sabato 23 febbraio 2019
In foto: Il dibattito sul lavoro sfruttato non si arresta: vi è intervenuto anche il direttore della Caritas diocesana don Renzo Gradara. Tra le badanti che d'estate lasciano le case per andare a lavorare in albergo, segnala, ci sono casi di sfruttamento.
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sab 21 ago 2010 17:01 ~ ultimo agg. 00:00
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Giovedì sera la cena, alla decina di lavoratori del Mosè che hanno dato vita alle proteste contro Costa Romagna e la direzione dell’hotel, è stata offerta da un cittadino di Torre Pedrera. Ha pagato il conto in rosticceria. Ai lavoratori sono anche arrivati 500 euro raccolti dall’Associazione rumori Sinistri attraverso una colletta, che proseguirà anche domani mattina alla spiaggia libera.

Ad oggi ancora nessuno degli ex dipendenti del Mosè, per mangiare alla mensa o per un posto letto, si è rivolto alla Caritas, che aveva dato disponibilità ad accoglierli: il motivo è non lasciare la depandance dell’hotel Zodiaco, della stessa catena del Mosè dove, grazie all’intervento dell’amministrazione, gli è stato concesso di restare: un presidio permanente, come per restare attaccati a un filo che li lega alla speranza di potersi vedere riconosciuti i soldi del lavoro svolto.

Ma se loro in Caritas non sono ancora andati, dalle stanze della struttura di via Madonna della Scala sono passati, quest’anno più che in passato, diversi stagionali sfruttati e poi lasciati in strada. A testimoniarlo è Don Renzo Gradara, Direttore della Caritas Diocesana. “Si tratta di persone – dice – che vengono a dire di aver lavorato anche un mese in prova e cui poi viene detto che non sono adatti. Non ricevono a quel punto neppure un euro per il lavoro svolto. Oppure vediamo persone che hanno orari impossibili, non rispettosi della dignità della persona”.

E c’è una categoria, nota don Renzo, da segnalare particolarmente. Quella delle badanti. “Badanti che a maggio interrompono il servizio di badantato, magari lo affidano a un’amica, e vanno negli alberghi a lavorare per poi riprendere l’altro lavoro in settembre. Dai loro racconti capiamo che subiscono a volte le stesse ingiustizie che subivano le nostre donne trenta o quarant’anni fa. E’ chiaro che la situazione non riguarda per fortuna tutti gli albergatori o tutti gli operatori turistici. Ma esiste una sacca abbastanza ampia di ingiustizia che occorre denunciare”.

Non è quindi risparmiata una battuta amarissima ad alcuni imprenditori del settore turistico.
“Si è sempre parlato dei rumeni criminalizzandoli. In questo caso gli sfruttati sono i rumeni, mentre sono gli italiani che compiono azioni illegali. Se poi vogliamo mettere vicino tutto questo alle ultimie dichiarazioni dei redditi degli albergatori…c’è da aspettarsi che il prossimo flusso di poveri alla Caritas sarà determinato dagli operatori turistici.
Che hanno dichiarazioni dei redditi da fame. Il nostro problema non sarà dargli un piatto di minestra, ma trovare il posto dove parcheggiargli suv e fuorisrada”.

E a don Renzo Gradara risponde la presidente dell’Aia Patrizia Rinaldis. “Stimo profondamente l’opera di don Renzo”, chiarisce la Rinaldis, sottolineando però un aspetto già espresso in queste settimane: ovvero il rischio di generalizzazioni. E il timore della presidente è ancora una volta per il risvolto negativo a livello di immagine della questione. “Se continuiamo ad andare sulle pagine nazionali per casi come quello dell’hotel Mosè – dice la Rinaldis – il rischio è davvero di vedere aumentare le file alla Caritas, perchè molti addetti del settore potrebbero restare senza lavoro”.

(Newsrimini.it)

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