domenica 16 dicembre 2018
di Stefano Rossini   
lettura: 2 minuti
sab 27 gen 2018 15:09 ~ ultimo agg. 28 gen 16:02
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Si chiama giornata della memoria perché si ricorda la Shoah, la deportazione e lo sterminio degli ebrei. Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz e scoprirono i campi di sterminio.

Cosa dobbiamo ricordare esattamente in questa giornata? Quello che è successo a 6 milioni di ebrei? O a centinaia di migliaia di russi, tedeschi, rom e omosessuali? – Tutti distrutti dalla Germania nazista – Ricordare i nomi? Le facce? Le storie? Storie quotidiane, di chi fino all’anno prima pianificava la propria vita e poi si è trovato faccia a faccia con la follia?

Personalmente penso che dovremmo ricordare che la Shoah non è apparsa da un giorno all’altro, dalla sera alla mattina, ma è stato l’ultimo mattone di una costruzione fatta sulla superiorità di un popolo rispetto ad un altro, sull’idea che qualcuno abbia più diritto di vivere degli altri.

E penso che dovremmo ricordare che i carnefici non erano creature dell’incubo, ma persone che giorno dopo giorno hanno cominciato a credere e reputare giusto che categorie diverse di persone meritassero di essere ghettizzate, messe da parte, infamate e trattate come esseri fastidiosi che ostacolavano i piani.

E penso che dovremmo ricordare le persone che, come facciamo noi, girano la testa dall’altra parte perché non vogliono vedere cosa sta succedendo, perché hanno cose più importanti da fare, la loro vita, i problemi di tutti giorni, le difficoltà di arrivare a fine mese.

 

In queste settimane ho avuto la fortuna di lavorare con Laura Fontana al programma Il nazismo e la Shoah, tra storia e memoria, e delle molte cose che ha detto e letto, una mi ha colpito particolarmente. E’ la lettera di una donna, la cui casa si trovava nei pressi di Mauthausen, che scrive alla polizia municipale della città per lamentarsi.

Nel campo di concentramento di Mauthausen, nel luogo di lavoro di Vienna Ditch, gli internati sono ripetutamente vittime di sparatorie; quelli colpiti gravemente vivono ancora per un po’ e rimangono a giacere vicino ai morti per ore quando non per mezza giornata.

La mia proprietà sorge su un’altura nei pressi di Vienna Ditch e mi può accadere spesso di essere testimone involontaria di tali oltraggi.

Io, ad ogni modo, sono debole e una tale visione produce una tale tensione per i miei nervi che, a lungo andare, credo non la potrò più sopportare.

Chiedo che si faccia in modo di porre fine a tali azioni inumane oppure vengano compiute dove non possano essere viste.

 

Smettete! O se proprio non potete smettere, almeno non fatemele vedere. Non fatemi vedere gli ebrei che muoiono, i poveri, i migranti che affogano. Non fatemi vedere niente.

Penso che dovremmo ricordarci questo: che corriamo tutti i giorni il rischio di diventare carnefici, o di girarci dall’altra parte.

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