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Coordinamento Donne: ancora poca rappresentanza femminile nelle cariche

Provincia

8 marzo 2010, 13:06

in foto: L'8 marzo c'è poco da festeggiare. La provocazione arriva dal Coordinamento Donne di Rimini, che torna a rivendicare una maggiore presenza femminile nei ruoli di responsabilità amministrativa.

Numeri alla mano, il Coordinamento lamenta ancora una scarsa apertura alle donne nelle cariche amministrative. Delle 28 giunte in provincia, solo 7 rispettano o superano i parametri della rappresentanza di genere.

(nella foto Maria Luigina Matricardi, sindaco di Coriano, uno dei 5 sindaci donna della Provincia)

Il documento del coordinamento:

Approfittiamo della Giornata dell’8 marzo per parlare del ruolo delle donne in Italia. In una recente indagine condotta dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale parla senza mezzi termini di “segregazione verticale diffusa”, espressione che indica la scarsa presenza femminile nei livelli apicali del Paese.

Il problema della rappresentanza di genere, perché occuparsene
La proporzionalità che lega la quantità donne presenti su un territorio (51%) e la loro rappresentanza è in primis un fatto di democrazia sociale: il rappresentante ha il compito di rispecchiare il rappresentato. Inoltre, il riconoscimento della dualità del genere umano pone le basi perché si configuri il diritto alla parità nel potere come un diritto umano universale. Ma la realtà è che la rappresentanza femminile in Parlamento è microscopica: il 21,3% alla Camera, il 18% al Senato. Nelle istituzioni regionali le rappresentanza femminile è residuale, 11,5% nei Consigli Regionali e 17,6% nelle giunte; (attualmente sono solo due le Presidenti di Regione). Anche i dati della nuova composizione del Parlamento europeo risulta che le eurodeputate del nostro paese rappresentano soltanto il 21% della rappresentanza italiana (pari alla precedente). Siamo il fanalino di coda dei paesi dell’Unione Europea nella classifica mondiate sulla parità di genere (l’Italia si colloca al 67º posto) surclassati da Svezia (47%), Olanda (39,3%), Spagna (36,3%) e persino da Ruanda (56%) e Burundi (30,5%).

Con l’occasione, presentiamo i nuovi dati raccolti dall’Osservatorio, costituitosi all’interno del Coordinamento Donne Rimini, per analizzare la condizione femminile nel nostro territorio nella politica e nel lavoro.

Ecco i dati relativi alle 27 giunte comunali della Provincia riminese e della giunta provinciale

Delle attuali 168 poltrone di cui sono composte complessivamente le giunte dei Comuni e della Provincia di Rimini, solo 52 sono occupate da donne (30,9 %). Su 27 Comuni del territorio riminese, solo 5 donne sono state elette sindaco (17,8 %) e solo 7 donne sono state nominate vicesindaco (25%). Delle 28 giunte della provincia, solo 4 di esse rispettano sostanzialmente la rappresentanza di genere (Cattolica, Saludecio, Torriana, San Leo), e 3 la superano (Riccione, Montegridolfo e Talamello). La situazione invece precipita a Sant’Agata Feltria dove non c’è neppure una donna in giunta, nonché a Bellaria e Misano (l’uno di Centrodestra, l’altro di Centrosinistra). Se poi ci si inoltra nelle nomine degli enti partecipati di primo e secondo grado della Provincia la disparità di genere aumenta in maniera esponenziale.
Giusto per il piacere di fornire dei parametri di confronto, basti dire che la partecipazione femminile ai diversi livelli dell’amministrazione del nostro territorio (29% donne contro un 71% di uomini) non solo è largamente inferiore al panorama europeo di ben cinque punti percentuali, ma compete, per differenziale di genere, con quelle dei paesi più civilizzati del nord-Africa e della Turchia.

Il differenziale di genere nel lavoro
Nel nostro Paese arranca anche l’occupazione femminile, siamo 11 punti sotto il resto d’ Europa. Inoltre, c’ è una sorta di tetto di cristallo dove si bloccano le carriere al femminile. In tante riescono a raggiungere attorno ai 40 anni qualifiche dirigenziali medio-alte. Ma lì quasi sempre si fermano; mentre il loro stipendio, a parità di livello gerarchico, è inferiore del 15% rispetto ai colleghi uomini. E il fenomeno, va detto, è molto italiano.
Il numero di donne nei cda di Piazza Affari è fermo a un modesto 2%, lontano anni luce dal 13,9% della Gran Bretagna e dal 10,5% della Francia, sotto persino al 2,7% del Kuwait. Certo stiamo meglio del 1986 quando il 90% delle aziende quotate era privo di rappresentanza femminile. Ma a livello mondiale il Belpaese è arretrato: 12 delle 500 più grandi aziende globali (tra cui Pepsi Cola, Kraft e Xerox) sono guidate da donne, come la Borsa di Londra. Oslo ha imposto una quota minima del 40% alla presenza dell’ altra metà del cielo nei consigli delle aziende pubbliche. Persino Pechino ha affidato a una supermanager, Xiaolian Hu, la gestione delle sue sterminate riserve valutarie.
Quanto costa all’Italia questo “tappo di genere”? Difficile dirlo, anche perché per quantificare il contributo alla crescita della ricchezza di un paese bisognerebbe valutare pure il lavoro a casa. Qualche cifra però si può avanzare: uno studio McKinsey ha stimato che la redditività delle aziende con almeno il 30% dei posti di responsabilità “in rosa” è superiore alla media del 10,8%. Peccato che il sistema Italia non se ne accorga: i tassi sui prestiti bancari ad imprese gestite da donne (cresciute del 5,8% dal 2004 al 2007, tasso doppio di quelle maschili) sono in media più cari dello 0,3%, malgrado il loro tasso di fallimento (1,9%) sia minore di quello della Uomini spa (2,4%). Chi nasce donna deve lavorare il doppio a parità di capacità per dimostrare il proprio valore. Inoltre in Italia non c’ è flessibilità, si premia chi fa orari lunghi senza badare alla qualità. Metodi vecchi che discriminano chi vuole una vita bilanciata tra lavoro e privato. Sarà forse per questo che i dati sull’ occupazione femminile in Italia sono a dir poco sconfortanti. Gli obiettivi di Lisbona fissano al 60% il target europeo per il 2010. Noi arranchiamo al 46,3%, lontanissimi dal 57,4% della media continentale.

Coordinamento Donne Rimini

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