Coppa Korać. Arrivano buoni risultati anche in coppa, arriviamo quarti e ci qualifichiamo per l’Eurolega. Ero contentissimo, aspettavo fine anno per decidere cosa fare, ma non so perché mi ritrovo senza squadra. Arriva un’offerta dalla Grecia, inaspettata ed io entusiasta la prendo al balzo. Più ci ripenso e più sono convinto che sia stata un’esperienza incredibile e ringrazio per averla fatta. Penso ai ragazzi che alleno, e auguro anche a loro di avere la possibilità di andare a giocare all’estero, perché ti apre ad un mondo diverso. C’è una diversa visione dello sport, della pallacanestro, come si vive la giornata, il gruppo, essere lo “straniero” fuori dall’Italia. Per me è stata un’esperienza formativa, soprattutto dal punto di vista del carattere. Della Grecia ricordo soprattutto una partita contro il Panathinaikos, dove come “lungo” giocava un certo Dino Rađa. Il Panathinaikos arrivava da una striscia vincente di 15 o 20 vittorie, era campione d’Europa ma noi riusciamo a batterlo. Io quella partita me la ricorderò sempre, non posso dire di aver fatto il sedere (l’espressione è in realtà più colorita, ndr) a Rađa perché non è vero, ma giocai veramente bene, giocai tanti minuti ed è una delle partite della mia carriera che più ricordo con piacere”.

Arriva a Trieste e si innamora perdutamente.
“Sì, dopo la Grecia arrivo a Trieste. Ero stato operato quindi arrivo a Trieste per un mese di prova, e dopo un mese di prova praticamente non me ne vado più. Sono rimasto cinque anni, cinque anni bellissimi, cinque anni di Serie A, di coppa, ritorno in nazionale con la chiamata di Recalcati per partecipare alle qualificazioni europee. Sono stati cinque anni di gioia, dolore, successi, sconfitte, cinque anni fantastici come se fossi stato a casa mia. A Trieste nascono anche i miei figli Niccolò e Rebecca, ricordo addirittura che ero all’ospedale con mia moglie e c’era un gruppo di trenta tifosi lì per noi, non sarei mai voluto andare via da quella meravigliosa città. Sono stati cinque anni fantastici, la città, i tifosi, la società, tantissimi compagni. Di compagni ce ne sono stati veramente tanti e sono sicuro che se iniziassi a nominarli me ne dimenticherei qualcuno, ma voglio ricordare Conrad McRae, un ragazzo d’oro che purtroppo non c’è più. Però quei cinque anni a Trieste sono un ricordo indelebile nella mia memoria, io e mia moglie c’eravamo innamorati della città, dell’atmosfera: i tifosi, il palazzetto nuovo, facevamo parte di una grande famiglia e non ci saremmo mossi da lì nemmeno portati via dalla bora, era casa nostra. Avevo appena rinnovato per altre tre stagioni a Trieste, ma imbocchiamo una stagione storta, retrocediamo all’ultima partita per differenza canestri e la società fallisce, e questo è l’unico motivo per cui sono dovuto andare via”.

L’addio a Trieste fino al ritorno a Rimini.
“Dopo Trieste ho girovagato un po’ per i parquet italiani: in Legadue con la Virtus Bologna, vittoria del campionato e la Virtus torna in Serie A, poi Roseto, due anni a Fabriano, uno a Pavia, due stagioni ad Avellino. Ho girato diverse città alternando Serie A e A2, iniziando ad essere un po’ “l’anziano del parquet” facevo da chioccia ai giovani ragazzi italiani e stranieri che sognavano un futuro da giocatore. A 40 anni mi sono ritrovato a giocare in Serie B e ho capito di esser arrivato dove volevo, giocare fino ai 40 anni, ed era arrivato il momento di appendere le scarpette al chiodo. A quel punto sono ritornato con tutta la famiglia a Rimini ed ho iniziato ad allenare per alcune società fino ad arrivare ai Crabs due anni fa. L’anno scorso la società mi ha voluto dare fiducia, affidandomi l’U18 Eccellenza e quest’anno sto continuando con alcuni di quei ragazzi un percorso di crescita in Under 20. Ho avuto tanto dalla pallacanestro, e spero di riuscire a trasmetterlo ai ragazzi che alleno. La passione, la voglia, gli allenamenti duri, il migliorarsi sempre, aspetti molto più importanti della sola tecnica”.

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