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ven 20 giu 2014 09:11 ~ ultimo agg. 00:00
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Per questa giornata mondiale del rifugiato abbiamo pensato di lasciare la parola ai ragazzi dello Sprar del comune di Rimini. Ci raccontano la loro storia Ali M. Z., che viene dall’Iran ed è in Italia da circa un anno. Fuggito dal suo paese perché stanco di un governo feroce e alla ricerca di una vita che non sia un continuo sballottamento.

Come lui, M. Abdul S. ha deciso di abbandonare il suo paese. Viene dall’Afghanistan. La sua sembra una storia di un altro tempo, la vicenda di Giulietta e Romeo del lontano oriente. Abdul si era innamorato di una ragazza di un altro gruppo etnico, e per questo la famiglia di lei aveva deciso di ucciderlo. Questo e le elezioni per il nuovo presidente con i talebani che torturano e uccidono i dissidenti, lo spingono ad andarsene

E infine E. Justin, dalla Nigeria, che ha abbandonato il suo paese per colpa della crisi economica e del terrorismo di Boko Haram. Ha lavorato in Nigeria, poi in Libia, e adesso, qui, studia.

“I ragazzi accolti – racconta Debora, operatrice del progetto – rimangono nel progetto Sprar per 6 mesi o un anno. In questo periodo cerchiamo di fare dei percorsi personalizzati per scoprire quali sono le loro attitudini. Li aiutiamo per la parte sanitaria, i documenti, la questura, la richiesta di asilo e riconoscimento.
“Il lavoro svolto in questo lasso tempo dovrebbe permettere al beneficiario di diventare autonomo nel tessuto sociale di Rimini e di fornirgli una rete di supporto nel caso in cui decida di rimanere sul territorio.

Ma non è sempre facile integrarsi e crearsi una nuova vita. Il vissuto precedente, le difficoltà, la guerra, ma anche l’arrivo in un paese in cui non ci sono reti amicali, né familiari.
“L’integrazione è la parte più difficile – racconta Arianna, un’altra operatrice – molti infatti riescono ad ottenere una protezione ma poi vivere in questo paese è molto più complicato.
“Il progetto Sprar comprende una parte di creazione di reti territoriali per la ricerca di corsi di formazione, tirocini formativi, redazione curricula, avviamento alla ricerca del lavoro”.

Cosa succede alla fine dell’anno dello sprar?
“I ragazzi hanno una dotazione economica di buona uscita per sostenere le prime spese di viaggio o di affitto . Molti hanno già dei corsi attivi, corsi professionali o altro. Alcuni si appoggiano ad amici o parenti.
L’integrazione è difficile. Sono persone che spesso, arrivando a seguito di una fuga, non hanno reti amicali o familiari come magari un migrante economico. C’è anche una questione di fortuna. Il tempo per abituarsi e trovare gli strumenti è comunque limitato, 6 mesi e un anno”.

Per chi non riesce?
“Molti trovano aiuto nelle reti amicali. Appartamenti condivisi e sistemazioni non ufficiali. O supporto di altri progetti o servizi locali. Altri trovano un percorso autonomo anche se non lineare. È lungo il percorso di autonomia”.

I ragazzi accolti dallo Sprar di Rimini sono 20. Ognuno con la sua storia, ognuno arrivato in Italia dopo un lungo viaggio. Alcuni hanno lasciato genitori o figli a casa, altri non sanno nulla di cosa avviene oltre le frontiere, se non che c’è una guerra o sussistono le condizioni da cui si è fuggiti. Probabilmente da domani, il giorno successivo alla giornata del rifugiato, per noi torneranno ad essere tanti volti in un mare di disperati. Eppure è necessario fare quotidianamento uno sforzo per non dimenticare che sono singoli individui fuggiti di fronte ad atrocità inumane, che cercano di voltare pagina, come dice Ali, e ricostruire una vita. Non tutti riusciranno, anche i mezzi offerti dallo Sprar non sempre sono sufficienti. Ma da sempre l’accoglienza è la pietra angolare di ogni società civile. Anche questo dobbiamo ricordarlo quotidianamente.

Stefano Rossini

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