lunedì 17 dicembre 2018
In foto: Un giudizio sul modo in cui giornali e televisioni raccontano terrorismo e guerra.

"La cosa tragica è che i mass media parlano della guerra con la stessa facilità con cui se ne parla nei telefilm o nei videogames, come se fosse un gioco - risponde padre Giulio Albanese, direttore dell'agenzia missionaria Misna - C'è una certa disattenzione, da parte dei media, al dramma umanitario. Nei giorni scorsi le ong hanno chiesto di fermare i bombardamenti perché le popolazioni rischiano di non riuscire a far fronte al prossimo inverno. Su una notizia come questa bisognerebbe versare fiumi di inchiostro, invece l'attenzione è focalizzata solo sul discorso strettamente bellico e sulle iniziative diplomatiche. La persona, in quanto essere umano, a volte viene un po' trascurata".
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dom 9 dic 2001 23:39 ~ ultimo agg. 00:00
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Ma, in concreto, come stanno seguendo gli eventi?

“Le agenzie, che sono le signore dell’informazione, danno solo notizia dei comunicati ufficiali perché non ci sono osservatori sul posto. C’è solo qualche corrispondente iraniano o arabo ma la verità è che si segue tutto a distanza e l’unica voce è quella istituzionale. Come al solito la vera esclusa è la società civile, la gente. Non si riescono ad avere testimonianze indipendenti di ciò che sta accadendo. Seguendo tutto a distanza si è poi innescato il fenomeno dell’opinionismo. In Italia è un fatto consolidato da anni, all’estero è inconsueto. L’opinionismo non è necessariamente deleterio, ma sarebbe bene che tutte le opinioni venissero prese in considerazione. Invece ogni voce diffidente, come quella dei pacifisti, viene quasi ridicolizzata. Certo, bisogna ammettere di essere una minoranza, ma non è detto che la minoranza non abbia la verità in tasca”.

Quindi è quasi sparito il ruolo dell’inviato quale testimone dei fatti?

“Ormai non c’è più differenza tra il giornalista che sta a Islamabad e quello che sta a Roma. é come se fosse scoppiata una guerra in Sicilia e io mandassi il mio corrispondente in Norvegia. Stiamo seguendo una guerra a distanza, e questo è un pessimo servizio all’informazione. Rispetto alla Guerra del Golfo siamo tornati indietro: a Bagdad c’erano almeno i giornalisti della stampa estera, a Kabul non ci sono”.

Ogni guerra porta con sé il rischio “propaganda”. é quello che sta avvenendo?

“La verità è che i direttori di testata rispondono agli ordini di scuderia degli editori, per cui è chiaro che ormai sembriamo tutti interventisti. Se ci fosse maggiore informazione dell’opinione pubblica tutto sarebbe diverso: un lavoro intelligente che dovrebbero fare i media è quello di stimolare il dibattito della società civile in Italia e in Europa, perché sulla guerra non si hanno le idee molto chiare. é scontato che l’atto di terrorismo va condannato, ma il problema di fondo è che, di ragioni per fare una guerra, ce ne sono sempre tante. Ogni secondo, in ogni angolo del mondo, vi sono conflitti, massacri e ingiustizie. La settimana scorsa sono stati bombardati dei campi profughi in Sudan e nessuno si è scandalizzato. Come mai si applica la logica dei due pesi e due misure? Nel terzo millennio, di fronte a provocazioni cos“ violente, bisognerebbe rispondere in modo civile. In questo modo, anche attraverso i mass media, stiamo facendo il gioco di Bin Laden che voleva scatenare il terrore: siamo caduti emotivamente nella sua trappola. La giustizia viene fatta nella misura in cui si ha un potere militare ed economico. Allora bisogna riaffermare il potere di una giustizia sovranazionale. E mettere in atto strumenti che non creino il panico a livello mondiale, come una seria lotta al riciclaggio del denaro sporco, al narcotraffico, e una maggiore coerenza nel gestire le politiche di sviluppo”.


Quali consigli dare ad un lettore per tentare di avere un’idea di ciò che realmente accade?

“Bisogna avere il coraggio di fare un vero e proprio discernimento. Ci sono alcune testate, in Italia e all’estero, che si sforzano di fare un’informazione più equilibrata. é necessario accostarsi a testate più specializzate. Ma questo diventa sempre più difficile, basta citare un dato tra tanti: dal rapporto sull’editoria in Italia emerge che i due terzi degli italiani non leggono (e le vendite dei libri sono in netto calo), manifestando disaffezione anche verso i giornali. Con un abbassamento culturale di questo tipo è chiaro che l’approccio a questioni spinose come quelle della ‘guerra giusta’ o della pace diventa superficiale”.

Patrizia Caiffa

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