18 novembre 2018

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Video immersivi: più per il giornalismo o per il turismo?

in foto: Per interagire in un ambiente virtuale si possono usare anche guanti e cuffie

Empatia, engagement. La notizia punta sempre di più su questo, e se un articolo, un video sul web non producono condivisioni, di fatto non hanno raggiunto il loro scopo. La condivisione scatta più facilmente quando c’è coinvolgimento? No, adesso si va oltre, serve “partecipazione”: per far sì che le persone siano davvero lì dove le cose accadono e riescano a percepire l’atmosfera, il clima, i sentimenti che stanno dentro le situazioni. E’ un andare oltre la parola, oltre l’immagine: oltre il racconto in qualche modo, perchè quel che accade venga “vissuto” direttamente.

I colossi del web credono molto nella capacità di coinvolgimento dei video immersivi e su questi, dunque, stanno puntando. Google porta avanti un progetto col New York Times, mentre Youtube, dopo aver già introdotto la modalità video a 360 gradi, sta ora lavorando per arrivare a trasmetterli in diretta! La sfida sarà alzarne la qualità, perchè videocamere che consentono di fare questo esistono già, ma in bassa qualità, e con la necessità di unire poi i girati in post-produzione per migliorare la visione.

“Dare agli spettatori un senso di connessione empatica con i protagonisti degli eventi”. Definisce così il “potere” della realtà virtuale Jake Silverstein, l’editor del New York Times magazine, che da qualche mese ha appunto cominciato a dare vita a progetti giornalistici di realtà virtuale. Per ora si tratta di esperimenti isolati, anche perchè, naturalmente, dispendiosi. ‘The Displaced’ è stato il primo di questi, per raccontare la vita dei bambini rifugiati. Girare lo sguardo e trovare macerie da ogni lato: già in questo il “documentario” riesce a dare un senso soggettivo del degrado e della desolazione che un semplice filmato non riuscirebbe a restituire allo stesso modo. Nei video a 360 gradi, infatti, si può spostare la visuale come si vuole. Una modalità particolarmente efficace per gli eventi con un’alta partecipazione emotiva. Lo si è sperimentato in occasione delle veglie di Parigi, dopo gli attentati del novembre scorso, con la pubblicazione di video che volevano comunicare la sensazione che si prova nello stare in piazza, davanti ai messaggi e ai fiori per le vittime.

Ma i video a 360 gradi non sono solo ad uso giornalistico. Nell’ottica della condivisione di esperienze alla base dei social, questi video vengono sempre più usati su Facebook per far vivere certe esperienze ai propri amici; ai propri fan, nel caso degli artisti che li portano così sul palco dei loro concerti (vedi il videoclip di Caparezza “Compro Horror”); o ai propri follower, nel caso dei brand.
Grande potenziale questi video potrebbero averlo per il settore turistico. Ci ha creduto, per esempio, la regione Umbria, che in questi giorni porta un video immersivo nel suo stand alla Bit di Milano, da mostrare ai visitatori grazie a una postazione attrezzata con il visore di realtà virtuale 360 gradi. Chiaro, fin dal titolo (“Umbria, Virtually Yours”) il messaggio: col video ti faccio toccare con mano l’esperienza che farai qui. Insomma, i vecchi depliant di viaggio, forse, vanno definitivamente in pensione.

 

Serena Saporito

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