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Secondo la Cassazione, Marrazzo vittima di un’imboscata

CronacaNazionale

19 aprile 2010, 17:24

in foto: L'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo fu "chiaramente la vittima predestinata" di una "imboscata organizzata ai suoi danni" da alcuni carabinieri della Compagnia di Roma Trionfale."

“Nei suoi confronti – secondo la Cassazione – non è ravvisabile alcuna responsabilità penale né per quanto riguarda l’uso dell’auto blu, per raggiungere l’appartamento di via Gradoli per incontrare il trans Natalie, né per quanto riguarda l’eventuale utilizzo di cocaina.”
La suprema corte ha affrontato oggi per la prima volta il ‘caso Marrazzo’ nelle motivazioni, appena depositate, del provvedimento con il quale ha confermato le misure cautelari nei confronti dei carabinieri coinvolti, indicando anche un ruolo più grave nei confronti del maresciallo Nicola Testini.

In particolare, per quanto concerne la posizione di Marrazzo nell’ambito della vicenda che lo ha portato alle dimissioni dopo essere stato sorpreso e filmato da alcuni carabinieri insieme al trans Natalie, anche con una dose di cocaina, la Suprema Corte – respingendo i tentativi dei difensori dei carabinieri di gettare discredito sulle dichiarazioni dell’ex governatore – rileva che “nei confronti di Marrazzo nulla autorizza ad ipotizzare condotte delittuose, essendo egli chiaramente la vittima predestinata di quella che é stata considerata come un’imboscata organizzata ai suoi danni”. Aggiunge la Cassazione che nemmeno la presenza della cocaina in casa di Natalie può condurre “a diverse conclusioni”. E ciò non solo perché in base ai risultati delle indagini la presenza della cocaina “é stata attribuita proprio agli indagati, che miravano evidentemente a rendere più gravosa la posizione del Marrazzo per renderlo più vulnerabile e pronto a subire qualsiasi ricatto, ma anche perché, se pure la droga l’avesse portata l’ex governatore, nessuna conseguenza di natura penale avrebbe potuto derivargliene, trattandosi di droga chiaramente destinata al consumo personale”.

Inoltre, aggiunge la Cassazione, che è “ugualmente irrilevante, sotto il profilo penale, l’uso, da parte dello stesso Marrazzo, dell’auto di servizio per raggiungere l’abitazione di via Gradoli, dal momento che di questa auto l’ex presidente della Regione Lazio era autorizzato a servirsi”. Del tutto “pretestuose” – chiarisce ancora la Cassazione – sono “le altre ‘accuse’ rivolte al Marrazzo dagli indagati, strumentali all’esigenza di farne emergere l’inesistente posizione di soggetto indagato, come il riferimento ad una ‘falsa’ denuncia di smarrimento degli assegni”. Il riferimento è ai tre assegni, per un totale di 20 mila euro ‘estorti a Marrazzo’ dai carabinieri Luciano Simeone e Carlo Tagliente durante l’irruzione a via Gradoli, dei quali Marrazzo diede notizia alla banca per “evitarne la commercializzazione o la possibilità di favorire i suoi ‘aguzzini'” con quelle somme.

I carabinieri Luciano Simeone e Carlo Tagliente – nell’irruzione a via Gradoli dove lo scorso luglio sorpresero Piero Marrazzo col trans Natalie – “hanno impedito a Marrazzo di tirarsi su i pantaloni” perché “la ripresa in mutande aveva, evidentemente, per i fini perseguiti dagli indagati, ben maggiore effetto e ben altro valore, così ben altro valore avrebbe avuto la ‘scena del crimine’ se fosse stata opportunamente ‘condita’ dalla presenza di droga”. Lo sottolinea la Cassazione – nella sentenza 15082 depositata oggi con la quale conferma le accuse ai carabinieri indagati per l’estorsione a Marrazzo – rilevando che vi fu una “accurata preparazione di quella scena, che prevedeva non solo la presenza della droga ma anche, nello stesso tavolino, accanto al piatto che la conteneva, della tessera personale della vittima, affinché non vi fossero dubbi sulla identificazione del personaggio” al quale non si voleva “dare scampo”.

Ai carabinieri erano “ben note le sue debolezze” tanto che organizzarono “un vero e proprio agguato culminato con l’irruzione nell’abitazione del trans Natalie” ai primi di luglio dello scorso anno. Lo sottolinea la Cassazione sconfessando la tesi dei carabinieri indagati in base alla quale l’irruzione sarebbe stata fatta “per verificare la consistenza della notizia confidenziale ricevuta dall’informatore Gianguarino Cafasso, sullo svolgimento di festini con droga”. (ANSA)

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