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Torna il cinema all’aperto degli Agostiniani e si allunga fin dopo ferragosto

Rimini

8 luglio 2012, 14:00

Torna l’appuntamento estivo con il cinema all’aperto nella corte degli Agostiniani. Un cartellone fatto da tanti titoli italiani e d’oltralpe che hanno caratterizzato la stagione cinematografica ma anche opere come Le Idi di Marzo con George Clooney, Hugo Cabret, The Artist o Margin Call sull’origine finanziaria dell’attuale crisi. Una trentina i film in programma. E Rimini sarà il filo conduttore di inizio e fine rassegna: l’11 sarà proiettata la versione restaurata de “La Prima Notte di Quiete” con Alain Delon e Sonia Petrovna (ospite della proiezione) girato a Rimini 40 anni fa. Mentre il 24 agosto (fuori cartellone) ci sarà la prima prima del film girato nel 2009 a Rimini da un regista turco, protagonista Claudia Cardinale (anche lei presente alla proiezione).
Tra le novità di questa edizione la durata della rassegna che, in via sperimentale, si allungherà infatti fin dopo Ferragosto, chiudendo il 18. 540 i posti a sedere nella corte degli Agostiniani che lo scorso anno ha ospitato mediamente 320 spettatori a serata. Un dato in sensibile calo rispetto agli anni precedenti (si era arrivati a 400) ma legato anche ad un’annata disastrosa, il 2011, per il cinema con gli ingressi in picchiata del 30%. La qualità dei film in programmazione quest’anno fa sperare in risultati migliori.

Ingresso 5 euro intero, 4,50 ridotto. Inizio proiezioni alle 21.30, in caso di pioggia ci si sposta al Teatro degli Atti.

La nota stampa

Un uomo solo sul molo di Rimini, in un’alba autunnale, avvolto in un logoro cappotto di cammello: è l’indimenticabile scena iniziale de La prima notte di quiete, il capolavoro di Valerio Zurlini che, a quarant’anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, mercoledì 11 luglio, alla corte degli Agostiniani (ore 21.30, ingresso libero) torna, in versione restaurata, nella città dove è stato integralmente girato. Un’altra Rimini (e un’altra provincia), più cinica e feroce, rispetto a quella raccontata – ma ricostruita altrove – da Federico Fellini, vent’anni prima, ne I vitelloni. A dare corpo e anima a quell’uomo, uno sradicato e misterioso supplente di italiano in un liceo riminese, è Alain Delon. Accanto a lui, a formare un cast strepitoso, Giancarlo Giannini, Lea Massari, Alida Valli, Salvo Randone, Adalberto Maria Merli e Sonia Petrovna, che interpreta la giovane e affascinante studentessa di cui s’innamora il professore. E sarà proprio Sonia Petrovna, l’ospite d’eccezione, che non solo accompagnerà la proiezione serale della pellicola, ma che sempre mercoledì 11 luglio, alle ore 12, nelle Sale antiche della Biblioteca Gambalunga, converserà del film e della sua lavorazione assieme all’assessore alla cultura, Massimo Pulini, e allo storico del cinema, Marco Bertozzi.

È questo l’evento speciale dell’edizione 2012 di “Cinema sotto le stelle”, che alzerà il sipario martedì 10 luglio (ore 21.30, ingresso 5 euro) nella corte dell’ex convento degli Agostiniani (via Cairoli 42): trenta film di quest’ultima stagione cinematografica per rinnovare quell’alleanza tra la magia della settima arte e il fascino del centro storico che ha fatto di questa rassegna estiva uno degli appuntamenti più attesi (e amati) dal pubblico riminese. A idearla, la Cineteca del Comune di Rimini in collaborazione con Notorius Rimini Cineclub.

Un cartellone di titoli soprattutto italiani e d’oltralpe e costruito, come sempre, attorno a un’idea di cinema orgogliosamente popolare: godibile, onesto, con un livello di scrittura e di recitazione rispettoso dell’intelligenza e della sensibilità dello spettatore e capace di raccontare, in modo plausibile, pezzi di mondo e di umanità. Esemplari, sotto questo profilo, Una separazione di Asghar Fahradi, pellicola iraniana, per stile e storia, anomala rispetto alla tradizione cinematografica di quel paese; Piccole bugie tra amici di Guillaume Canet, bilancio di una generazione, quella dei quarantenni degli anni zero, sempre sull’orlo di una crisi di nervi; Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki, che ricompone la sua corte dei miracoli e offre un’originale variazione sul tema dell’immigrazione clandestina. E ancora: Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guédiguian, una sorta di fiaba sociale intrisa di rimpianto; e, soprattutto, The Artist di Michel Hazanavicius, vera sorpresa di questa stagione, un film muto e in bianco e nero, omaggio al cinema delle origini, che ha stregato i giurati dell’Academy e fatto incetta di statuette.

Molte le commedie in programma, a cominciare dal film di apertura, Scialla! di Francesco Bruni, che racconta, con ironia tutta romanesca, lo scontro tra generazioni. Appare irresistibile, e inaspettatamente a suo agio in un ruolo brillante, Isabelle Huppert, intellettuale dell’alta società che, ne Il mio migliore incubo! di Anne Fontaine, perde la testa per un rozzo operaio. Si ride con la sospiratissima invenzione a fine Ottocento del vibratore descritta, con humour tipicamente britannico, da Tanya Wexler in Hysteria.

All’insegna della leggerezza, pur con sfumature diverse, molti altri titoli in cartellone: da Almanya di Yasemin Samdereli, un on the road in salsa multietnica, al romantico Ciliegine, fortunato esordio nella regia di Laura Morante; dal vincitore di Roma, l’argentino Cosa piove dal cielo? di Sebastian Borensztein, che, attraverso una vicenda stralunata di destini incrociati, (fa) riflette(re) su amicizia e fratellanza, a Magnifica presenza, con cui Ferzan Ozpetek colora il suo consueto, improbabile e variegato paesaggio umano con tinte neogotiche.

Si ride dunque molto (e spesso), ma ci si commuove pure: con La guerra è dichiarata, ad esempio, quella che la regista Valérie Donzelli (e il compagno) hanno veramente combattuto (e vinto) contro la malattia del figlio; o con Sister dell’elvetica Ursula Meier, che segue la lotta quotidiana per la sopravvivenza di un ragazzino e della sorella; oppure con Tutti i nostri desideri di Philippe Lioret, sull’ultima battaglia (esistenziale e professionale) di una giovane magistrato confortata, con discrezione estrema, da un collega più anziano.

Ci si indigna con Diaz di Daniele Vicari, cronaca cruda del G8 di Genova, e con Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, che riapre, non senza polemiche, la ferita della strage (ancora impunita) di piazza Fontana. Due film che, assieme a Cesare deve morire dei fratelli Taviani, di certo l’opera italiana più innovativa di quest’annata, premiata e acclamata a Berlino e ai David di Donatello, segnano il ritorno in grande stile del nostro cinema d’impegno civile. A modo loro – solido e classico il primo, preciso e teso il secondo – sono film di denuncia anche Le idi di marzo di George Clooney sul cinismo della politica americana (e delle sue distorte strategie comunicative) e Margin Call di Jeffrey C. Chandor sull’origine finanziaria dell’attuale crisi economica.

Ci si riappacifica con il cinema d’autore per merito di due tra i più promettenti e raffinati giovani registi oggi in circolazione: il danese Nicolas Winding Refn, autore di Drive, a tutti gli effetti un melò, quantunque scosso da improvvise esplosioni di violenza, e l’inglese Steve McQueen che firma con Shame un film urticante ma affascinante su un uomo ossessionato dal sesso.

A completare il cartellone, diversi film biografici: da Marilyn di Simon Curtis sulla trasferta londinese della Monroe a fianco di Sir Laurence Olivier a The Iron Lady di Phyllida Lloyd, ritratto di Margareth Thatcher; dalla rivalità professionale e sentimentale tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung raccontata da David Cronenberg in A Dangerous Method agli anni dell’infanzia trascorsi da Albert Camus in Algeria rievocati da Gianni Amelio ne Il primo uomo, a partire da un romanzo incompiuto dello scrittore francese.

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