mercoledì 16 gennaio 2019
di Mario Galasso   
lettura: 2 minuti
ven 12 feb 2016 15:27
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Siamo convinti di vivere in una società civile, forse non è così. O forse non lo è per tutti!

Come commentare le notizie di abusi e maltrattamenti denunciati in questi giorni in diverse regioni, dal Nord al Sud d’Italia, all’interno di strutture di riabilitazione o residenziali? Violenze che hanno come protagonisti soggetti indifesi. Strutture di accoglienza che si trasformano in luoghi di sofferenza e umiliazione. Operatori ed educatori che agiscono come feroci aguzzini.

Che siano bambini, disabili o anziani il problema non sono solo le violenze ma, soprattutto, quanto spinge gli addetti – delle persone, uomini o donne –, ad esercitare una simile brutalità su altre persone.

Cosa sta succedendo? È la domanda logica a tale esplosione.

Don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, individua nell’arroganza e nel disprezzo le chiavi della risposta.

“L’arroganza di chi sa che la persona offesa non può riferire ciò che soffre, perché non è in grado di raccontare. Da qui la “libertà” di essere violenti. Solo dopo mesi infatti si scoprono le umiliazioni che bambini, anziani, disabili hanno subito. Né tutto viene sempre scoperto. Un’arroganza che ha radici profonde di chi si sente forte, superiore e soprattutto senza controlli. Una specie di “potenza frustrata” che si scatena su quanti non possono reagire.  Né si tratta di persone dall’equilibrio psichico instabile: sono persone invece solamente arroganti e crudeli. A ben riflettere questi comportamenti ricordano la ferocia di molti furti nelle case contro persone indifese o abitanti in case solitarie”.

Prosegue don Vinicio Albanesi.

“La seconda radice è il disprezzo nei confronti di chi si assiste perché, alla fin fine, i destinatari dei servizi sono considerati senza stima e senza futuro. L’assistente disprezza lui stesso il lavoro che svolge, diventando oltre che persecutore vittima di un’occupazione che non ama e che probabilmente non ha scelto. Né la cosiddetta professionalità riesce a risollevare la ‘pochezza’ del lavoro svolto, perché spesso accettato in mancanza di meglio”.

Accompagnare persone fragili esige un grande equilibrio e un’elevata preparazione professionale: ma non sono sufficienti. È necessario il rispetto della persona in qualsiasi condizione essa si trovi. Le difficoltà delle relazioni, la fatica delle intemperanze, la dissociazione non possono essere né annullate, né spiegate. Possono essere solo gestite: con rispetto e amore. Purtroppo la cultura dominante non aiuta questo processo: ogni giovane in cerca di occupazione chiede il posto migliore possibile, meglio pagato, professionalmente esaltante: fare l’assistente o l’educatore non ha nessuna di queste caratteristiche. Anche la risposta delle istituzioni troppo spesso non riesce a garantire dignità, risorse, accompagnamento per dare qualità a chi non è in grado di gestire autonomamente la propria vita.

Personalmente sento il bisogno di avviare una riflessione seria che non può fermarsi allo sdegno momentaneo che la cronaca suscita, ma che deve far riflettere sullo stile di vita corrente, rivedendo alcuni canoni di comportamento: arroganza e disprezzo troppe volte sono alimentati e non combattuti.

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