Calcio. Mauro Melotti ospite ieri sera del ‘Panathlon Club Rimini’

Rimini Sport

12 marzo 2010, 10:56

in foto: Il tecnico del Rimini si è lamentato, per la prima volta, per la carenza di campi di allenamento. "Quest'anno da quel punto di vista ho lavorato malissimo" ha detto.

Prima da giocatore, poi da allenatore, infine ancora seduto sulla panchina. Le tre vite di Mauro Melotti in biancorosso hanno attraversato un’epoca in cui il calcio a Rimini è cambiato, salendo sull’ottovolante della serie B un paio di volte prima di ridiscendere nei gironi infernali della C e adesso Lega Pro – si legge in una nota del Panathlon Club Rimini -. Ma il “chi è caduto non può che risalire” è massima che si attaglia bene solo a chi i campionati li può disputare. Chi gioca, insomma. Chi sta a guardare non ha nessun diritto. E il Rimini allo stato attuale il prossimo campionato non lo disputerà, come annunciato da casa Cocif una settimana addietro. Di questo e altro ha parlato Mauro Melotti alla conviviale del Panathlon Club Rimini di marzo, svoltasi come di consueto all’Hotel Clarion Admiral Palace di Rimini.

«Il dovere mio e della squadra è continuare nel nostro lavoro e se possibile cercare di migliorarlo – ha detto il tecnico biancorosso a proposito dell’addio della Cocif -. È adesso che si vede chi ha una condizione mentale forte, posto che le rassicurazioni da parte della proprietà sugli impegni impresi sono state ampie (i contratti verranno onorati). Bisogna andare avanti indipendentemente da quello che si è detto, si dirà e si farà: ci sono differenze sostanziali nel finire da vincenti o da anonimi».

Come si compatta un gruppo in questi casi?
«Ai ragazzi ho semplicemente detto “O ci stringiamo ancora di più perché un risultato positivo invogli possibili acquirenti o molliamo”. Gli allenamenti finora mi hanno dato buone soddisfazioni, ma è una costante di tutto l’anno: se qualche volta devo condannare i miei giocatori, guardo alle prestazioni domenicali piuttosto a come si lavora in settimana».

Se il calcio non ride, il basket è proprio all’ultimo pianto…
«La speranza che la Cocif non abbandoni c’è ancora ma si tratta, appunto, di una speranza. Non dimentichiamo che la Rimini Calcio non è solo prima squadra, ma un settore giovanile valido e ben gestito. Il basket? So che è in cattive acque ma non conosce la situazione a fondo. Di certo le istituzioni dovrebbero intervenire».

Come sono le strutture per allenarsi a Rimini?
«Quest’anno da quel punto di vista ho lavorato malissimo. Domani (oggi) tocco il 4° posto dove mi alleno nel giro di pochi giorni. È una delle cose che francamente mi dispiace di più, non è una bella pubblicità per Rimini avere di questi problemi: spero che negli anni a venire si metta mano alla questione».

Com’è cambiata la città dal primo Melotti versione calciatore?
«Da un lato non è cambiato niente e mi riferisco allo stadio, una struttura obsoleta che anche con la Ternana ci darà dei problemi visto che il terreno non drena più. Per il resto la difficoltà nel muoversi per le strade soprattutto in estate è la stessa, così come sono rimaste inalterate la disponibilità, la trasparenza e l’amicizia di tante persone. Anche a Modena siamo spontanei e compagnoni, d’altronde sono le due città che ho nel cuore».

Quanto conta la fortuna per un allenatore?
«È importante, ma va meritata con la professionalità e il lavoro e comunque alla lunga contano soprattutto altre cose».

Quest’anno Melotti è arrivato a Rimini “solo”…
«Di solito succede che un allenatore si porti dietro una persona fidata, magari anche solo per sfogarsi dopo l’allenamento. Una persona della quale avere la massima fiducia. Qui non è stato possibile, ma ho trovato fin da subito collaboratori validissimi, che oltre ad essere bravi sono innanzitutto ottime persone. Poi i massaggiatori, i dottori… Gente sottovalutata ma che porta punti. In una squadra di calcio l’entità più importante è la società, a pioggia viene tutto il resto».

Quante volte si è morso la lingua quest’anno?
«Neanche una. Non sono più di primo pelo, non è che alla prima difficoltà mi penta di essere venuto qui, figuriamoci. Il ritiro sembrava la stazione Termini tra gente che andava a veniva, ma in questi casi si cerca di chiudersi a riccio, si ragione e si pensa. Le trasferte? Molto probabilmente in questa stagione avrei dovuto allenare il Rimini sono nelle partite in casa… Comunque siamo ancora qua: con tutti i guai che ci sono capitati, basta vincere domenica e siamo a un passo da un risultato positivo».

Qual è il bilancio di Melotti col calcio?
«Sono in credito, il calcio mi ha dato tutto, è la mia vita, spero di rimanerci altri 40 anni… Il nostro è un mestiere di privilegiati prima di tutto a livello economico. Mi sembra incredibile sentire a volte colleghi o giocatori che si lamentano, questo è un lavoro bellissimo. Hai due ore di allenamento e poi puoi andare dove ti pare, per un operaio direi che la faccenda è un po’ diversa. Non è lo stipendio che fa un giocatore: sono le motivazioni, gli stimoli, la fame. Importantissimo oggi il ruolo del procuratore, che a volte non fa il bene di chi assiste: i giocatori devono trovare una persona che li faccia ragionare nella maniera giusta».

Qual è l’allenatore migliore?
«Quello che fa meno danni: sono i giocatori a rendere bravo un allenatore. Un esempio? Se i tecnici di Siena e Inter si scambiassero le panchine non succederebbe nulla di clamoroso. Chi mi piacerebbe allenare? Ad esempio Empoli o Atalanta, squadre con un settore giovanile importante».

E il peggior difetto di Melotti?
«Dire sempre quello che pensa».

(nella foto, Mauro Melotti insieme al presidente del Panathlon Club Rimini, Alessandro Giuliani)

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