sabato 15 dicembre 2018
In foto: Si intitola "Il Pane per passare dall’io al noi E dall’ostilità all’ospitalità" l'Omelia pronunciata questa sera dal vescovo di Rimini, monsignor Lambiasi, per il Corpus Domini del 23 maggio:
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ven 24 giu 2011 19:19 ~ ultimo agg. 00:00
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“Il Pane per passare dall’io al noi
E dall’ostilità all’ospitalità”

Cristo non si è ancora stancato di camminare con noi. Non si è ancora pentito della promessa di rimanere con noi tutti i giorni e di accompagnare tutti noi, esuli figli di Eva, nel nostro affannato peregrinare, fino alla fine del mondo, sui ripidi sentieri della storia. Questo è il segnale forte e netto, lanciato dalla processione del Corpus Domini: il corpo di Cristo è il pane dei pellegrini, il viatico che ci assicura l’energia per procedere da cristiani sulle strade della nostra città, alla volta della città futura, la Gerusalemme celeste.

1. Gesù ha distrutto in sé l’inimicizia

Nell’ultima sera della sua vita, mentre consumava una cena che fu sicuramente di addio, Gesù era perfettamente consapevole di quale sarebbe stata la conseguenza fatale dell’ignobile tradimento di Giuda Iscariota: una ingiusta condanna, una crudelissima passione, una morte raccapricciante e ignominiosa sulla croce. Nonostante questa lucida previsione, Gesù non prende la strada della fuga per mettere in salvo la propria pelle. Non si ripiega su di sé, in un silenzio sdegnoso e sprezzante, né scaglia livide invettive contro chi stava per tradirlo, contro i discepoli che stavano per abbandonarlo, contro mandanti ed esecutori del suo infame supplizio. Ma “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Quel semplice gesto dell’offrire ai commensali il pane e il vino come segni tangibili e trasparenti del proprio corpo e del proprio sangue racconta senza possibilità di equivoco una offerta di sé, totale e irreversibile.

Che cosa fa allora Gesù nel cenacolo? si espone coscientemente e liberamente alle sofferenze atroci e alle infamanti umiliazioni che dovrà subire, le assume in anticipo e ne fa l’occasione di un amore senza misure, di un perdono senza riserve. Abbandonato e vigliaccamente tradito, Gesù si dona e si abbandona a persecutori e carnefici, in una donazione gratuita, senza limiti e senza rimpianti. Assume preventivamente l’elemento di rottura – il tradimento, il fallimento, la morte – per trasformarlo in adeguato strumento di alleanza. Le parole che pronuncia sulla coppa di vino rosso lo esprimono con chiarezza abbagliante: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. Ecco quanto ‘passa’ nel cuore di Gesù: il sangue infetto della cattiveria universale viene lavato e ossigenato dal suo amore supersmisurato, e poi restituito come sangue sano e risanante alle arterie del corpo dell’intera umanità, contaminata dalla pandemia dell’egoismo e del peccato. Così una violenza totalmente ingiustificata viene capovolta in una dedizione totalmente incondizionata. Si tratta di una metamorfosi strabiliante, che manifesta tutta la generosità del suo cuore: Gesù ha avuto la capacità di prendere occasione dalle circostanze più contrarie e dolorose per superare se stesso e arrivare oltre il confine dell’amore più eroico e gratuito, in un eccesso di carità che lascia sgomenti e stupefatti.

San Paolo esprime una sorpresa quasi incredula di fronte a uno spreco così folle di bontà: “Nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. (…) Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,7-9). E nella Lettera agli Efesini ci si spiega come abbia fatto Cristo a riconciliare con Dio Padre degli esseri umani a lui spietatamente ostili: “ha distrutto in se stesso l’inimicizia” (Ef 2,14). Cioè, non ha distrutto i nemici fuori di sé, ha distrutto l’inimicizia dentro di sé, per accogliere e ospitare in sé i suoi irriducibili avversari. Eppure avrebbe potuto domandare al Padre dodici legioni di angeli per immobilizzare i suoi persecutori, ma non l’ha fatto, anzi lo ha pregato di perdonarli. Ecco dunque cosa avviene nella santa cena: a una ostilità tanto incomprensibilmente arbitraria, Gesù reagisce con una ospitalità altrettanto incredibilmente gratuita.

2. La risorsa educativa dell’eucaristia

Quando celebriamo l’eucaristia e riceviamo la santa comunione, accogliamo in noi lo stesso dinamismo di amore che Gesù ha manifestato nell’ultima cena. La comunione ci rende capaci di prendere occasione dalle ingiustizie e dalle offese, da tutto ciò che è contrario all’amore, per ottenere la vittoria dell’amore, in intima comunione con Cristo. Pertanto l’eucaristia diventa per noi scuola e laboratorio, palestra e noviziato dove veniamo formati e allenati a passare dall’isolamento alla condivisione, dall’esclusione alla convivialità, dalla lontananza alla prossimità. In breve, l’eucaristia ci educa all’accoglienza e ci abilita a passare dall’ostilità all’ospitalità. Come non ricordare che Gesù ha aperto l’ultima cena con la lavanda dei piedi ai discepoli, ossia proprio con quel gesto che era considerato il primo da riservare all’ospite quando entrava in casa? Ma la conclusione che il Maestro ne tira è scioccante: “Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14).

Lavarci gli uni i piedi degli altri. La prima attenzione, non tanto in ordine di tempo quanto in ordine di logica, dobbiamo esprimerla all’interno delle nostre comunità: “a cominciare dai fratelli nella fede” (cfr Gal 6,10). Spendersi per i poveri, va bene. Lavare i piedi di quanti sono emarginati da tutti i banchetti della vita, va meglio. Ma prima ancora dei disabili, dei barboni, dei nomadi, dei profughi, di coloro che ordinariamente sono parcheggiati fuori del palazzo o all’ombra del tempio, vengono coloro che condividono con noi l’area e l’aria del ‘cenacolo’. La Chiesa non può portare ‘fuori’ l’eucaristia, nella città, se prima non la vive ‘dentro’ le sue pareti. Non c’è una eucaristia dentro, e una lavanda dei piedi fuori. Che cosa significa allora quell’inequivocabile pronome di reciprocità: “gli uni gli altri”? Che, ad esempio, il vescovo difficilmente potrà essere portatore di un ‘primo annuncio’ del vangelo, se, nell’ambito del presbiterio, non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri sacerdoti e a lasciarsi lavare i piedi da ognuno dei confratelli. Anzi, c’è di più o di peggio. è l’intera comunità cristiana che accusa deficit vistosi di credibilità se nel suo grembo serpeggia la divisione, dilaga il campanilismo, tracima la faziosità, ci si osteggia in tifoserie contrapposte, si sprofonda nel letargo dell’indifferenza reciproca, a tal punto che i piedi ognuno se li deve lavare per conto suo.

Ma portare il corpo del Signore per le strade della città – è un secondo messaggio di questa processione eucaristica – lascia trasparire la disponibilità e l’impegno di noi cristiani a mettere in circolo, a disposizione dell’intera comunità civile, l’incalcolabile risorsa che l’eucaristia rappresenta. Sì, anche Rimini ha bisogno di passare ininterrottamente dall’ostilità all’ospitalità: non possiamo esimerci dall’imboccare lo svincolo che fa transitare ogni cittadino dall’io al noi. La nostra città è diventata più arida, frammentata e divisa. La caduta della solidarietà, e spesso, troppo spesso, un egoismo brutale e vorace, e un feroce antagonismo marcano ostentatamente la stagione in corso. Ci ritroviamo più vecchi e depressi, più soli, impauriti e aggressivi. L’ostilità, radicata in un cuore ribelle a Dio, è il cancro che produce metastasi negli affetti e nelle relazioni: aggredisce le famiglie, si insedia negli ambienti sociali e politici, si coagula in sistemi ingiusti e brutali. Il preoccupante sfilacciamento del vincolo civile trova la sua adeguata terapia solo nel rafforzamento del legame morale, pena l’inesorabile declino della società. Vogliamo individuare il termometro infallibile per misurare il grado di civiltà della nostra città? E’ la preferenza che si dà al bene comune rispetto agli interessi privati.

Ecco il “capitale sociale” rappresentato dall’eucaristia: costruire una città civile e abitabile, sulla base dei grandi valori della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità. In questo inizio di millennio si impone una seconda ricostruzione della nostra città, dopo la prima, avvenuta a seguito della devastante distruzione dell’ultima guerra mondiale. Oggi è l’anima umana di Rimini che deve rinascere. In questo “risorgimento morale”, i cristiani laici sono sorretti da una certezza incrollabile: che l’eucaristia non è fatta per mandarci in estasi, ma per metterci in crisi. Come non andare in crisi quando vediamo accendersi, dentro e fuori di noi, violente forze negative, che si potrebbero chiamare letteralmente ‘anti-eucaristiche’ in quanto effettivamente anti-umane? Ne richiamiamo alcune, in triste, schematica elencazione: la ‘liquefazione’ della prossimità, che promette una libertà senza orizzonti e senza impegni, in cambio di una solitudine senza memorie e senza speranze; la “dittatura del relativismo”; la riacutizzazione di un laicismo surriscaldato, che fatica a riconoscere il dna cristiano di una sana, serena laicità; la demonizzazione del diverso e dell’avversario politico, quali nemici da abbattere; l’assuefazione al dolore altrui, che rende indifferenti di fronte a tragedie colossali, come il naufragio dei 1.300 profughi, ingoiati dal mare di Lampedusa; la paura del futuro e dello straniero, due virus micidiali che vanno quasi sempre in combutta… è una situazione difficile e diffusa, ma tutt’altro che irreversibile: se tutti, istituzioni e cittadini, ispireremo la nostra azione ad un umanesimo plenario e ci lasceremo guidare dalla stella polare del bene comune, potremo rendere sempre meno ostile e sempre più ospitale la nostra città. “Coraggio, popolo tutto!” (Ag 2,4).

Fratelli e sorelle, uomini e donne di buona volontà, lasciate che vi ripeta le parole gridate dal beato Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”. La fede cristiana non è schierata contro gli autentici valori umani, quali la scienza, la democrazia, la tolleranza, ma è per una loro affermazione solida e alta, che sia esente da interpretazioni unilaterali e distorte. La Chiesa non reclama privilegi, ma rivendica libertà; la stessa che sollecita per tutti, nella certezza che solo una città dell’uomo, rispettosa della dignità e dei diritti umani fondamentali, è anche città di Dio.

Allora preghiamo insieme: “O Gesù, buon Pastore, tu riunisci in un solo corpo quanti si nutrono di uno stesso pane: sostieni i credenti, le donne e gli uomini di buona volontà, nell’assicurare alla comunità ecclesiale e a quella civile la libertà, la giustizia e la pace. Amen”.
+ Francesco Lambiasi

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