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Perdono, un atto di (in)giustizia

Silvia Sanchini

20 settembre 2016, 17:28

“Se tu mi rispetti, anche io ti rispetto… ma se mi manchi di rispetto non pretendere niente da me”.

È una di quelle frasi che spessissimo mi sento ripetere dai ragazzi. A scuola, parlando dei loro insegnanti, in famiglia o tra amici.

Apparentemente è una logica inconfutabile: ad ogni azione corrisponde una reazione dello stesso verso.

Ma la vita e le relazioni non sempre seguono logiche lineari. In un mondo in cui si fa a gara ad esprimere giudizi invocando a gran voce la pena più aspra, c’è chi ha avuto l’urgenza di sperimentare un’idea alternativa di giustizia.

 

La misericordia è “sorprendente, imprevedibile, addirittura ‘ingiusta’ secondo i criteri umani”, secondo Papa Francesco.

Agnese Moro un giorno ha incontrato padre Guido Bertagna.

Con lui e altri mediatori ha iniziato un percorso di incontro tra familiari delle vittime del terrorismo e protagonisti della lotta armata.

Ed è successo. Un giorno ha deciso.

Di perdonare.

Il perdono non è un atto romantico, né un gesto buonista. Lo dice apertamente, davanti a un gruppo di giovani e adulti riuniti al Monastero di Camaldoli per il convegno Cristiani in ricerca.

Il perdono non è neppure un colpo di spugna, non cancella il passato.

Non ci sono vincitori o vinti, forse neppure buoni e cattivi.

Il perdono, per Agnese Moro, è stata la decisione audace di interrompere una catena di dolore che altrimenti mai si sarebbe spezzata.

Ha significato riscoprire nell’altro la sua umanità.

Pensando anche a chi una mattina si è svegliato sapendo che avrebbe ucciso suo padre come a un uomo, magari con dei figli da andare a prendere a scuola.

La giustizia si occupa della colpa e infligge una pena, più o meno equa. Ma non si occupa del dolore che il reato commesso lascia in chi resta.

 

Agnese Moro durante il convegno "Mino Martinazzoli: tra cattolicesimo liberale e cattolicesimo democratico" presso la Sala della Lupa della Camera, questo pomeriggio 04 ottobre 2011 a Roma. ANSA/ALESSANDRO DI MEO“È come avere dentro un elastico. Si va avanti, si cresce, si invecchia. Si ha una vita professionale, sociale, affettiva. Ma non si è interi. Qualcosa di importante di sé è fermo a quei fatti. Cosa farà questo elastico? Continuerà a tendersi all’infinito e non potremo mai più essere liberi dall’orrore e dalla morte? Bisogna sciogliere l’elastico, delicatamente, senza perdere nulla, né di ieri, né di oggi” scrive Agnese Moro ne “Il libro dell’incontro” (Il Saggiatore 2015).

Mentre al Monastero Camaldoli ascoltiamo queste parole, ci chiediamo se il perdono possa essere una chiave di lettura anche in altri ambiti sociali e via possibile per interpretare il tema del dialogo ecumenico e interreligioso.

E intanto entro in Chiesa e prego con accanto un giovane protestante e un giovane ortodosso. Guardo gli occhi vivaci di Issah e Mussah, due bimbi musulmani che portano il nome di Gesù e Mosè e che vivono con noi queste giornate insieme ai loro genitori. Discutiamo di giustizia riparativa, di etica e politica, di memoria storica e commissioni per la verità e la riconciliazione.

Forse il perdono (e la pace) passano anche da questa strada.

Silvia Sanchini

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