giovedì 24 gennaio 2019
In foto: Favorivano i contatti fra il boss latitante trapanese, Matteo Messina Denaro, e alcuni esponenti di vertice di Cosa nostra palermitana, fornendogli pure falsi documenti.
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mar 16 giu 2009 09:06 ~ ultimo agg. 00:00
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Per l’accusa sono i componenti di una fitta rete di favoreggiatori che da anni copre il capomafia di Trapani, accusato di omicidi e stragi, ricercato da 16 anni, che avrebbe
coperture anche a Roma.
Per questi fatti gli agenti del Servizio
centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 ordini di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del tribunale di Palermo.
I provvedimenti sono stati richiesti dal procuratore aggiunto Teresa Principato e dai sostituti della Dda, Paolo Guido,
Roberto Scarpinato e Sara Micucci, e sono stati eseguiti nelle province di Trapani, Palermo, Roma e Piacenza. Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione,
traffico di stupefacenti e trasferimento fraudolento di società e valori.
Vengono colpiti i mandamenti mafiosi di Trapani e
Castelvetrano, riconducibili a Matteo Messina Denaro. Nell’operazione sono impegnati oltre 300 uomini della polizia di Stato. L’operazione viene denominata “Golem”.
I boss trapanesi detenuti, molti
dei quali sottoposti al carcere duro previsto dal 41 bis, riuscivano a far arrivare all’esterno del carcere messaggi che erano anche diretti al latitante Matteo Messina Denaro. Il
particolare emerge dall’inchiesta “Golem”, che stamani ha portato la polizia di Stato all’esecuzione di 13 ordini di custodia cautelare.
Proprio per questo collegamento fra dentro e fuori il carcere, sono in atto perquisizioni in 15 istituti di pena, con la collaborazione del Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria, nei confronti di 37 detenuti trapanesi, che risultano in contatto con gli indagati dell’inchiesta “Golem”.

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