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La CGIL chiede controllo su fenomeno laboratori tessili cinesi

Provincia

30 settembre 2005, 12:56

in foto: Occorre tenere sotto controllo il settore dei laboratori tessili cinesi, che favorisce il proliferare di clandestinità e irregolarità. Lo ha ricordato la CGIL riminese in un recente incontro con il Prefetto. Il comunicato del sindacato:

Lunedì scorso Claudio Palmetti Segretario della FILTEA (sindacato dei tessili e abbigliamento) e Graziano Urbinati della Segreteria confederale CGIL sono stati ricevuti dal Prefetto di Rimini per parlare dei laboratori cinesi.
Bisogna ricordare che è dai primi anni 90 che in Emilia Romagna assistiamo ad un espandersi della presenza di laboratori cinesi nel settore (in specifico confezione e pelletteria).
In provincia, il fenomeno è maggiormente presente a Verucchio, San Clemente, Santarcangelo e Riccione, a Rimini in via Portogallo e via Islanda.
Si parla spesso di mafia cinese (vedi articoli pubblicati anche dalla stampa locale fin dal 2001), con regole ferree e collegamenti con la madre patria, di commercio e di traffico di clandestini. Assistiamo ad un salto di qualità della loro presenza sia per l’aumento delle persone che delle attività economiche di cui si occupano. Contemporaneamente si hanno notizie di cinesi che contattano le aziende italiane, dichiarandosi in grado di garantire loro produzioni veloci e a basso costo. È in atto anche un’intensa attività di acquisto di immobili e i settori non sono più semplicemente quelli della ristorazione.
Nel settore della pelletteria e delle confezioni, oltre ai laboratori clandestini, sono presenti sul territorio diverse aziende registrate presso la Camera di Commercio. Sono oltre 40 e occupano circa 600 cittadini cinesi. Spesso si tratta di laboratori che lavorano in subfornitura per altre aziende cinesi, ma non manca neppure un rapporto organico con committenti italiani. Non necessariamente queste aziende operano in modo completamente irregolare o fanno uso di personale clandestino, certo è che le condizioni di vita e contrattuali sono peggiorative rispetto alla norma, contribuendo a smantellare il sistema contrattuale e dei diritti in tutto il settore. Esiste connivenza tra alcune aziende italiane e laboratori cinesi, perché i prodotti cinesi non solo vanno ad alimentare l’abusivismo commerciale e la contraffazione, ma arrivano nelle vetrine e bancarelle delle nostre città. Se fosse necessaria una conferma di quanto detto basti ricordare i risultati della maxi operazione delle Fiamme Gialle effettuata nel maggio scorso.
La comunità cinese è una comunità chiusa che non manifesta all’esterno particolari problematiche. I locali dove lavorano sono spesso anche dei dormitori. Vivono, mangiano e lavorano ammassati negli stessi ambienti. Hanno medici loro ed escono raramente.
Le prime segnalazioni della CGIL sul lavoro irregolare nei laboratori cinesi e lo sfruttamento di questi lavoratori da parte dei loro connazionali, è iniziata nel 1996, abbiamo ricostruito la mappa dei laboratori e i collegamenti con le altre realtà in ambito regionale, per primi abbiamo alzato il coperchio sulla chinatown riminese. Ora, un’ulteriore e più aggiornata mappa è stata consegnata al Prefetto. Le informazioni sul fenomeno non mancano, ma la nostra collettività sembra assistervi con superficialità, spettatrice, distratta da altre urgenze.
In mezzo a tanta disperazione e sfruttamento la Filtea Cgil di Rimini da anni va denunciando ricatti, estorsioni, violenze e schiavitù. Nessuna delle parti coinvolte, anche se indirettamente, nel processo produttivo e di commercializzazione può sentirsi estranea, né le associazioni che le rappresentano, né chi offre e affitta i locali. Intanto occorrerebbe che i Sindaci dei Comuni interessati e l’Ausl intervenissero, là dove necessario, con il sequestro dell’immobile o la revoca delle licenze.

Già nel Marzo del 1999 la Filtea Cgil chiese al Prefetto di dar vita ad un coordinamento dei soggetti preposti alla vigilanza: forze dell’ordine, Guardia di Finanza, Questura, Carabinieri, Ausl, Inps, Inail, Direzione provinciale del lavoro e Comuni, al fine di contribuire ad una azione mirata e decisa per contrastare il fenomeno ed impedire la prosecuzione delle attività irregolari. All’attuale Prefetto quelle richieste sono state riconfermate insieme alla necessità di un adeguamento degli organici preposti alla vigilanza.

Ma anche se tutto ciò fosse fatto sarebbe poca cosa rispetto alla necessità che si proceda verso una politica di reale integrazione e questo vale per la comunità cinese come per tutte le comunità di stranieri che vivono e lavorano nel territorio. Un principio su cui c’è stata piena convergenza con le posizioni espresse dal Prefetto.

Ciò che deve essere chiaro a tutti è che i bassi costi tanto ricercati da certi imprenditori inevitabilmente si traducono in alti costi per la collettività e nella negazione dei diritti di chi lavora.

FILTEA CGIL – CGIL RIMINI

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