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Monologhi in carcere

carcereRimini

10 febbraio 2016, 12:49

Per quanto noi siamo disposti a collaborare col nostro mestiere […] i venti della vita soffiano e quel castello di carte così ben ordinato delle nostre competenze si sfascia e si disperde. Allora le carte si dispongono in altro modo, apparentemente alla rinfusa…”; le carte della nostra vita, quelle che con tanta attenzione sistemiamo secondo il nostro volere, per creare una bella e ricca immagine, che poi un soffio di vento butta giù in un attimo. Il vento del lavoro, della sfortuna, dell’amore, dell’inatteso, qualunque folata ci costringe e fare i conti con un progetto nuovo, diverso, spesso difficile da leggere. Ma non per il poeta, come dimostra con grande arguzia Nino Pedretti, scrittore e poeta santarcangiolese, autore di un volume di monologhi, preceduto da queste righe.
E’ una carrellata di personaggi quella illustrata dallo scrittore: c’è la suora, il bugiardo, il botanico, il borghesuccio, l’annoiato, l’instabile, l’assassino e via così. Tipi umani che rivelano non tanto ciò che ci si aspetterebbe – la loro professione, i dilemmi del lavoro – ma le paure, le insicurezze e le piccolezze di chi deve fare quotidianamente i conti con la vita.

Otto di questi monologhi sono stati scelti dagli insegnanti dell’associazione Klangwelt e interpretati da altrettanti detenuti del carcere di Rimini, le persone che forse più di tutte hanno dovuto fare i conti con i venti inattesi che hanno mandato all’aria i loro progetti.
La classe, composta in un primo momento da una ventina di ragazzi delle sezioni ordinarie del carcere, si è poi consolidata in un gruppo di 9 attori: Youssef, Giuseppe, Ion, Florian, Emanuele, Claudio, Antonio, Davide ed Ezio. Uomini dalle storie e provenienze più disparate, accomunati dal solo fatto di trovarsi in celle vicine, e dalla voglia di accettare una sfida nuova, quella dell’interpretazione e del laboratorio teatrale.
Per due mesi, da ottobre a dicembre scorso, gli insegnanti dell’associazione Klangwelt, che si occupa di studio e ricerca sulla fisiologia vocale, ha lavorato con i 9 studenti. Attraverso esercizi semplici e divertenti Youssef e gli altri sono partiti alla scoperta di un diverso approccio alla realtà e a se stessi, culminato nello spettacolo, molto apprezzato, dello scorso 15 dicembre.

 

Ero molto timorosa e non sapevo cosa mi aspettava, non sapevo come fosse l’impatto – racconta Viviana, una delle insegnanti, che assieme a Armida Loffredo, Silvia, Maria Cristina e Roberto ha coinvolto la classe nel percorso di studio – Devo dire che per una mezz’ora interminabile ci siamo osservati, studiati, poi tutto si è rilassato quando abbiamo cominciato a fare suoni.

È stata una esperienza molto bella e, passati i primi momenti, non mi ricordavo neanche di essere in carcere, c’è stata molta rilassatezza e naturalezza, tanto che spesso mi veniva da dare qualche pacca sulla spalla ma, opportunamente, mi sono trattenuta”.

 

Non solo un modo diverso per i detenuti di guardare alla propria vita e alle vite degli altri, ma un approccio diverso anche per gli stessi insegnanti:

Sono stata contenta di non aver saputo le loro storie – continua Viviana – perché questo mi ha consentito una relazione umana senza condizionamenti esterni, da essere umano a essere umano, ho cercato di entrare in empatia con loro e nella loro condizione di persone non libere, ci sono stati alcuni momenti toccanti e commoventi e ho cercato di dedicare loro solo pensieri positivi e amorevoli”.

 

Questo primo laboratorio ha fatto parte di Caffè Corretto, un nuovo spazio di confronto e incontro gestito da un operatore dell’Associazione di volontariato Madonna della Carità, che si svolge tutti i martedì dalle 13 alle 15. Si è appena concluso un secondo laboratorio, a cura di Maurizia Mancini, sulla creatività e sull’ispirazione (e presto ne parleremo), e altri stanno per cominciare…

La finalità è quella di far interagire i partecipanti e di offrire un luogo di incontro piacevole e diverso dal resto degli impegni che il carcere offre, un momento di pausa e socializzazione assimilabile a quello di un caffè al bar appunto, di un caffè letterario per meglio dire, di un caffè “corretto” (nella doppia valenza di “conforme ad educazione” ma anche di “bevanda con aggiunta di un qualcosa in più”).

Sono circa 15 i detenuti sia stranieri che italiani che intervengono settimanalmente. Ogni martedì inoltre si arricchisce lo spazio con quotidiani locali e nazionali freschi di stampa.

Stefano Rossini

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