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sab 29 apr 2017 10:20 ~ ultimo agg. 30 apr 14:40
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Era acido muriatico quello presente nella bottiglia d’aranciata che è costata la vita a Stefano Amadori, l’idraulico 54enne di San Clemente morto nella mattinata di mercoledì all’ospedale Infermi. Resta però il mistero su come il veleno sia finito nella bottiglia. Le indagini dei Nas sullo stabilimento del Nord Italia dal quale è uscito il prodotto hanno escluso qualsiasi tipo di contaminazione: la fabbrica è dotata di moderne tecnologie che non lasciano spazio ad errori. Notizia che dovrebbe far cessare le ingiustificate psiscosi scoppiate in questi giorni sui social. L’aranciata non aveva all’origine quindi alcun tipo di alterazione come le altre 30 bottiglie del medesimo lotto sequestrate precauzionalmente dal supermercato riminese dove era stata acquistata la prima. Anche l’analisi sulla bottiglia e sul tappo ha escluso sabotaggi o manomissioni. Tra le ipotesi al vaglio di procura e carabinieri c’è quella del gesto volontario che però i famigliari escludono con forza. E’ stato lo stesso Amadori a chiamare il 118 (a cui ha assicurato che la bottiglia era sigillata) e a spiegare alla moglie di aver preso la bottiglia chiusa dal frigo dove era stata riposta la sera precedente. A recuperarla quasi vuota dal lavandino in cui l’uomo l’aveva abbandonata aperta, è stata la stessa donna. I 10 centilitri rimasti nella confezione hanno permesso di rinvenire l’alta concentrazione di acido muriatico. Intanto oggi alle 14.30 nella chiesa della Cella a Misano famigliari e amici hanno dato l’ultimo saluto a Stefano.

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