Indietro
menu
Nazionale Politica

Nulla di fatto nel vertice tra Bossi e Fini. Premier sempre più in bilico

In foto: Il vertice tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi si risolve in un nulla di fatto. Il presidente della Camera ribadisce al Senatur quanto detto nel discorso pronunciato alla convention di Fli a Perugia ponendo come condizione per un'eventuale ripresa della trattativa il passo indietro del Cavaliere e l'ingresso dell'Udc nella squadra di governo.
di    
Tempo di lettura lettura: 5 minuti
ven 12 nov 2010 10:07 ~ ultimo agg. 00:00
Facebook Whatsapp Telegram Twitter
Print Friendly, PDF & Email
Tempo di lettura 5 min
Facebook Twitter
Print Friendly, PDF & Email

Intanto i finiani annunciano che lunedì ritireranno la loro delegazione al governo. Il passo successivo, se il premier non si dimetterà una volta approvata la finanziaria, sarà la sfiducia al governo. Un punto, quest’ultimo, ribadito anche dal leader dei centristi Pier Ferdinando Casini. L’ex leader di An stamane avrebbe prospettato al Senatur anche l’ipotesi che a guidare l’esecutivo sia un altro premier. Quello di Giulio Tremonti, si ragiona in ambienti parlamentari del centrodestra, sarebbe stato uno dei nomi ipotizzati dal presidente della Camera. Un pacchetto di richieste rispedite al mittente dal leader leghista: “Sono fedele a Berlusconi – sottolinea Bossi a Fini – e non sono disponibile a nessuna alternativa se lui non è d’accordo”. E da Seul per il vertice G20, Berlusconi, in contatto con lo stato maggiore del Pdl, ribadisce la sua indisponibilità a fare passi indietro: Non ho intenzione di dare le dimissioni, se Fini vuole mi sfiduci in Aula. L’unica alternativa a questo governo sono le elezioni. In realtà, che il faccia a faccia tra il presidente di Montecitorio ed il leader della Lega potesse sbloccare una situazione data ormai per compromessa erano in pochi a crederlo. Il Senatur si presenta nello studio di Fini con Roberto Calderoli e Roberto Maroni. Quasi un’ora di riunione terminata con una fumata nera. I leghisti se ne vanno facendo intuire che la mediazione non è andata a buon fine ed immediatamente da Fini arriva lo stato maggiore di Fli.

Bocche cucite al termine dell’incontro anche se a fotografare il quadro della situazione ci pensa Giorgio Conte con una frase: “Non si è risolto nulla”. Gianfranco Fini insomma mantiene il punto: “Aspetto una risposta formale da Silvio Berlusconi alle cose che ho detto a Bastia Umbra. E, come ho appunto detto in quella occasione, ritirerò la delegazione di Fli al governo se la risposta sarà negativa”. Il ritiro degli esponenti di Futuro e Libertà dall’esecutivo, ha però aggiunto Fini, avverrà solo quando il Cavaliere farà rientro dal G20 di Seul. Il passo successivo potrebbe essere la sfiducia all’attuale governo, ma solo dopo il via libera del Parlamento alla Finanziaria. Ai suoi fedelissimi l’ex leader di An ha spiegato che il Carroccio non ha fatto richieste specifiche cercando però di capire quali scenari potrebbero aprirsi nel caso di crisi formale. La Lega, ha sottolineato sempre Fini allo stato maggiore del partito, ha ribadito l’indisponibilità ad allargare la maggioranza ai centristi: “L’Udc via, al mare”, taglia corto Bossi. Concluso il vertice tra i due leader, nel Palazzo è un rincorrersi di riunioni. Di Fini con i dirigenti di Fli, di Bossi con gli esponenti del Carroccio, mentre all’ultimo piano dell’ala riservata ai gruppi lo stato maggiore del Pdl si rinchiude per oltre tre ore.

L’incontro del Popolo della libertà si trasforma in una ‘conference call’ con Berlusconi, in collegamento telefonico da Seul. Ai suoi il Cavaliere ripete ancora una volta di non voler fare passi indietro: Andiamo avanti – dice – se Fini vuole mi sfiduci in Aula, alla luce del sole. Una scelta condivisa dal partito che in un comunicato non lascia spazio a dubbi: “i coordinatori, i capigruppo e la delegazione del Pdl al Governo, in questo momento politico, con posizione compatta e coesa ritengono inaccettabile che la legislatura possa proseguire con un differente premier e un differente governo”. Bocciata ufficialmente, dunque,l’ipotesi di un ‘Berlusconi bis’ anche se le colombe del Pdl continuano a prospettare quella della crisi pilotata come una delle soluzioni. Il Cavaliere dovrebbe convincere il Senatur ad accettare l’ingresso dell’Udc, sarebbe il ragionamento, e poi fare un passo indietro per riottenere l’incarico nel giro di pochissimo tempo. Il tutto,però, con le dovute garanzie da parte di Fli: garanzie che il presidente del Consiglio non riesce al momento neanche ad intravvedere.

“Ho problemi ma non mollo”. Soffre Silvio Berlusconi, ma stringe i denti, elargendo persino sorrisi e pacche sulle spalle. E’ forse il summit più difficile per il presidente del Consiglio che da tempo si ‘vanta’ di essere il leader più longevo nei vertici internazionali. Ma il G20 di Seul gli lascerà pochi ricordi sereni: troppo preoccupato per quello che succede a Roma, per le “congiure di palazzo” che vede in ogni mossa di ex alleati e persino di qualche amico. Impossibile in queste condizioni rilassarsi e mettere in pratica quella che lui stesso ha più volte definito la “diplomazia del cu-cu”, ovvero quel modo di sdrammatizzare i seriosi summit con storielle e battute. Il Cavaliere soffre ma non può accettare quello che succede a Roma con Gianfranco Fini che propone a Umberto Bossi una crisi di governo ed un nuovo esecutivo allargato all’Udc, prospettando anche una diversa premiership. Tant’é che da Seul tronca di netto qualsiasi ipotesi che disarcioni il governo in carica. “Fini mi deve sfiduciare, io passi indietro non ne faccio. O c’é questo governo o si va a votare”, dice ai suoi senza nascondere l’ira per il suo ex alleato. Nel suo primo giorno nella capitale sud coreana la ‘cappa’ della politica italiana non lo abbandona un attimo. Arriva in aereo con Giulio Tremonti, da alcuni nel Pdl sospettato di tramare alle spalle del Cavaliere per sostituirlo a palazzo Chigi alla guida del tanto temuto governo tecnico. In aereo, racconta chi era con lui, riesce a dormire per alleviare il fuso orario di otto ore che lo attende all’arrivo. Con Tremonti parla, ma di quella conversazione non trapela nulla.

All’arrivo in albergo scherza coi cronisti: “Ma i coreani assomigliano molto agli italiani?”, chiede stringendo le mani dei giornalisti e sorridendo. Poca voglia di parlare, però: “E’ come se non fossi ancora arrivato…”, spiega a chi gli domanda del vertice, “sono ancora indietro con i conti, sono verso il 17…”. Dopo un breve riposo si siede davanti al primo ministro vietnamita. Prima chiede a Nguyen Tan Dung se va tutto bene, poi si sfoga in inglese: “In my country I have some difficulties in this moment”. Qualche difficoltà che esploderanno poche ore dopo, quando la cena di gala offerta dal governo coreano volge al termine. L’incontro fra Umberto Bossi e Gianfranco Fini non dà i risultati sperati. O almeno così sembra dalle prime dichiarazioni del Senatur. Il premier sale nella sua stanza senza proferire parola, mentre Tremonti (anch’egli al ricevimento inaugurale) risale in auto e se ne va. Il Cavaliere si allenta la cravatta e con Paolo Bonaiuti, suo portavoce e consigliere, analizza la situazione. Chiama i leghisti, che gli raccontano l’esito del vertice romano tra Fini e Bossi, i consiglieri più fidati. Poi sente al telefono Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo è riunito a Roma con i coordinatori del Pdl, alcuni ministri e i dirigenti del partito. Al telefono detta la linea, poi ufficializzata in un comunicato del partito. Berlusconi non ha nessuna intenzione di dare le dimissioni: se Gianfranco Fini vuole mi dovrà sfiduciare in Aula, alla luce del sole e davanti agli italiani, ribadisce seguendo lo stesso canovaccio dettato a caldo dopo l’intervento del presidente della Camera a Bastia Umbra. Parole che sembrano una bocciatura netta di qualsiasi ipotesi di ‘Berlusconi-bis’, di reincarico, di crisi pilotata. Perché “non ci sono alternative all’attuale governo se non il voto”. Eppure parecchi, intorno al tavolo, quando raccontano la posizione del premier aggiungono immediatamente: “Al momento è cosi”. Cosa voglia dire questo “al momento” nessuno lo spiega chiaramente. Eppure qualcosa dietro le quinte si muove. L’impressione è che nel Pdl non si sia persa del tutto la speranza di spingere i finiani su posizioni meno estremiste. In sostanza far abbandonare a Fini l’idea di sbarazzarsi definitivamente di Berlusconi. Se ciò avvenisse, sussurrano i fedelissimi, anche il Cavaliere potrebbe cambiare opinione e convincersi a salire al Quirinale, ma solo per rimettere l’incarico. Ma prima, dovrebbe avere quelle garanzie che al momento Fini non sembra disposto a dargli. (ANSA)