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Vittime e conflitti: testimoni e volti della storia

MemoriastorieRimini

20 febbraio 2018, 11:46

in foto: Aman, Franco Leoni, Al Khaled e Jerreh. Foto di A. Saravalle

Sessantamila. È il numero degli ordigni inesplosi che vengono rinvenuti ogni anno in Italia (dati Ministero della Difesa). Si stima che nel mondo, invece, ci siano oltre 100 milioni di mine inesplose tra Afghanistan, Bosnia e Cambogia. Vittime degli ordigni inesplosi sono quasi sempre civili, oltre un terzo bambini. Nel 2016 si è registrato nel mondo un altro triste primato: il più alto numero di vittime civili dei conflitti degli ultimi cinque anni, oltre 15mila tra morti e feriti solo in Siria e un aumento del 113% delle vittime in Turchia e dell’83% in Somalia.

L’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra (Anvcg) ha fortemente voluto e ottenuto nel 2017 l’istituzione della Giornata nazionale delle vittime delle guerre e dei conflitti nel mondo, che si celebra il primo febbraio. La sezione riminese dell’associazione ha scelto di celebrarla con un convegno che si è svolto al Teatro degli Atti: Vittime e conflitti. La dignità negata. Testimonianze dirette a confronto.Oltre 300 gli studenti che hanno partecipato all’evento, promosso in collaborazione con l’associazione Agevolando, il progetto didattico Storia per tutti e con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, Provincia e Comune di Rimini e dell’Ufficio scolastico regionale.

Fatevi raccontare la storia

Daniele Susini, ricercatore storico e ideatore di «Storia per tutti», ha introdotto il convegno.

“È necessario distinguere tra storia, che è narrazione dei fatti, e memoria, che è testimonianza viva di chi ha vissuto un evento. I testimoni sono vere e proprie fonti orali, i loro racconti danno un volto alla storia”. Susini ha invitato i ragazzi ad approfondire, a conoscere la storia comprendendone le cause: “Fatevi raccontare la guerra dai vostri nonni o dalle persone anziane che conoscete. Scopriretequanto i loro racconti siano simili alle storie di tanti ragazzi che ancora oggi devono fuggire dalla guerra, solo in questo modo potrete capire e non fermarvi alla superficie. Mostrare storie, far incontrare le persone, narrarne i vissuti, confrontare guerre di ieri e di oggi, può essere un atto rivoluzionario in quest’era di chiusura”.

E sul palco, a raccontare la sua storia, è salito Jerreh, che a 16 anni ha lasciato il Gambia e la sua famiglia. C’è Aman, che è partito dall’Afghanistan insieme a suo fratello per sfuggire al regime dei talebani.

Entrambi oggi partecipano alle attività di Agevolando.

 

L’orrore della Siria

Infine c’è Al Khaled, rifugiato siriano, giunto in Italia grazie ai corridoi umanitari.

“Sono in Italia da un anno, grazie a una famiglia di Coriano che mi ha accolto insieme a mia moglie e ai miei figli. La situazione in Siria è terribile: ci sono tantissimi morti e bombardamenti ognigiorno. Ci spostavamo di casa in casa per fuggire alle bombe, l’esercitosiriano mi ha incarcerato senza ragione per un anno, solo perché sunnita. Inquello stesso periodo mia moglie e mia sorella sono morte. Uscito dal carcere ho deciso di risposarmi per dare una famiglia ai miei bambini e ho avuto
una terza figlia. Ho capito che non potevamo continuare a vivere così, siamo scappati in Libano dove abbiamo vissuto per tre anni in un campo profughi. Solo grazie a Operazione Colomba siamo riusciti a raggiungere l’Italia attraverso i corridoi umanitari voluti dalla Comunità di Sant’Egidio”.

 

La strage di Marzabotto

Dai conflitti di oggi al ricordo della seconda guerra mondiale nelle parole di un testimone straordinario, Franco Leoni Lautizi, uno dei pochi sopravvissuti alla strage di Marzabotto. Aveva solo 6 anni quel maledetto 29 settembre 1944 in cui ha perso tutto, ma lucidissimi sono i ricordi.

“A Marzabotto è stata perpetrata la strage più grande del nazifascismo in Italia, proprio nei luoghi della resistenza partigiana. Quel 29 settembre mia mamma, che aspettava un bambino, aveva le doglie e doveva partorire.

Insieme a lei e a mia nonna cercammo di fuggire dal rifugio in cui ci trovavamo per portarla a partorire in casa, ma i soldati iniziarono a spararci. Ci nascondemmo dietro a un pagliaio. Mia nonna fu subito fucilata, le pallottole colpirono poi al ventre mia madre e anche me.

Per i dolori del parto e degli spari mia mamma urlava disperata, ma fino alla morte non smise mai di accarezzarmi e consolarmi.

Io sono riuscito miracolosamente a salvarmi, ma mi sono ritrovato solo al mondo perché anche mio padre era stato ucciso”.

Poi con gli occhi ancora lucidi racconta come il perdono sia la chiave di tutto.

“Non c’è stata mai vera giustizia per noi superstiti.

Per tanti anni non sono riuscito a parlare di quello che era accaduto, ma poi ho deciso di raccontare. Ogni anno incontro centinaia di studenti che ascoltano la mia storia, sono convinto che sia una nostra responsabilità non spegnere il ricordo. Per tanto tempo ho convissuto con la rabbia e il dolore: ma poi ho scoperto il perdono. E solo allora mi sono sentito di nuovo,finalmente, libero”.

Persone ridotte ad animali da uccidere, l’amore incondizionato di madri e padri che si sacrificano per i loro figli, il terrore di essere portati via da casa propria e uccisi, il bisogno di raccontare, il dolore da rielaborare. Cambiano le guerre, trascorrono gli anni, ma la sofferenza umana rimane la stessa. Per questo è così necessario che le nuove generazioni conoscano e non dimentichino. Se è vero che le sofferenze ci legano, anche la speranza può diventare la stessa e rigenerarci.

 

Fonte: Settimanale Il Ponte

Silvia Sanchini

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