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Chi ha paura del dialogo?

Andrea Turchini

22 luglio 2018, 09:53

Da più di cinquant’anni, con i documenti del Concilio Vaticano II, il termine dialogo è stato “sdoganato” all’interno della comunità cattolica, e il processo collegato è stato scelto come una delle vie attraverso cui la Chiesa svolge la sua missione nel mondo contemporaneo.
Eppure, dopo più di cinquant’anni, proprio all’interno della Chiesa cattolica c’è ancora chi guarda con grande sospetto e diffidenza il processo del dialogo, considerandolo lesivo dell’affermazione della verità di cui la Chiesa è “custode” e annunciatrice.

Succede anche in questi giorni e nella nostra città.
A fronte di un’intervista concessa dal Vescovo (Cfr Il Ponte del 22 luglio 2018) sulla questione del Summer pride e della processione riparatrice a cui era stato invitato, alcuni si sono levati per evidenziare che mons. Lambiasi, nel suo intervento, eccederebbe nella simpatia per il dialogo a spese dell’affermazione della verità sul tema della omosessualità, da dichiarare intrinsecamente disordinata.

E’ evidente che le prospettive di approccio al tema sono totalmente diverse, come appare nell’intervista: da parte di chi definisce la posizione del Vescovo “cerchiobottista” (sic!), prevale la preoccupazione di riaffermare una verità assoluta, fondata nella Scrittura e confermata dal Catechismo della Chiesa Cattolica; da parte del Vescovo (e di molti altri vescovi citati i questo articolo di Avvenire), pur ribadendo e citando gli stessi documenti senza alcuna ambiguità,  prevale l’attenzione a creare occasioni di dialogo e apertura con le persone concrete – soprattutto coloro che indipendentemente dall’orientamento sessuale si definiscono e riconoscono come cattolici e discepoli di Gesù -, per avviare un cammino di fede e cercare di accompagnare i passi per far crescere la fede e la chiamata alla pienezza di vita nella Chiesa.

Perché la prospettiva del Vescovo dovrebbe essere considerata pericolosa?
Perché non ci si dovrebbe fidare delle sue buone intenzioni e del suo desiderio di annunciare tutta la verità?
Perché questa paura del dialogo quando la Chiesa (e non solo “quella di Papa Francesco” che su questo e altro viene ritenuto assolutamente poco affidabile e poco ortodosso da una certa apologetica cattolica) nei suoi documenti magisteriali, da molti anni, lo riconosce come una via da privilegiare per l’annuncio del Vangelo?

Mi sono andato a rileggere alcuni testi della Gaudium et spes – Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – e li ho trovati ancora illuminanti, dopo più di cinquant’anni. Ne riporto solo due passaggi:

Il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo. Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l’amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose. Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la colpevolezza interiore di chiunque. (GS 28)

La Chiesa, in forza della missione che ha di illuminare tutto il mondo con il messaggio evangelico e di radunare in un solo Spirito tutti gli uomini di qualunque nazione, razza e civiltà, diventa segno di quella fraternità che permette e rafforza un sincero dialogo.
Ciò esige che innanzitutto nella stessa Chiesa promuoviamo la mutua stima, il rispetto e la concordia, riconoscendo ogni legittima diversità, per stabilire un dialogo sempre più fecondo fra tutti coloro che formano l’unico popolo di Dio, che si tratti dei pastori o degli altri fedeli cristiani. Sono più forti infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono; ci sia unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità. (…) 
Per quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora l’autore, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere.
Essendo Dio Padre principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E perciò, chiamati a una sola e identica vocazione umana e divina, senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace. (GS 92)

Metto in fila schematicamente alcuni elementi che mi paiono rilevanti:
– il dialogo nasce da un’umanità e da un amore che si fa attenzione all’altro, accogliendolo nella sua realtà concreta;
– il dialogo richiede la capacità di distinguere tra errore ed errante; a quest’ultimo deve essere sempre riconosciuta la dignità di persona e da questa partire;
– il dialogo deve essere vissuto come stile prima di tutto all’interno della Chiesa (e su questo facciamo non poca fatica), testimoniando attraverso di esso mutua stima, rispetto e concordia oltre che la legittimità di essere diversi;
– il dialogo non esclude nessuno, neanche coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo documento, pur godendo del carattere di magistero straordinario (il più alto), risente del pensiero ottimistico degli anni ’60 del secolo scorso, tempo in cui si guardava con fiducia e speranza ai processi di pacificazione e riscatto in tante parti dell’umanità.
Riporto allora alcuni frammenti di un’enciclica di san Giovanni Paolo II dedicata alla missione (Redemptoris missio, nn. 55-57), autore ritenuto “più affidabile” da alcuni esponenti ecclesiali.

Tutto ciò il Concilio e il successivo Magistero hanno ampiamente sottolineato, mantenendo sempre fermo che la salvezza viene da Cristo e il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione(…) Il dialogo deve esser condotto e attuato con la convinzione che la chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza. 
Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma è un’attività che ha proprie motivazioni. esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole. Con esso la chiesa intende scoprire i «germi del Verbo», «raggi della verità che illumina tutti gli uomini» germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell’umanità. Il dialogo si fonda sulla speranza e la carità e porterà frutti nello Spirito (…) Il dialogo tende alla purificazione e conversione interiore che, se perseguìta con docilità allo Spirito, sarà spiritualmente fruttuosa (…)
Sapendo che non pochi missionari e comunità cristiane trovano nella via difficile e spesso incompresa del dialogo l’unica maniera di rendere sincera testimonianza a Cristo e generoso servizio all’uomo, desidero incoraggiarli a perseverare con fede e carità, anche là dove i loro sforzi non trovano accoglienza e risposta. Il dialogo è una via verso il regno e darà sicuramente i suoi frutti, anche se tempi e momenti sono riservati al Padre. (At 1,7)

Sono solamente frammenti di un documento molto vasto, ma molto significativi e, con le dovute precisazioni, molto positivi riguardo al dialogo.

Ritorna la domanda: chi ha paura del dialogo?
Soprattutto, chi ha paura del dialogo quando è fatto con persone che desiderano interrogarsi sul loro rapporto con Cristo e con la Chiesa pur vivendo in condizioni che chiedono di essere illuminate e sostenute?
Perché si deve subito alzare la voce quando qualcuno tenta di percorrere quella via consigliata dalla Chiesa nel suo magistero più autorevole?
Perché si deve attaccare una persona come il Vescovo, definendo la sua posizione “cerchiobottista”, invece che aprire una sessione di dialogo interno e pubblico su un tema che coinvolge molte famiglie e ormai tutte le comunità?
La mancanza di stima nel dialogo è il sintomo e, contemporaneamente, la causa della nostra fatica a confrontarci anche all’interno della Chiesa, dove ormai si ripropongono i medesimi schemi e le medesime dinamiche conflittuali che ritroviamo nel contesto politico, sociale e culturale che ci circonda.

Quella che il Vescovo ha lanciato, esponendosi personalmente, poteva e potrebbe essere un’ottima occasione. Sta a noi non impacchettarla in alcuni schemi pregiudiziali e rigidi e concederci la possibilità di tentare la via dell’incontro, dell’ascolto, della conoscenza, … da cui può nascere la possibilità di condividere lo stesso itinerario di fede nella Chiesa.

Proprio ieri (venerdì) ha risuonato con forza una frase del Vangelo che mi sembra sia rivolta a tutti noi: «Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa»(Mt 12,8)Penso che, sia nei rapporti interni alla comunità cristiana, che nelle relazioni di incontro con chi si sente o si trova all’esterno, il criterio della misericordia – che non è mai alternativo alla giustizia – possa guidarci per costruire quei momenti di incontro e di dialogo di cui non possiamo fare a meno se vogliamo annunciare il Vangelo.

 

Andrea Turchini

Andrea Turchini

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