Intervista al coach Simone Porcarelli

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in foto: Porcarelli

Un ragazzo pieno di entusiasmo che a soli 28 anni ha già maturato una notevole esperienza con il Settore Giovanile del Basket Rimini come assistente, prima, e come capoallenatore, poi.

Classe ’90 Simone Porcarelli è uno dei coach su cui Villanova Tigers e Pallacanestro Titano hanno puntato fin dall’alba del progetto TVB.

– Come ti sei avvicinato al basket?
Ho iniziato a giocare a scuola, alle elementari, grazie agli istruttori del Malatesta Basket che venivano a fare lezione in classe durante l’ora di ginnastica. Con la società di Maurizio Benatti ho completato tutto il percorso del minibasket. In prima media sono passato ai Crabs e lì sono arrivato all’U17, per poi chiudere con due anni alla Stella il settore giovanile. Ero un piuttosto bravo, Lorenzo Gandolfi una volta mi disse che se avessi avuto un fisico più prestante sarei potuto diventare un buon giocatore.

Coach Gandolfi è stato poi il tuo mentore quando sei passato ad allenare.
Esatto, Gandolfi diceva ai miei genitori che potevo allenare, perché vedevo certe cose in campo: una volta, quando ancora giocavo, durante un time-out mi sono accorto di un errore sulla lavagnetta e “Lollo” mi ha guardato come per dirmi “sei pronto”. Negli ultimi due anni da giocatore alla Stella avevo già iniziato a fare l’assistente ai Crabs, prima a coach Ciro Luongo con l’U13/14, poi a coach Gabriele Ceccarelli (attuale headcoach di Montegranaro in legaDue) con gli U15 Regionali. L’anno dopo ho lavorato con coach Fabrizio Ambrassa con l’U15 Eccellenza, che comprendeva il forte gruppo dei ’98, e, successivamente, sono stato vice di coach Gordan Firic e di coach Maurizio Ferro.

– Quando hai capito che allenare era più di un hobby e che potevi farlo “seriamente”?
Ho capito che potevo fare l’allenatore quando mi è stato affidato il primo incarico da capoallenatore nella stagione 2012/2013 con l’U15 Regionale, che poi ho allenato fino all’U18. Nel frattempo avevo comicniato il percorso di formazione che mi ha permesso di ottenere la qualifica di Allenatore Giovanile e quindi l’abilitazione ad allenare fino all’Eccellenza.
In estate il Presidente dei Villanova Tigers Lorenzo Meluzzi, che mi teneva d’occhio già da un po’, mi ha chiamato per offrirmi una squadra appena si è concretizzato il progetto TVB: ancora non si sapeva se U16 Eccellenza o U18 Elite e Regionale, perché ancora non era certo se coach Massimo Padovano avrebbe accettato l’incarico di Responsabile del Settore Giovanile della FSP, ma in ogni caso era un’offerta impossibile da rifiutare. Ho accettato senza pensarci un minuto!

– Come ti trovi con lo staff?
Siamo molti passi avanti rispetto alla mia esperienza precedente, perché ci sono riunioni periodiche, ci si confronta, c’è rispetto reciproco e si mettono in campo i problemi per risolverli. In estate sono stato “ingaggiato” dopo diversi colloqui e coach Massimo Padovano, per capire se fossi pronto, ha voluto che gli presentassi una programmazione annuale dettagliata: in pratica mi ha fatto un esame!
Ho un ottimo rapporto col il mio assistente Dennis Botteghi: è una ragazzo che sa lavorare, ha grande passione e già conosceva i ragazzi di Villa Verucchio, fatto che all’inizio mi ha aiutato molto.
A livello dirigenziale Lorenzo Meluzzi e Michele Lanci sono impeccabili nel coordinare tutta l’organizzazione e nel non far mai mancare niente agli allenatori.

– Come hai deciso di impostare il gruppo, come è stato fondere due realtà oltre il provincialismo?
Io la titubanza rispetto al progetto TVB, di cui parlano i ragazzi nelle rispettive interviste, non l’ho mai vista, ho avuto subito la disponibilità di tutti.
Abbiamo cominciato con un super-gruppo di 30, in pratica un training camp. Per tutta la settimana ho diviso i ragazzi in ordine alfabetico nei due spogliatoi, per evitare che si formassero gruppetti e che, in particolare, quelli di San Marino e quelli di Villa non si amalgamassero. Ho avuto questa idea perché in passato ho notato che con due spogliatoi si formavano sottogruppi rigidi che diventavano deleteri per la coesione della squadra. La seconda settimana li ho ulteriormente mischiati, sempre usando un sistema alfabetico.

– Come hai fatto a dire “sei fuori” a quanti non sceglievi per l’Elite?
E’ sempre difficile farlo ed è tuttora difficile, perché col passare dei mesi i ragazzi dell’U18 Regionale hanno acquisito consapevolezza circa il fatto che non c’era più modo di tornare nell’Elite: questo un po’ li ha sfiduciati e, non a caso, con la Regionale abbiamo subito in quel periodo un filotto di sconfitte. Ciascun giocatore della Regionale può andare a referto al massimo due volte in Elite, quindi ho dovuto turnarli e stare attento, perché se per errore avessi convocato un ragazzo per la terza volta avrebbe perso la possibilità di giocare nei regionali per il resto della stagione. All’inizio ho sfruttato la convocazione in Elite per tenere alta l’intensità, come premio, anche perché, per una serie di infortuni e indisponibilità, il roster inizialmente era molto corto e dovevo attingere spesso dai regionali; quando il gruppo elite è tornato al completo le porta si sono chiuse ed è subentrata un po’ di sfiducia.

– Come sta andando il campionato Elite?
Sta andando molto bene considerando che il gruppo è nuovo. Il lavoro è stato duro per tutti, ma sta dando buoni risultati come dimostra la classifica, visto che chiuderemo la prima fase al terzo o quarto posto. Abbiamo mancato di pochissimo le finali regionali, ma giocheremo la seconda fase, Coppa Emilia-Romagna, per provare comunque ad essere settimi in regione. Un risultato inimmaginabile quando abbiamo cominciato pochi mesi fa.

E il campionato Regionale?
Non riusciremo a chiudere tra le prime quattro per qualche persa di troppo nel “momento sfiducia” di cui sopra, ma anche in questo caso affronteremo la Coppa Emilia-Romagna e lo faremo con spirito vincente perché i ragazzi si meritano risultati positivi. È una squadra con tanti esterni in cui ciascuno si deve spesso adattare a ricoprire un ruolo non suo e proprio per questo ci sono serviti tempi di adattamento un po’ più lunghi.

Stai vedendo miglioramenti?
Miglioramenti sicuramente sì: i lunghi stanno imparando a giocare spalle a canestro e non a cercare costantemente il gioco frontale, o il tiro e gli esterni hanno acquisito più consapevolezza soprattutto nel gioco uno contro uno. Il mio obiettivo è mettere ciascun giocatore nelle condizioni di trovare il ruolo in cui può rendere meglio. I ragazzi di Villa venivano dai Regionali, quindi hanno fatto un salto di qualità come categoria e tra i sammarinesi c’è chi non giocava in Nazionale e adesso ha conquistato una chiamata. E poi nel complesso vedo miglioramenti nella comprensione del gioco e nelle letture.

Quanto incidono sul lavoro Serie C e Nazionale?
La serie C ci influenza tanto, perché ci sono settimane in cui ci alleniamo sottonumero per mandare ragazzi ad allenari con la prima squadra. A volte è penalizzante, ma la priorità è la C perché è l’ambizione a cui i giocatori devono arrivare, quindi è giusto così. La Nazionale è uno stimolo in più, ma non incide sul lavoro in campionato perché non ci sono sovrapposizioni di calendari.

Massimiliano Manduchi
Ufficio Stampa Federazione Sammarinese Pallacanestro

Icaro Sport

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