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Liberi sul palco

carcereintegrazioneRimini

27 ottobre 2015, 14:31

“Ora è vero, io debbo restare qui confinato da voi […] A meno che io non sia soccorso da una preghiera, così penetrante da commuovere la stessa pietà, e liberare da ogni colpa. E così come voi vorreste essere perdonati dei vostri peccati, fate che la vostra indulgenza mi rimetta in libertà”.
Con queste parole Prospero, il duca di Milano, si congeda dal pubblico e dalla scena nel finale de La Tempesta, di Shakespeare. E’ un addio, dopo una lunga prigionia su un’isola lontana da tutto e tutti. Un carcere. E proprio in un carcere, quello di Rimini, il tema della tempesta è stato scelto per un laboratorio di teatro che ha coinvolto 20 detenuti dallo scorso giugno sino allo spettacolo finale di martedì 20 ottobre.

 

“L’idea iniziale era di lavorare con un testo che fosse proprio una rielaborazione di Shakespeare – racconta Ute Zimmermann, regista di teatro che si occupa di laboratori per ragazzi e adulti, che ha tenuto il laboratorio ai Casetti di Rimini – poi man mano che siamo andati avanti abbiamo deciso di mantenere l’ispirazione e di creare un testo nostro, che parlasse di viaggio ma che fosse scritto a 4 mani con gli stessi detenuti che partecipavano al progetto. Frammenti di un viaggio è il titolo che abbiamo scelto”.

E così, 20 uomini dai 19 ai 50 anni e di diverse nazionalità, tutti accomunati dalla vita all’interno delle mura del carcere, si sono incontrati 2 volte a settimana per 2 ore per fare esercizi di teatro – corpo e voce – e per scrivere un testo. Il laboratorio è stato reso possibile da un’azione finanziata all’interno del progetto Casa dell’Intercultura dei piani di zona del Comune di Rimini.

 

“Il testo del copione è stato costruito attraverso una serie di input – specifica Valentina di Cesare, coordinatrice della scuola lingua di italiana per migranti adulti dell’associazione Arcobaleno di Rimini, che ha coordinato il progetto – che hanno costituito per i ragazzi spunti di riflessione per la scrittura. Input come: I miei piedi mi portano, Io sono, o la scrittura di una lettera. Dai loro scritti, poi, è stato elaborato il testo”.

Si leggono sogni e delusioni nelle frasi dei carcerati, il ricordo di momenti difficili e la speranza di un futuro che porti lontano, che porti soprattutto fuori dal carcere: i miei piedi mi portano in luoghi bellissimi, i miei piedi cammineranno insieme ai piedi sinceri, ma anche i miei piedi mi portano sempre indietro, mi fanno ricordare.

 

Ma come si lavora col corpo, con la voce e con la libertà del teatro all’interno del carcere?
“E’ stata un’esperienza positiva – racconta Ute – molto coinvolgente e con una forte carica emotiva. Quando si fa teatro, anche in una situazione normale, si toccano corde che vanno oltre l’apparenza. In questo caso tutto era ancora più accentuato. Quando chiedi a chi vive tutto il giorno in una piccola cella dove ti portano i tuoi piedi, cosa metteresti nella valigia da portare nell’isola, si tirano fuori le emozioni più intime. A constatarlo il fatto che durante lo spettacolo, durato più di mezzora, nessuno tra gli attori, né tra il pubblico, ha fatto battutine, né ha smorzato l’atmosfera. E non stiamo parlando di uno spettacolo fatto di sketch e risate, ma di un momento di teatro anche difficile, molto personale, in cui ci si mette a nudo. Alla fine ci siamo commossi”.

Un lavoro non facile, perché nonostante la collaborazione e la disponibilità della direzione del carcere, ci si scontra con tante difficoltà, dalle personalità stesse dei detenuti, ai continui trasferimenti tra strutture carcerarie.

 

Durante lo spettacolo i 10 attori, con le loro valigette, si muovevano per il palco e raccontavano il loro viaggio, i loro sogni, in un dialogo tra loro ed il pubblico. Alle loro spalle una scenografie con delle grandi sagome colorate, come altre persone, preparate dagli stessi detenuti.

“All’inizio del corso c’erano 20 partecipanti – dice Valentina – e solo 10 sono arrivati allo spettacolo finale. Ma quello che ci ha dato più soddisfazioni è che nessuno ha abbandonato di propria volontà. Chi non ha proseguito, lo ha fatto perché o è uscito, o è stato trasferito in un’altra struttura. D’altronde il laboratorio richiedeva non poca partecipazione. Era strutturato in 2 incontri settimanali da 2 ore ciascuno, senza interruzioni da giugno ad ottobre, a parte 2 settimane ad agosto. Nella prima parte sono stati fatti gli esercizi sul corpo e sulla voce, poi hanno lavorato allo spettacolo vero e proprio. Abbiamo lavorato assieme anche alle scenografie e agli elementi della serata”.

 

Le lezioni si tenevano nella chiesetta del carcere, che ogni volta veniva allestita per avere lo spazio necessario agli esercizi degli attori. Nello stesso locale si è svolto anche lo spettacolo, davanti ad un pubblico, silenzioso e attento, di 20 persone.
Ma perché, data l’importanza di un laboratorio simile, e del potere del teatro, della sua “forza di responsabilizzazione” come dice la stessa Ute Zimmermann, perché non allestire uno spettacolo anche all’esterno, per la cittadinanza, in modo da avvicinare di più la comunità e la casa di detenzione?

“Ci piacerebbe – dice Valentina – ed è nei prossimi progetti, insieme ad un’altra edizione del corso il prossimo anno”.

 

Immaginare 20 uomini che hanno avuto esperienze spesso traumatiche e violente, fare assieme esercizi per la voce o davanti allo specchio o ancora con una maschera, a riscoprire la propria identità e a trovarne una nuova, è un esercizio difficile anch’esso, tanto è radicata l’immagine che abbiamo dei detenuti come persone lontane da qualsiasi umanità. Proprio per questo un’esperienza simile è tanto importante per loro, per costruire un nuovo futuro, che per la comunità tutta.
O, per dirla meglio con le parole di A.: Io sono il ragazzo che ha sbagliato molto nella sua vita, io sono il ragazzo che ha sbagliato amici. Ma oggi ho pensato bene. Ho preso la decisione finale di poter cambiare vita. Per questo oggi sono contento, sono fiero della mia decisione ad avere una vita onesta e corretta.

Stefano Rossini

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