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Mi chiamo Aman

storieRimini

2 marzo 2018, 09:42

“Mi chiamo Aman e sono un Afgano Pashtun. Quello che state per leggere è un resoconto fedele del mio viaggio compiuto dal cuore dell’Afghanistan a quello dell’Italia. È un viaggio tra due cuori. Nella mia casa ho lasciato la mia famiglia, il mio cuore fisico e spirituale, in Italia ho incontrato la comunità, il mio cuore adottivo di giovane uomo. Perché, che ci crediate o no, un lungo cammino è come un pellegrinaggio, lasciando indietro gli affetti, si costringe il proprio cuore a viaggiare per cercarne di nuovi, magari più grandi.

Ho affidato i miei ricordi ad un educatore della comunità, abbiamo trascorso ore intense a parlare del viaggio. Seguendo un filo strettamente cronologico ho riscoperto, man mano, fatti e particolari che io stesso avevo dimenticato. Le mie parole, attraverso l’educatore, sono diventate scrittura, testo e adesso la vostra lettura.

Ogni volta che posso, racconto. È un bisogno che arriva all’improvviso, potrei parlare per ore e ore. È come se una parte di me fosse ancora in viaggio.

Ma adesso ripercorrete il viaggio con me, ponete con attenzione i vostri piedi all’interno delle mie orme, indossate scarpe solide e comode perché il viaggio sarà lungo e complesso. Buon viaggio.

La mia famiglia da sempre è in lotta con i Talebani. I fratelli di mia madre sono poliziotti con ruoli di comando, uomini forti e coraggiosi, impegnati nel compito di contrastare le violenze che affliggono il mio paese da anni.

Come tanti ragazzi della mia città, anche io ero desiderato dai Talebani, volevano convertirmi alla loro causa e farmi diventare uno di loro. I tentativi della mia famiglia di proteggermi, rifiutando la richiesta del Talebani, hanno avuto un prezzo molto alto: le percosse ricevute da mio padre che lo hanno costretto a letto per settimane, gli assalti armati alle mura della mia casa, le minacce di morte alla mia famiglia e la paura quotidiana di essere in pericolo.
Quando le minacce sono diventa promesse, e il momento del mio prelevamento forzato era alle porte, ho deciso di scappare. I Talebani volevano me e mio fratello. È stata una scelta dolorosa e rischiosa. Sono partito con mio fratello, lasciando tutto, alla ricerca di quella che ritenevo essere la felicità: l’assenza della morte davanti all’uscio di casa…”

 

Questo è l’inizio del racconto del viaggio di Aman ragazzo afghano giunto da poco a Casa Borgatti, che la Fondazione San Giuseppe vuole condividere “non per commuovere o indurre a facile buonismo ma per far riflettere sulla grande responsabilità che la nostra società, ed in particolare la città di Rimini, ha nei confronti di popolazioni che da anni vivono guerra e povertà”.

“Come saprete – continua il comunicato della fondazione San Giuseppe – la nostra mission è quella di aiutare minori in difficoltà e persone portatrici di svantaggio sociale. Già dal 2016 abbiamo aderito all’accoglienza di minori stranieri non accompagnati (Progetto SPRAR per MSNA bandito dal Comune di Rimini) congiuntamente con altri enti sollecitati dalla medesima sensibilità.

Dalla collaborazione con la Comunità Papa Giovanni XXIII, le Cooperative sociali Il Millepiedi, Madonna della Carità ed Eucrante, e le Associazioni Sergio Zavatta e Arcobaleno, è nata l’accoglienza di 14 minori stranieri, 5 dei quali inseriti nelle nostra Comunità Educative Casa Borgatti e Casa Clementini.

 

Per leggere il resto della storia di Aman è sufficiente andare sul sito della fondazione e compilare un modulo di richiesta.

Redazione RiminiSocial 2.0

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