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Canevaro: i social e i giovani

giovaniRimini

30 marzo 2018, 09:34

“L’età della pietra è stata il momento in cui i sassolini sono diventati attrezzi. Il fuoco poi è stata una scoperta rivoluzionaria, che ha stravolto il modo di vivere. La tecnologia oggi sta facendo lo stesso. In realtà ha già iniziato a modificare il nostro mondo”.

Sono parole del professor Andrea Canevaro, pedagogista, intervenuto a What’s up? I giovani e la rivoluzione digitale,
la conferenza promossa dall’associazione Free Exit in occasione della Pasqua Universitaria 2018 con il contributo e il patrocinio dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e di UniRimini.
Che coscienza avete? Se non ci fossero i social, un giovane del 2018 come si comporterebbe davanti a cose che indignano? Come si attiverebbe? La privazione dei social aiuterebbe ad esprimersi meglio?
Sono questi gli interrogativi ai quali i giovani presenti al Campus chiedevano risposta.
“L’uomo in quanto essere pensante ha bisogno di informazioni, tuttavia in varietà e dose adeguata” prosegue Canevaro. Il troppo stroppia, e le parole non mettono più in moto nuovi orizzonti, ma aprono burroni lungo il cammino. “Si perde quella curiosità cortese tipica delle stagioni. Marzo è il mese della curiosità: la primavera si affaccia, vede com’è messo il mondo, ci pensa su e poi arriva in tutto il suo splendore”. La definisce una curiosità cortese, che rispetta i tempi, che rispetta l’inverno. Senza le stagioni, senza l’attesa del giusto tempo, la curiosità diventa prepotente: voglio sapere tutto subito. E pian piano sparisce, perché come faccio a esser curioso se già ho l’illusione di avere tutto a portata di mano?

Parole che illuminano
È necessario addomesticare le tecnologie perché il flusso delle parole diventi controllabile e così illuminante. “Da un po’ di tempo ho deciso di identificare ogni anno con una parola. Quella di quest’anno è l’operosità. Non mi riferisco a un’operosità autoreferenziale perché nessuno riesce a fare tutto al 100% da solo”. Il professor Canevaro, infatti, parla di operosità combinata, sia tra persone che tra persone e tecnologia. Ognuno ci mette il suo e così si può arrivare più lontano, più avanti. E se ci sono dei problemi, bisogna imparare a starci, a vivere quel tempo faticoso. C’è il giorno per coltivare e la notte che è invece periodo di maggese, in cui la mente riposa, si ferma. Stiamo perdendo il tempo dell’attesa, i momenti in cui ci fermiamo, i momenti in cui assaporiamo il vuoto. Ne abbiamo talmente paura che lo riempiamo con tutte le App possibili.
“Noi che siamo più vecchi e abbiamo vissuto la crescita esponenziale della tecnologia abbiamo il dovere di non lasciare soli i giovani a maneggiare questo fuoco. Ora più che mai dobbiamo aiutarli a capire come gestire tutto questo”.

 

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Redazione RiminiSocial 2.0

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