giovedì 17 gennaio 2019
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Campi Rom, prove di dialogo

di Redazione   
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lun 21 nov 2016 07:40 ~ ultimo agg. 24 nov 09:51
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Sono presenti in Italia da quasi sette secoli e le prime attestazioni riguardano proprio il tratto romagnolo della Via Emilia. Stiamo parlando dei rom, un’etnia la cui ricchezza storica è inversamente proporzionale alla capacità di integrazione nei comuni italiani. E ciò avviene per colpe di entrambe le parti. Un circolo vizioso in cui “tu non ti fidi di me, io non mi fido di te”. E via così fino alla recente vicenda che ha investito il Comune di Rimini e il progetto di smistamento degli inquilini del campo di Via Islanda in tre aree (dette “micro”) nei quartieri di Gaiofana e Grottarossa, oltre a quella in cui risiedono attualmente. Una spirale negativa basata sulla non conoscenza l’uno dell’altro: benzina perfetta per ogni girandola di pregiudizi.
“Sono cambiate le cose dai tempi in cui i nostri predecessori montavano le tende e si spostavano da una città all’altra”, spiega Latif Ahmetovic, 54enne di etnia rom giunto in Italia in seguito alla guerra balcanica degli anni 90, “Io ho cercato in tutti modi, riuscendoci, di far ottenere un diploma ai miei figli, mentre i miei genitori non avevano la possibilità di mandarmi a scuola. Ho puntato tutto su quello. La mia speranza è che possano continuare a studiare e a lavorare senza subire ulteriori discriminazioni”. La vicenda è sempre la solita. Presenti un curriculum con una faccia rom e un cognome rom, e il coro di risposte recita “Siamo al completo”, “Ti facciamo sapere se abbiamo bisogno” (a meno che non ci sia qualche persona fidata od organizzazione umanitaria a sponsorizzarti). “È giunto il tempo di chiedere la fiducia di tutti i riminesi, affinché ci aprano i loro portoni. Siamo fatti di carne e di sangue come tutti gli esseri umani del mondo e anche ai nostri figli deve essere data una possibilità di integrazione”. E sulla vicenda della raccolta firme alla Grottarossa contro l’arrivo degli ex-nomadi Latif dice, “Mi dispiace che si firmi contro un popolo, perché significa che non ci si conosce abbastanza”.

 

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