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Approfondimenti Nazionale

Università La Sapienza: le reazioni e i documenti dal Vaticano

In foto: Un episodio che rischia di macchiare indelebilmente l'università italiana: un ambito, quello universitario, che invece di aprirsi alla sua naturale vocazione di luogo di dialogo e confronto, è ostaggio della chiusura intollerante di pochi. Pubblichiamo alcuni interventi sull'annullamento della visita di Papa Benedetto all'Università La Sapienza di Roma e il testo dell'allocuzione che il Santo Padre avrebbe dovuto pronunciare:
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gio 17 gen 2008 13:30 ~ ultimo agg. 00:00
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L’intervento di Azione Cattolica e FUCI di Rimini:

Quando si vuol ridurre il dialogo a monologo
Quanto è avvenuto in questi giorni all’Università La Sapienza di Roma è conosciuto da tutti: se la decisione della Santa Sede di sospendere la visita di papa Benedetto XVI è pienamente comprensibile in considerazione dello stato di tensione vissuto nelle ultime ore dall’ateneo romano, d’altra parte questo fatto genera sconcerto e tristezza. La FUCI e l’Azione Cattolica della Diocesi di Rimini desiderano far giungere all’opinione pubblica la loro preoccupazione nei confronti di un atteggiamento che protestando di essere libero e laico non accetta il dialogo e vuole piegare la realtà (anche attraverso la manipolazione delle parole altrui) al proprio monologo. Ci rispecchiamo nelle parole di Silvia Sanchini, riminese, Presidente nazionale della FUCI (Universitari Cattolici) che ha affermato «è inaudito che le sterili proteste di un gruppo di faziosi contestatori impediscano al Papa, coraggioso testimone dei nostri tempi, di parlare all’università. È un grave ed illegittimo atto di intolleranza che macchia la coscienza profonda dell’università italiana, luogo da sempre libero ed aperto, di confronto delle idee e del pensiero per tutti coloro che ne fanno parte. Il chiasso e le posizioni ideologiche ed intellettualmente scorrette di pochi hanno pregiudicato l’ascolto e la riflessione di molti». Come diceva George Orwell, non esiste maggiore libertà di poter dire ciò che gli altri non vogliono sentirsi dire. Se negli ultimi anni si sono moltiplicate le occasioni di confronto e serio dialogo tra credenti e non credenti, con contributi di alto livello, tuttavia vanno registrati anche inasprimenti ideologici, conditi dalle esasperazioni mediatiche. Come cattolici ci rifiutiamo di cadere nella trappola di un “muro a muro”: sappiamo che le ragioni della nostra fede possono essere esposte e motivate nel medesimo clima di rispetto e stima tra persone, con cui siamo disposti ad ascoltare le idee di altri. In una società civile il dialogo non può ridursi a tanti monologhi.

Valentina Donati e Luca Arcangeli Presidenti FUCI – Rimini
Stefano Giannini Presidente AC – Rimini
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L’intervento della riminese Silvia Sanchini, presidente nazionale della FUCI:

Università italiana: così non va

– Silvia Sanchini –
Presidente Nazionale F.U.C.I.

Le recenti polemiche per la visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma sono solo la punta di un iceberg, la manifestazione eclatante di un disagio che ormai da tempo contraddistingue il mondo accademico italiano.

Aldilà delle amare e svilenti constatazioni sull’episodio in questione, sono tanti infatti gli interrogativi che rimangono aperti e che non cessano di destare una profonda preoccupazione per quello che sta accadendo all’Università italiana.

Stiamo infatti assistendo ad un progressivo e sistematico smantellamento di quello che dovrebbe essere il ruolo primario dell’Università e cioè il suo essere cittadella del sapere, spazio privilegiato per la ricerca, il dialogo e il confronto anche e soprattutto tra parti diverse, discordanti tra loro.

E’ triste invece constatare come la parte cosiddetta laica e quella confessionale abbiano ormai da tempo perso la volontà e la capacità di dialogare, entrambe ferme sulle proprie posizioni e spesso incapaci di comprendersi, ascoltarsi e rispettarsi.

Prevalgono così posizioni fortemente ideologiche, politicizzate e pregiudiziali al punto che una minoranza faziosa (67 docenti e un centinaio di studenti in un’Università che conta oltre 130.000 iscritti!) può permettersi di decidere, semplicemente alzando la voce in maniera più o meno discutibile, le sorti di un ateneo.

Eppure il dialogo tra scienza e fede in passato è apparso tutt’altro che infecondo ed improduttivo.

Pensiamo soltanto a figure come Mendel, che era un monaco, o Alessandro Volta, profondamente religioso e al loro contributo fondamentale al mondo della scienza.

Lo stesso Galileo, trascinato a forza in questa polemica in maniera fortemente strumentale e decontestualizzata, scrisse pagine magnifiche sul mistero dell’universo, permeate da un profondo sentimento religioso.

Oggi invece la testimonianza di una “possibile amicizia tra intelligenza e fede” (espressione molto cara alla F.U.C.I. e allo stesso Papa Benedetto XVI) appare sempre più nebulosa ed entrambe le parti sembrano difendersi non più utilizzando gli strumenti del dibattito, dell’argomentazione critica, della riflessione ma arroccandosi invece sempre di più sulle proprie posizioni, in un atteggiamento difensivo e poco incline alla messa in discussione, lasciando prevalere la logica del muro contro muro, dello scontro a tutti i costi.

Così al posto di un dialogo sereno e proficuo assistiamo invece ad una serie di monologhi autoreferenziali, volti a rivendicare la superiorità del proprio pensiero, rifiutando un contradditorio ed eludendo la logica della dialettica.
Che funzione ha, in tutto questo, l’Università?

In passato l’Università ha sempre rivendicato il suo ruolo specifico di luogo deputato alla cultura, al pluralismo, in cui poter ascoltare il punto di vista di tutti formando così la propria personale opinione.

Oggi invece sembra sempre più abdicare a questo compito, i nostri atenei appaiono molto più preoccupati di farsi pubblicità, di attirare il clamore mediatico (magari con qualche laurea ad honorem concessa a personaggi dal discutibile spessore culturale e scientifico) e di entrare in competizione l’uno con l’altro.

Cresce il numero degli studenti che scelgono dopo il diploma di iscriversi all’Università ma a questo incremento numerico non corrisponde un salto di qualità nelle forme e nei contenuti, anzi sempre più le nostre Università sembrano concentrarsi affannosamente solo su un discorso di immagine e di marketing.
In molti casi ne fa le spese soprattutto l’aspetto didattico: corsi che in passato erano di fondamentale importanza nella carriera accademica degli studenti oggi sono spesso ridotti solo ad una serie di dispense, sintetizzati in poche pagine.

I ritmi sono sempre più frenetici, frammentati, si moltiplica il numero degli esami da sostenere che vengono così ad essere sempre più frazionati, ridotti ai minimi termini. In questo contesto anche il sapere appare frastagliato, incompleto, eccessivamente professionalizzante e ridotto a una serie di nozioni mnemoniche prive di un’effettiva scientificità e spendibilità.

Mancano gli spazi per il discernimento ed il confronto, manca il tempo effettivo per imparare e sperimentare il metodo della ricerca che dovrebbe invece essere vera e propria prerogativa degli anni universitari.
Non stupisce allora un generalizzato disinteresse degli studenti per l’impegno politico, sociale o nell’associazionismo (di ogni tipo) in favore di una sempre più forte deriva intimistica. Ci si affanna nella rincorsa a un 30 o a un 18 senza preoccuparsi minimamente della propria formazione globale di cittadini e di futuri professionisti.

Questo è l’ambiente in cui quotidianamente siamo immersi e che genera confusione e insoddisfazione non solo tra gli studenti ma anche tra quella schiera di docenti illuminati che raramente sono in condizioni di poter svolgere serenamente e proficuamente il proprio lavoro.

Si comprende bene allora il clima e il contesto in cui si sono alimentate le polemiche di questi giorni.
Per noi cattolici non si tratta (o non dovrebbe trattarsi) di una semplice, seppur legittima, difesa di quella che è per noi la principale autorità morale ed ecclesiale.

Non è neppure la sola constatazione di come tanti studenti e docenti siano stati privati, episodio senza precedenti, di un contributo alto e qualificato.

Si tratta invece di osservare amaramente come anche nel mondo della scienza, nel luogo per eccellenza deputato al pensiero e alla cultura, prevalga la logica della paura e del risentimento.

Come reagire ora?
Inutile polemizzare o chiudersi rancorosamente sulle proprie posizioni.
Occorre invece rimboccarsi le maniche, ribadire con forza e fermezza che l’Università italiana così non va, che ci preoccupa questa deriva oscurantista e censoria così come ci preoccupano gli atteggiamenti di chiusura, di ostilità e la mancanza di spazi in cui si valorizzi l’esperienza della ricerca, del confronto tra opinioni e valori diversi.

Occorre ricominciare a mostrare la bellezza e l’importanza dello studio universitario, rivendicando e ribadendo a piena voce il suo ruolo fondamentale nella formazione delle coscienze, aldilà della fede specifica dei singoli.

Solo così fede e ragione non avranno più paura di confrontarsi ma potranno invece gradualmente e faticosamente ricominciare a camminare nella stessa direzione, nell’ottica di una formazione libera, plurale e democratica e in un clima di laicità reale, che non ha nulla a che vedere con gli estremismi a cui abbiamo tristemente assistito in questi giorni.

L’intervista a Silvia Sanchini.

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Il Comunicato della Segreteria Nazionale di Comunione e Liberazione:

Comunione e Liberazione: Sapienza, un’altra vergogna per l’Italia

Papi hanno potuto parlare ovunque nel mondo (Cuba, Nicaragua, Turchia, etc.). L’unico posto dove il Papa non può parlare è La Sapienza, un’università fondata, tra l’altro, proprio da un pontefice.
Questo mette in evidenza due fatti gravissimi:
1) l’incapacità del governo italiano a garantire la possibilità di espressione sul territorio italiano di un Capo di Stato estero, nonché Vescovo di Roma e guida spirituale di un miliardo di persone. Piccoli gruppi trovano, di fatto, protezioni anche autorevoli nell’impedire ciò che la stragrande maggioranza della gente attende e desidera;
2) la fatiscenza culturale dell’università italiana, per cui un ateneo come La Sapienza rischia di trasformarsi in una “discarica” ideologica.
Come cittadini e come cattolici siamo indignati per quanto avvenuto e siamo addolorati per Benedetto XVI, a cui ci sentiamo ancora più legati, riconoscendo in lui il difensore – in forza della sua fede – della ragione e della libertà.
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L’intervento di Luigi Alici, presidente nazionale di Azione Cattolica:

Martedì 15 Gennaio 2008

Il papa Benedetto XVI ha annullato la visita all’università di Roma “La Sapienza”. Comunque si considerino le resistenze opposte all’invito del Rettore da parte di un manipolo di docenti e studenti, il giudizio sull’episodio non può che essere lo stesso: incredibile e inquietante. Sotto il profilo del merito, il no all’incontro con il Papa è stato motivato dalle sue idee “conservatrici e reazionarie”: ammesso e non concesso che questo giudizio possa dirsi fondato, non si è mai sentito motivare in questo modo, da nessuna parte, un rifiuto a far mettere piede ad un collega in università! Non dovrebbe essere l’istituzione universitaria il luogo della ricerca libera, e persino spregiudicata, in cui questi giudizi sono elaborati e rimessi continuamente in discussione, anziché essere usati come armi improprie? Esiste forse qualcuno nel mondo universitario che possa ergersi a giudice insindacabile, autorizzato, in nome di un sapere chiuso e dogmatico, a dispensare attestati “progressisti” di ammissibilità?

Sotto il profilo del metodo, è certamente ancora più grave e incomprensibile motivare un divieto di accesso non per alcune affermazioni discutibili, ma in un certo senso “a prescindere”; come se un Papa che entra in università commettesse un abuso intollerabile, non per quello che potrebbe dire, ma per quello che rappresenta, un corpo estraneo dal quale l’istituzione si deve difendere. Proviamo a dire le cose come stanno: negli ultimi anni si sono sedute sulle cattedre universitarie, con astuti corteggiamenti mediatici, le categorie più bizzarre di docenti impropri: cantanti, giocatori, comici, attori, giornalisti… Pur di strappare due colonne sulla stampa si sono dispensate lauree “honoris causa” a man bassa: oves et boves et pecora multa. Perché mai qualcuno ha paura di invitare Benedetto XVI, che è nello stesso tempo pastore della Chiesa universale, vescovo di Roma, suprema autorità religiosa a cui guardano con rispetto e attenzione i credenti di altre fedi e confessioni religiose, nonché Capo di uno Stato estero? Verrebbe proprio da dire: perché mai qualcuno vuole farsi del male, infilando un autogol dopo l’altro?

Un’ultima considerazione potrebbe essere ancora più amara: negli ultimi anni il dibattito sulla natura e il senso della laicità in una società postsecolare ha conosciuto uno sviluppo straordinario, anche nel dialogo fra credenti e non credenti, arricchendosi di contributi di altissimo spessore. Si ha la sensazione, tuttavia, che quanto più alto e qualificato è il profilo scientifico e culturale di questa ricerca comune, in spirito di reciproco riconoscimento, tanto più sul piano della vita pubblica s’inaspriscono le aggressioni ideologiche e le esasperazioni mediatiche, sempre pronte a sceneggiare (e in qualche caso ad allestire) il conflitto. Che di quest’irrigidimento siano però protagonisti gruppi di docenti e studenti universitari, riuscendo a tenere in ostaggio un mega-ateneo, francamente è proprio avvilente.

Nello stesso tempo, tuttavia, il mondo cattolico non deve cadere nella trappola del muro contro muro: la denuncia di episodi incredibili e inquietanti come questo deve sempre mantenere quel carattere mite (e forse anche un po’ ironico) che non consente mai di rinunciare a tessere insieme, pazientemente, la rete del rispetto, dell’ascolto reciproco, del dialogo critico e costruttivo. L’Azione Cattolica Italiana, vicina come sempre con affetto filiale a papa Benedetto, vive quest’episodio come una dolorosa battuta d’arresto in un cammino che tuttavia non può interrompersi per colpa di una minoranza. Un cammino che intendiamo portare avanti con fermezza, denunciando ogni atto d’intolleranza che vorrebbe riportare indietro il paese, privandolo di quella cultura della convivenza civile e del bene comune alla quale, da sempre, i cattolici italiani hanno dato un contributo non proprio disprezzabile.

di Luigi Alici
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L’allocuzione di Papa Benedetto XVI per l’Università La Sapienza:

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della “Sapienza – Università di Roma” in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un “nuovo umanesimo per il terzo millennio”.

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università “Sapienza”, l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la “Sapienza” era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola “vescovo”–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a “sorvegliante”, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.

Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.

È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come “arte” che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico “processo di argomentazione” sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla “ragione pubblica”, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.

Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il “sì” alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta “Facoltà degli artisti”, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione”. “Senza confusione” vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una “comprehensive religious doctrine” nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
BENEDICTUS XVI
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La Lettera del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato del Vaticano, al Magnifico Rettore dell’Università “La Sapienza”, Renato Guarini:

Magnifico Rettore,

il Santo Padre aveva accolto volentieri l’invito da Lei rivoltoGli di compiere una visita a codesta Università degli Studi “La Sapienza”, per offrire anche in questo modo un segno dell’affetto e dell’alta considerazione che Egli nutre verso codesta illustre Istituzione, che ebbe origine secoli or sono per volontà di un Suo venerato Predecessore.

Essendo purtroppo venuti meno, per iniziativa di un gruppo decisamente minoritario di Professori e di alunni, i presupposti per un’accoglienza dignitosa e tranquilla, è stato giudicato opportuno soprassedere alla prevista visita per togliere ogni pretesto a manifestazioni che si sarebbero rivelate incresciose per tutti. Nella consapevolezza tuttavia del desiderio sincero coltivato dalla grande maggioranza di Professori e studenti di una parola culturalmente significativa, da cui trarre indicazioni stimolanti nel personale cammino di ricerca della verità, il Santo Padre ha disposto che Le sia inviato il testo da Lui personalmente preparato per l’occasione. Mi faccio volentieri tramite della Superiore decisione, allegandoLe il discorso in parola, con l’auspicio che in esso tutti possano trovare spunti per arricchenti riflessioni ed approfondimenti.

Colgo volentieri l’occasione per porgerLe, con sensi di profonda deferenza, cordiali saluti.

Tarcisio Card. Bertone
Segretario di Stato

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Il testo del telegramma inviato al Papa dalla Diocesi di Rimini:

A Sua Santità Benedetto XVI – Città del Vaticano
Unito a tutta la comunità e al presbiterio diocesani facendomi altresì interprete dei sentimenti di numerosi esponenti delle istituzioni civiche, del mondo della cultura e della società civile porgo alla Santità Vostra l’espressione di vivo rammarico e di piena e convinta solidarietà ed affetto in occasione del gravissimo atto di intolleranza di cui è stata oggetto all’Università La Sapienza di Roma.

Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini

L’intervista al Vescovo Lambiasi.

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L’intervento del Movimento Nazionale dei Focolari:

A PROPOSITO DELLA MANCATA VISITA DI PAPA BENEDETTO XVI
ALL’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA DI ROMA
 
In riferimento alla mancata partecipazione del Papa all’inaugurazione dell’anno accademico presso l’Università La Sapienza di Roma, il Movimento dei Focolari manifesta solidarietà a Papa Benedetto XVI, al quale una minoranza del mondo accademico e studentesco ha impedito di esprimere il proprio pensiero.
È soprattutto un senso di tristezza quello che rimane dopo quanto accaduto, di fronte a taluni esponenti del mondo accademico che, in nome di una malintesa laicità, si offrono in questa occasione come esempio di intolleranza, più che come laboratorio aperto ad un fecondo confronto di idee.
Noi, come tanti altri con noi, ci rammarichiamo anche perché il Pontefice è un professore universitario, oltre che una figura spirituale, morale e culturale di autorevolezza unica nel mondo.
Il Movimento dei Focolari conferma il suo rinnovato impegno, con il Papa, perché, nonostante le incomprensioni di alcuni, il mondo cattolico continui ad offrirsi alla società italiana, in particolare alla sua componente scientifica ed accademica, in un dialogo rispettoso e fecondo che operi concretamente, tutte insieme le forze positive e vitali, per il bene del nostro Paese.
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La riflessione del Comitato Nazionale dell’Agesci:

Crediamo si sia trattato di fatti molto gravi, originati dal rifiuto e dalla chiusura ideologica di una ridotta minoranza, che hanno portato il Santo Padre alla decisione di annullare la sua visita all’Università. Per questa sofferta decisione vogliamo esprimere a Benedetto XVI la nostra solidarietà e assicurare ancora una volta la nostra preghiera per il suo ministero a servizio di tutta la Chiesa, di cui ci sentiamo membra vive.
Ci sembra che ogni atteggiamento di intolleranza nei confronti di idee, di impostazioni filosofiche o scelte religiose sia sicuramente da condannare e costituisca motivo di preoccupazione per il futuro della convivenza civile e democratica del nostro Paese. In questa occasione proprio il mondo dell’Università, che dovrebbe essere il luogo del dibattito, del confronto, della ricerca seria e appassionata della verità, ha dimostrato di non essere riuscito a rispondere alle attese e a quello che dovrebbe essere il suo compito principale. Inoltre ci sembra che i media abbiano contribuito ad enfatizzare e spesso a strumentalizzare e a snaturare i fatti rispetto al loro significato originario. Crediamo inoltre che questo episodio costituisca l’occasione per una più profonda riflessione sull’importanza del confronto e del rispetto tra le varie correnti di pensiero e le varie visioni antropologiche presenti nella società, nel mondo della cultura e anche nella politica del nostro Paese. Fu proprio un clima di dialogo e di rispetto che portò alla definizione della Carta Costituzionale, di cui ricordiamo in questi giorni il sessantesimo anniversario della promulgazione. Crediamo sia necessario per il bene comune del nostro Paese, ritrovare una rinnovata capacità di mettersi in ascolto delle ragioni dell’altro, sapendo che a ciascuno deve essere sempre garantita la possibilità di esprimere la propria opinione e che questo è il primo ed imprescindibile passo verso un’autentica libertà, a difesa del bene comune.

Crediamo inoltre che questi fatti siano per noi e per ogni cittadino che voglia porsi a servizio dell’educazione dei giovani una provocazione a riflettere e a rinnovare il nostro impegno perché le giovani generazioni possano essere educate sempre più a rifiutare ogni prevaricazione, a crescere nella libertà e nella capacità di porsi in ricerca della verità, che passa sempre per l’ascolto e l’accoglienza delle posizioni di ciascuno. Come recita il nostro Patto Associativo, rinnoviamo quindi l’impegno “a rifiutare decisamente, nel rispetto delle radici storiche e delle scelte democratiche e antifasciste espresse nella Costituzione del nostro Paese, tutte le forme di violenza, palesi ed occulte, che hanno lo scopo di uccidere la libertà e di instaurare l’autoritarismo e il totalitarismo a tutti i livelli, di imporre il diritto del forte sul debole”.

La nostra esperienza di credenti ci porta poi a riflettere anche sulla malintesa accezione di scienza, di ricerca, di cultura che è più volte emersa nel dibattito di questi giorni, quasi che essa sia qualcosa che necessariamente esclude l’esperienza di fede. Il nostro essere giovani e cristiani ci fa dire che è necessario, è possibile e anche doveroso, in vista di una ricerca autentica della verità, far dialogare scienza e fede, ragione ed esperienza credente. Fare scautismo per noi vuol dire “camminare insieme” nella comune ricerca della propria identità e della propria vocazione. Ciò si può attuare solo componendo insieme i vari aspetti della persona umana, la sua ricerca del bene, del bello, del vero e non creando steccati, barriere e divisioni tra gli uomini e all’interno della persona umana.
E’ questo il senso della presenza in Università dei Clan AGESCI, che costituiscono un segno forte e visibile di come sia possibile vivere il tempo dello studio e della ricerca come occasione di sperimentare fino in fondo il desiderio di autoeducazione, ma anche la fraternità, l’accoglienza dell’altro, il servizio del prossimo che da cent’anni fanno parte costitutivamente del messaggio e dell’esperienza quotidiana della proposta educativa dello Scautismo.

 

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