Rimini FC. Alex Buonaventura, molto più di un bomber

in foto: Alex Buonaventura con la maglietta celebrativa della promozione in D

Alex Buonaventura è arrivato al Rimini due anni fa con la speranza di diventare il centravanti della risalita di
una squadra costretta a ripartire dall’Eccellenza dopo il fallimento della presidenza De Meis. In Romagna l’attaccante di Pordenone non solo ha vinto due campionati di seguito, ma si è anche scoperto goleador, mettendo assieme in questo biennio 48 gol tra campionato e coppa (32 in Eccellenza, 16 in serie D), più di quanti ne abbia siglati nelle precedenti sei stagioni (47), trascorse tra D e C2 (a Forlì nel 2012-’13). Eppure misurare il valore di Buonaventura sulla base dei gol è riduttivo e fuorviante, perché si tralascia la dimensione dominante del suo calcio, quella associativa. Ovvero la sua sensibilità nel leggere e legare il gioco, aiutare la squadra a risalire il campo e lavorare in funzione del compagno.

“La maggior parte della gente guarda di più i numeri rispetto a ciò che uno produce a livello di gioco – racconta Buonaventura, che ho avuto il piacere di incontrare un paio di settimane fa – in tanti campionati non sono andato oltre la doppia cifra, però giocavo 34 partite. E perché ne facevo 34? Perché per il bene della squadra ero utile come collante tra i reparti. Il fatto di avere una buona visione di gioco, di essere anche altruista, di venire a cercare la palla anziché rimanere statico a centro area per me ha sempre rappresentato una fortuna, perché utilizzavo la mia fisicità unita a una buona tecnica di base. Mi piace giocare per gli altri e fraseggiare con la squadra: da una parte quando faccio segnare un compagno sono contento per la giocata, però dall’altro sono stato anche criticato perché segnare meno reti diventava un limite che ti trascinavi gli anni successivi, in cui eri costretto a giustificare i tuoi numeri”.

Icaro Sport. Rimini-Mezzolara 4-1, il servizio

    Un esempio delle sue qualità da regista: qui Buonaventura riceve alle spalle del centrocampo del Mezzolara, attirando su di sé l’attenzione dell’intera difesa emiliana. Il suo dribbling permette ad Ambrosini di aprirsi indisturbato sul centro sinistra, prima di essere servito con un elegante tocco di esterno del compagno d’attacco.

    In passato gli allenatori avevano cercato di assecondare le sue inclinazioni arretrandone il raggio d’azione, in una posizione che gli consentisse di toccare più palloni e di agire quasi da play offensivo, richiedendogli però un lavoro atletico spossante in fase difensiva, che inevitabilmente ne ha intaccato la lucidità negli ultimi metri, essendo costretto a coprire più campo. “Negli anni precedenti mi avevano spostato sull’esterno. A Forlì avevo iniziato largo a sinistra, poi per fisicità mi hanno rimesso al centro, mentre ancora prima a Civitanova ero attaccante esterno pieno, perché da lì guardavo sempre in faccia l’avversario e avevo la possibilità di calciare, imbucare il compagno ed essere quindi parecchio coinvolto e più decisivo rispetto al ruolo di punta centrale, in cui giochi spalle alla porta. Con 8-9 anni in meno ammortizzavo meglio la corsa, dalla mia parte comunque agiva un centrocampista di contenimento che mi dava più libertà in fase offensiva e di andare a ricevere tra le linee. Ero una specie di trequartista che partiva dalla fascia”.

    Proprio per la sua capacità di accentrare il gioco e svuotare l’area, ho sempre visto Alex come un centravanti moderno che lavora da terminale unico, invece mi ha ribadito che si sente più a suo agio quando può spartirsi l’area con un altro centravanti. “I migliori campionati li ho fatti con una prima punta che andava a fare sportellate in area e mi permetteva di arretrare e giocare da rifinitore. Mi fa comodo avere un riferimento davanti, in modo da poter svariare sul fronte offensivo e creare le occasioni, come mi era già capitato a Civitanova con Traini, che ho ritrovato qui. Fare la prima punta ovviamente non mi è dispiaciuto: ad esempio quando gioco con Ambrosini, un altro che sa muovere la palla, davanti ci alterniamo”.

    È innegabile però il salto di qualità avvenuto a livello di finalizzazione in questi due anni, al punto che la
    percezione si è completamente ribaltata: oggi Buonaventura è considerato soprattutto per i gol, più che per il contributo diffuso alla fase offensiva. “Devo fare una statua ad Adrian Ricchiuti e Marco Martini, l’allenatore in seconda, ma anche a Drudi e Mastronicola. Mi hanno dato una mano perché vedevano in me delle enormi potenzialità: si chiedevano come fosse possibile che un giocatore con i miei mezzi a fine raggiungesse risultati non bassi, ma comunque inferiori alle sue possibilità. Ed è un po’ la realtà dei fatti: le stagioni passate nelle partite in cui facevamo 3, 4 o 5 reti, io segnavo il primo gol poi quasi mi accontentavo. Invece Adrian mi ha spronato a crescere da questo punto di vista e continuiamo a lavorarci. Quest’anno ho “raddoppiato” i gol di testa che hanno sempre costituito un punto debole, avendone segnati due ed entrambi molto belli. Oggi ho più fame sotto porta. Un esempio è il 4-0 contro il Sasso Marconi: cercare fino all’ultimo minuto il gol e più in generale cercare di migliorare è un motivo di orgoglio per me e per i compagni, che hanno sempre nutrito la massima stima e fiducia in me, anche in quelle gare in cui ero acciaccato, facendomi sentire importante. In più aver fatto parte in questo biennio di un gruppo vincente mi ha aiutato molto: quando giochi per vincere sempre, per un attaccante avere 2-3 opportunità a partita ti facilita”.

    Icaro Sport. Rimini-Marignanese 5-0, il servizio


      Il 5-0 alla Marignanese della passata stagione. Voce del verbo “sentire la porta”.

      Provando a fare l’avvocato del diavolo, gli ho chiesto quindi se questo suo stile, votato più alla costruzione che non alla finalizzazione del gioco, malgrado il talento indiscutibile e immagino un buon livello di prestazioni mantenuto negli anni, non ne abbia in un certo senso limitato lo sviluppo della carriera (ha disputato soltanto una stagione tra i professionisti, quella già citata a Forlì), specie nelle serie inferiori in cui è più difficile visionare i giocatori e i tabellini talvolta possono assumere una rilevanza superiore rispetto a valore assoluto e caratteristiche dei giocatori. “Io faccio il mea culpa perché magari ci sono attaccanti in categorie superiori che hanno la metà delle mie capacità e il fatto di non essere arrivato è appunto una mia colpa, unita a una dose di sfortuna nei momenti topici della carriera nel prendere le scelte sbagliate. Da questo punto di vista devo ringraziare l’ultima persona che mi segue, perché da quando lavoro con lui non abbiamo sbagliato niente. Però è anche vero che in queste categorie in cui ci si basa soprattutto su presenze e gol è stato un limite non averne mai segnati troppi”.

      FONDAMENTALI
      Analizzando i fondamentali di Buonaventura, ho sempre avuto l’impressione che la qualità della sua visione di gioco si rifletta nel primo controllo, che gli permette di divincolarsi dalla marcatura e aprirsi lo spazio per la giocata successiva. Con il controllo orientato, che solitamente esegue sia con l’interno destro sia con il sinistro (specie quando deve addomesticare dei palloni lunghi) portandosi la palla sull’altro piede, comprime sì i tempi di esecuzione, senza però cercare di accelerare il ritmo della sua azione. Al contrario, lo stop vuole essere il viatico che lo aiuta a prepararsi con calma e pulizia la migliore giocata possibile.

      “Avere una buona tecnica di base aiuta, specie se abbinata a una buona visione di gioco. Quando sai dove posizionarti e da dove arriva il difensore, con un buon controllo fai già più del 50% del lavoro. Ad alti livelli poi dicono che il controllo incida ancora di più: Higuain ad esempio segna tanto in serie A perché non sbaglia mai il controllo. Sa da dove arriva la palla, dov’è la porta, la stoppa e fa gol”.

      Icaro Sport. Forlì-Rimini 1-1, il servizio


        In quest’azione nel match di ritorno contro il Forlì, lo stop gli consente di ripulire il possesso, liberandosi così di Martedì, per poi scaricare su Arlotti.

        Un punto di contatto con l’attaccante della Juventus consiste, se vogliamo, nell’elaborare non la miglior conclusione possibile, bensì la più efficace. Ossia calcolare quell’angolo di tiro che rende nella situazione specifica il tiro imparabile, pur non essendolo in senso assoluto. Questa caratteristica si ricollega alla precisione del suo calcio, grazie a cui sopperisce a un difetto di potenza. Specialmente quando tira dalla medio-lunga distanza, l’ex Civitanovese cerca la conclusione bassa di interno, riuscendo a trovare spesso e volentieri gli ultimi centimetri della porta. Un tiro influenzato a sua volta dalla già citata bontà nel controllo orientato che gli consente di prendersi il tempo e lo spazio per prepararsi al meglio.

        “Io non ho mai avuto una gran botta, prediligo il tiro di interno, con entrambi i piedi, visto che da piccolo mi schieravano a sinistra e ho dovuto adoperare il sinistro anche per forza. Questo oggi mi dà la possibilità di sterzare in entrambe le direzioni. Tra l’altro durante gli allenamenti coi compagni, scherzando gli dico: <<ma siete dentro l’area, cercate di angolarla, non serve tirare le cannonate>>. Tanto il portiere non ci arriva, a maggior ragione in una categoria come la D in cui trovi più ragazzini che magari battezzano un angolo tuffandosi con molto anticipo. Poi può capitare 1-2 volte a campionato che parta la botta, come l’anno scorso contro il Sasso Marconi. Se devo scegliere un gol che mi piace, dico quello contro il Lentigione al ritorno

        Icaro Sport. Rimini-Lentigione 2-1, il servizio

          con quel tiro di piatto di prima su assist di Simoncelli. Uno potrebbe arrivare al limite dell’area con l’idea di spaccare la porta ma anche il rischio di calciarla in curva, invece a me piace piazzarla nell’angolo. Per me è il massimo”.

          Icaro Sport. Rimini-Sasso Marconi 5-0, i gol


            L’eccezione che conferma la regola, il tracciante sotto l’incrocio contro il Sasso Marconi del 2016-’17.

            A differenza però dell’argentino, la punta del Rimini predilige calciare in situazioni statiche. “Perché in corsa non riesco sempre a stare sopra la palla, invece da fermo ho più possibilità di indirizzare il colpo”.

            In realtà per il suo lato associativo, seppur con una potenza nettamente inferiore, Buonaventura mi ha sempre ricordato Edin Dzeko. “Quando giocava in Inghilterra lo notavo di meno, perché è un campionato più fisico, però adesso ho notato che pure a lui piace uscire dall’area per mandare in porta gli altri”.

            Il paragone con l’attaccante della Roma è calzante poiché anche lo stesso Buonaventura, nonostante l’altezza (188 centimetri), non annovera tra le sue peculiarità il gioco aereo o più in generale quel lavoro fisico che ci si potrebbe aspettare da un 9. “Andare a impattare di testa faccio più fatica, forse è il contatto col difensore a penalizzarmi o una questione di tempismo, invece quando devo prolungare un lancio dalla difesa ho un miglior timing. Se devo far salire la squadra mi sento già più a mio agio, perché riesco a proteggere palla e girarmi. L’importante è che tocchi tanti palloni: se mi isolo davanti magari recupero lucidità, ma perdo più palloni e mi sento meno presente nella partita”.

            Ne approfitto quindi per chiedergli se da piccolo aveva degli idoli o dei modelli di riferimento. “Essendo fra virgolette juventino ho sempre ammirato la figura di Del Piero, anche se era un giocatore diverso. Lui e Totti sono sempre stati la mia massima aspirazione. In campo internazionale quello che da piccolo mi faceva impazzire era Fernando Torres. È stata una delle prime punte di movimento veramente complete. Poi ha avuto le sue difficoltà indubbiamente, però univa una cattiveria agonistica e un’eleganza nel giocare bella da vedere”.

            Un altro suo punto di forza è quella sterzata che esegue spesso per superare l’uomo, che poi altro non è che il movimento sul primo controllo eseguito in conduzione. Buonaventura finta il tiro, salvo poi portarsi la palla sull’altro piede e proseguire la corsa. Dalla naturalezza e dalla serialità con cui ripete questo movimento sembra un giocatore uscito dal videogioco Pes: per quanto banale, la finta ha un buon successo in quanto la punta a) nasconde bene le sue intenzioni data la sensibilità e la tendenza a utilizzare il piede debole, il sinistro, che impedisce all’avversario di escludere una direzione a priori b) può calciare anche da fuori area.

            Icaro Sport. Rimini-Colligiana 1-0, il servizio

              “Sono situazioni estemporanee – spiega commentando l’azione linkata sopra, risalente all’1-0 casalingo con la Colligiana – che maturano in base agli sviluppi della partita: dopo un po’ capisci come ti vengono a prendere i difensori e quindi sai quali possono essere i loro punti deboli. Questo poi è il mio marchio di fabbrica e mi riesce particolarmente bene. Ci scherzavo anche con Petti e Brighi stesso, che i primi tempi in allenamento soffrivano questa giocata. Adesso la conoscono e uso altri escamotage”.

              COLLETTIVO
              Dal personale il discorso si sposta sul collettivo, capace di vincere una serie D in cui alla vigilia partiva con l’obiettivo di consolidare la categoria. “Venendo da un campionato in cui hai vinto sempre, fatichi ad accettare l’idea di non essere ai vertici. Internamente il gruppo voleva arrivare a quell’obiettivo, ma sapevamo pure che c’erano corazzate costruite per la categoria. Che sulla carta potevano essere superiori da un punto di vista tecnico, ma che difettavano di quell’amalgama fondamentale. Però come qualità della rosa meritiamo di stare lassù, non abbiamo niente da invidiare a nessuno come over, mentre come giovani siamo addirittura superiori a formazioni la scorsa estate più accreditate di noi”.

              Buonaventura insiste sulla coesione del gruppo. “È un aspetto che tanti sottovalutano. Perché nei momenti di difficoltà avere una base così solida a livello umano è stato fondamentale. Ho sempre <<accusato>> l’Imolese di cambiare 20 giocatori all’anno, sulla carta più competitivi, che però nei momenti di difficoltà si sono sbriciolati. Noi invece quando giocavamo male o prendevamo sempre gol ne siamo venuti fuori e abbiamo portato a casa i punti. Perché chiudere l’andata a 41 punti non è poco, vuol dire che c’è una base importante”.

              A livello macroscopico, con il cambio di allenatore (Luca Righetti è subentrato a Simone Muccioli il 5 dicembre) sono diminuiti sia i gol fatti sia quelli subiti, ma cosa è variato realmente nell’organizzazione di fase difensiva e offensiva? “Personalmente mi sono trovato bene con entrambi. Con Muccioli partivamo da una riconquista palla in zone di campo più basse e sfruttavamo maggiormente le ripartenze in spazi lunghi, avendo giocatori di gamba come Simoncelli, Guiebre e Ambrosini. Con Righetti invece cercavamo di andare a prendere gli avversari più alti e difendere in avanti: questo ci ha avvantaggiato, perché essendo più vicini alla porta ci dava più possibilità di essere incisivi. Anche se abbiamo segnato meno, questo gioco ci aiuta sia in fase offensiva sia in fase difensiva, considerato che se ci portiamo gli avversari dentro l’area soffriamo di più. Sicuramente essere tornati al modulo che conoscevamo meglio (il 3412/3421, ndr) mi ha aiutato a sbloccarmi a inizio anno, con il 4231 invece facevo più fatica. In più la squadra per caratteristiche era costruita per giocare in questo modo, tant’è che in un paio di gare abbiamo ritrovato i giusti meccanismi. Complessivamente la svolta principale è avvenuta nell’intensità con cui abbiamo affrontato le gare nel ritorno e negli allenamenti”.

              Inoltre in fase di non possesso Righetti ha invertito le posizioni di Cicarevic e Arlotti: il primo in marcatura sul difensore centrale di sinistra, il classe ’99 invece abbassato sul mediano. “Una scelta per mantenere Cicarevic più lucido quando avevamo la palla, in più Scottino corre per dieci ed è più preposto a marcare il vertice basso. Anche se poi in fase offensiva è sempre Cicarevic che s’accentra per legare il gioco e Scott si butta negli spazi”.

              buonaventura
              Arlotti esce sul mediano del Forlì Selvatico, mentre Cicarevic si occupa del difensore Marini.

              Più che l’avvicendamento in panchina, il turning point della stagione, come sottolineato da Buonaventura, è stato il ritorno al 3412, che ha permesso al Rimini di mantenere 3 offensivi vicini all’area e schierare un centrale difensivo in più, utile a coprire l’area (a maggior ragione per una formazione priva di una particolare fisicità) e facilitare l’inizio azione. In questo modo i biancorossi, dopo le lacune delle prime gare ad attaccare e difendere l’ampiezza del campo con quattro laterali, hanno deciso di aumentare la densità di uomini nella zona centrale. “Non abbiamo avuto per buona parte dell’anno Ambrosini, che all’occorrenza ti poteva permettere di cambiare sistema, oltre a Simoncelli, un lusso per la categoria, e magari al completo avremmo giocato in un’altra maniera e avremmo comunque fatto bene. Però per caratteristiche penso che siamo fatti per giocare così. Guiebre relegato a fare il quarto di difesa o centrocampo non fa male come da quinto a tutta fascia, idem Viti. Ma più in generale, hai potuto sfruttare tutti al meglio delle proprie possibilità”.

              Tra questi Alessio Petti, che una volta trovata la migliore condizione e i sincronismi nelle uscite e nelle scalate con gli altri componenti della linea difensiva, ha mostrato come il ruolo di centrale di sinistra rappresenti la sua dimensione. Stesso discorso per Andrea Brighi, cresciuto come personalità, uso del corpo e tattica individuale rispetto al giocatore timido degli esordi. “Conoscevo poco Alessio e ho scoperto prima di tutto una gran persona, ma poi pure un bel giocatore, sempre concentrato e sul pezzo. Sapevo che sarebbe venuto fuori e secondo me sia da terzo sia da quinto può fare bene, dato che ha un buon calcio. Ha condizionato positivamente pure Brighi, perché Andrea con una figura esperta al suo fianco diventa devastante. Anche lui è stata una bella rivelazione: guidare una difesa non è mai facile, a maggior ragione per un tipo in apparenza timido. Invece se l’è cavata alla grande: sono contento per lui, se lo merita. Fuori dal campo abbiamo un rapporto spettacolare”.

              Icaro Sport. Rimini-Romagna Centro 3-2, il servizio


                Le doti balistiche di Petti riassunte da questo cambio di lato con cui propizia il provvisorio 1-0 al Romagna Centro.

                Altro tema che ha caratterizzato questo 2017-’18, la qualità del gioco espresso, agli occhi dei più brutto e poco divertente. Sicuramente il Rimini della prima parte, che cercava di ovviare alle difficoltà strutturali nella costruzione bassa sfruttando la corsa di Guiebre o le ricezioni ai fianchi del mediano avversario di Cicarevic, ha stentato a giocare in continuità in quanto l’esterno del Burkina Faso come il trequarti montenegrino sono due elementi poco conservativi nelle scelte. Tuttavia nel 2018, grazie sia agli innesti di gennaio (“i nuovi ci hanno garantito più qualità e fisicità. Specialmente Traini, che si è dimostrato fondamentale malgrado a dicembre l’attacco sembrasse il reparto più coperto”) e la maggior influenza di pedine in possesso di un buon gioco lungo come il già citato Petti e Montanari, la circolazione, almeno nei primi due terzi di campo, è sensibilmente migliorata.

                “Le gare migliori le abbiamo fatte contro avversari che se la sono giocata: ad affrontare squadre che si chiudono con 5-6 difensori fissi, arrivi ad un punto in cui non trovi più spazi. E in sfide sulla carta semplici, che se sblocchi al primo minuto finiscono per loro in tragedia, rischi di innervosirti e sporcare il tuo gioco”.

                Anche se personalmente ritengo che i biancorossi abbiano sofferto di più le squadre che pressavano l’inizio azione, come Montevarchi, Tuttocuoio, Trestina e Sammaurese. “Il Tuttocuoio si alzava per fare fallo e spezzettare la partita, la Sammaurese aveva una prima linea di pressione alta, ma manteneva cinque giocatori bloccati dietro. Si è trattato di partite diverse, con difficoltà diverse che comunque non hai perso. E quando non perdi significa che sei forte”.

                Icaro Sport. Rimini-Aquila Montevarchi 1-1, il servizio

                  A proposito di Montevarchi, gli chiedo di commentare questo gesto tecnico risalente alla sfida d’andata, che mi ha impressionato per la velocità con cui è riuscito a ridurre i tempi esecuzione ed eludere una possibile opposizione dei difensori toscani. Per capire poi quanto questo tipo di giocate siano frutto dell’istinto, quanto determinate dalle contingenze e quanto preparate durante la settimana. “In quella partita il Montevarchi rimaneva con 4 giocatori bloccati dietro perché si fidavano molto del mediano che si muoveva in orizzontale per schermare la difesa. Sapendo quindi che loro non uscivano e sapendo anche di essere l’ultimo riferimento e di non aver nessun compagno davanti, una volta che ho raccolto la palla alle spalle del loro vertice basso ho tirato perché era l’unica soluzione. Non ho una gran botta, ma l’ho angolata piuttosto bene. In più hanno rallentato l’uscita anche perché si aspettavano il passaggio, in questo modo si è creato lo spazio per la conclusione. Un po’ come è successo lo scorso anno col Sasso Marconi”.

                  Il discorso si interseca con lo studio dell’avversario e quindi con quello delle sedute video, per comprendere
                  l’importanza, oltre che la possibilità, di usufruire della match analysis tra i dilettanti. “Ho sempre avuto la fortuna di giocare in società organizzate da questo punto di vista. Quest’anno poi non dico che lo facciamo in maniera maniacale ma quasi. Martini ci perde la vita, perché finita la gara si rivede le immagini tre volte e seleziona determinate situazioni: punti forti, punti deboli e palle inattive in particolare. In questa stagione ne abbiamo sbloccata più d’una su punizione o angolo grazie al lavoro dello staff tecnico. Anche se non ti nascondo che può essere una rottura, soprattutto quando vieni da una sconfitta, fare 30-40 minuti di video. È pesante, ma alla lunga porta risultati”.

                  Gian Marco Porcellini

                  Icaro Sport

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