lunedì 17 dicembre 2018
In foto: DOPO QUEL TRAGICO 11 SETTEMBRE La tragica ed inedita, inaspettata e sconvolgente visione, incessantemente riproposta fino all'ossessione dai massmedia, delle Torri gemelle, bruciate e atterrate dagli aerei-bomba con il loro carico umano suicida ed omicida di oltre seimila esseri umani, ha fatto dire a non pochi che tutto non poteva essere come prima. In realtà molto è cambiato: anche tra noi teologi della morale si è deciso di preparare un forum riaffrontare questioni che la drammaticità dell'evento induceva a rivisitare radicalmente.
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dom 9 dic 2001 23:53 ~ ultimo agg. 00:00
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Le guerre di ieri
Iniziamo dalla guerra. Anche in passato il sostantivo era accompagnato da non poche aggettivazioni che inducevano il moralista e il giurista a valutazioni diverse: guerre civili, guerre tra città rivali, guerre tribali, guerre tra stati, dichiarate o meno da un’autorità che assumeva il monopolio della forza, sottraendolo ai privati, guerre di aggressione, di espansione o di difesa, guerre mondiali con sistemi offensivi e difensivi sempre più sofisticati e distruttivi, guerre A-B-C, atomiche, batteriologice e chimiche di potenza illimitata e incontrollabile. La storia della riflessione etico-teologica su tali eventi bellici è nota nel suo lento e progressivo dispiegarsi.

Lungo era l’elenco di clausole molto impegnative che la dichiaravano “giusta” come extrema ratio per restaurare diritti essenziali violati e non restaurabili per vie pacifiche. Neutralità e imparzialità, senza mai indicare con precisione responsabilità e sopraffazioni.

Poi la condanna da parte della Pacem in terris e della costituzione conciliare Gaudium et spes del ricorso alle armi e, in specie, a quelle indiscriminatamente distruttive e, soprattutto, all’uso del nucleare. Prima tolleranza nei confronti della deterrenza nucleare come male minore per dissuadere eventuali aggressori della libertà e della civiltà cristiana, occidentale, poi dopo il cambiamento epocale dell’89, atteggiamenti più decisi contro ogni forma di guerra, ritenuta il mezzo più barbaro e inefficace per restaurare il diritto e l’ordine internazionale e accettazione della nonviolenza attiva come valida alternativa alla guerra e alla difesa militare.
Nuovi fatti hanno indotto alla legittimazione della cosiddetta ingerenza o intervento umanitario per disarmare un ingiusto aggressore internazionale, sotto l’egida dell’ONU, con l’approvazione esplicita del consiglio di sicurezza , quale atto di polizia internazionale, circoscritto con grande cura al fine di evitare perdite di vite umane innocenti e sottratto il più possibile all’ideologia del nemico da eliminare. Sappiamo tutti che così non è stato e che, in pratica, sia nella guerra del Golfo e dei Balcani, l’ingerenza ha assunto il volto spietato della guerra di sempre.

Ed oggi, dopo l’11 settembre?
Cosa resta in piedi di tutto questo travaglio riflessivo dopo l’11 settembre? A fronte del terrorismo globalizzato, atto di guerra non dichiarata contro USA e umanità, senza eserciti, messa in atto con efficienza, accurata preparazione ed estrema determinazione da fanatici kamikaze, quali nuovi aggettivi hanno accompagnato la reazione americana?
Non guerra vecchia maniera, è stato detto, ma impegno di “giustizia infinita” o duratura, “azione di polizia internazionale”, atipica, mirata, finalizzata contro il terrorismo e non verso popolazioni innocenti o culture e religioni non demonizzate, ma comprese nei loro valori; non guerra-lampo, ma lunga, non enfatizzata dai mass media, ma muta e nascosta; non circoscritta ad atti militari, ma estesa all’economia (coltura dell’oppio e dell’eroina) e alle politiche che alimentano e sostengono il terrorismo.
In realtà tutte queste intenzioni, proclamate con enfasi, non hanno trovato facile compimento e il profilo vendicativo nei confronti di un’atroce e sanguinosa ingiuria fatta per la prima volta sul suolo americano, da un grande manovratore e da una sua rete appoggiata dal governo talebano, sembra aver preso la mano.
Il presidente americano ha tessuto una vasta rete di collegamenti e alleanze perché la sua intrapresa militare, decisa con la tardiva approvazione dell’ONU, in veritˆ non molto ricercata, potesse conseguire successo. Cos” antichi e mai sopiti rancori nei confronti della Russia e della Cina hanno ceduto il passo a segni di amicizia e a cedimenti, silenzi e compromessi su dolorosi fatti (Cecenia, Taiwan, diritti umani…).

Quali valutazioni?
L’Europa, tranne l’immediato sostegno del Regno Unito, segue pacatamente la vicenda promettendo aiuti, quando e come saranno richiesti, allineata nella condanna senza riserve del terrorismo e nell’approvazione, con o senza riserve, dell’iniziativa militare statunitense.
A caldo, nella bruciante emozione suscitata dalla violenza terrorista inedita per il volume e la globalità della sua espressione, la reazione americana annunciata e poi messa in atto dopo riflessioni e contatti molteplici, ha trovato cos” vasti consensi che riserve e dissensi venivano ipso facto bollati come approvazioni del terrorismo e dei suoi mandanti.
Pace, nonviolenza e mediazioni diplomatiche apparivano utopie buone per altri tempi e per contingenze non assimilabili all’evento delle Torri gemelle di Manhattan e del Pentagono di Washington, ma del tutto incapaci di fronteggiarlo con efficacia.
Il ragionamento corrente era costruito sulla pratica impossibilità di trovare alternative all’intrapresa militare e sulla necessità di bloccare un inimicus generis umani, dal volto in larga misura sconosciuto, ma atroce e pronto nuovamente a colpire con i mezzi più letali. Urgenza quindi di intervenire con tutti i mezzi, non escluse le armi nucleari, per la difesa dell’umanità. Invocare dialogo, perdono, negoziati non sarebbe soltanto utopistico, ma anche pericoloso, in quanto la controparte, fautrice di un mussulmanesimo integralista, risulta indisponibile a tali prospettive e incline alla guerra santa e a una crociata contro il mondo occidentale e la sua civiltà.

La guerra per battere il terrorismo?

Scorrendo per la rassegna stampa e le lettere pervenute ai giornali è facile rendersi conto che una certa parte dell’opinione pubblica inizia a ragionare in maniera diversa ritenendo che l’intervento militare, ad onta delle aggettivazioni che l’accompagnano, non costituisca il mezzo adeguato per superare la minaccia gravissima e diffusa del nuovo terrorismo e che, comunque, l’iniziativa USA non vada appoggiata, a scatola chiusa, senza alcuna condizione o riserva.
Il Vecchio Continente, scriveva Scalfari su Repubblica (21.10.2001), per difendere l’impero del Bene, dovrebbe affiancare la forza americana, moderandone gli eccessi e impedendo che il terrorismo deformi le istituzioni. La situazione tragica dei milioni di profughi affamati di un popolo poverissimo come l’Afganistan, che non riescono più a trovare rifugio nei Paesi vicini, i cui governi hanno stretto alleanza con gli USA; la contraddizione del lanciare con una mano bombe e con l’altra aiuti umanitari; la difficoltà di scoprire e mettere fuori gioco il Bin Laden e aprire brecce nel fronte dei suoi incorruttibili sostenitori, hanno indotto a prese di posizione alquanto critiche anche da parte di chi prima si era schierato decisamente in favore della guerra.

Le posizione dei cattolici
Ma, a questo punto, è necessario chiederci quale valutazione abbiano espresso i cattolici ed, in particolare, i teologi della morale, da tempo impegnati nella condanna della guerra e nell’elaborazione di un’attenta riflessione sulla pace e sulle alternative alla difesa militare.
Da quel che ho potuto capire, mi sembra che due tipi di approccio al problema e, almeno in sottofondo, di etica, abbiano occupato il campo e preso più o meno netta configurazione: l’approccio “realistico” e quello “profetico”.
Il primo appare allineato alle posizioni di coloro che ritengono inevitabile l’intervento militare; il secondo viene abbracciato da quelli che , per il superamento del terrorismo globalizzato, spingono in direzione di una lettura profonda del fenomeno, di una purificazione della memoria degli USA, delle responsabilità delle sue multinazionali e della sua politica estera; di un più deciso affrontement del divario Nord e Sud, palude che rigenera il terrorismo, assumendo impegni di giustizia e solidarietà a livello globale.

La linea “realistica”
Nella linea che abbiamo denominato realistica e che altri, sulle orme di Max Weber, definiscono “etica della responsabilità”, sembrano orientati personaggi importanti, come il cardinal Ruini , il portavoce vaticano Navarro Valls, il cardinal Tonini che hanno legittimato l’autodifesa e ripreso la lunga tradizione della “giusta guerra” e delle sue clausole, in particolare il criterio della “proporzionalità” tra l’ingiustizia gravissima perpetrata nei confronti di tanti innocenti e i mezzi da impiegare per eliminarla. Ovviamente i “realisti”, di ispirazione cristiana, non dimenticano le condanne etiche del magistero nei riguardi della guerra ABC e la necessità di resistere alle spirali dell’odio e della vendetta e alla tentazione di configurare tutta l’operazione come una crociata cristiana contro l’islamismo.

La linea “profetica”
Dell’etica “profetica” si è fatto espressione autorevole e coerente interprete il papa Giovanni Paolo II, spesso isolato e guardato con sospetto e apprensione da elementi a lui vicini nell’esercizio del supremo ministero ecclesiale. Come giˆ in occasione della Guerra del Golfo e dei conflitti balcanici, anche se con espressioni forse meno incisive e più generiche, il pontefice non ha fatto ricorso al principio dell’autodifesa cruenta e non ha fatto gesti che facessero pensare a una benedizione del ricorso alla guerra contro i terroristi. Pur condannando senza mezzi termini gli attentati terroristici rivolti contro l’umanità intera e sfiguranti l’immagine di Dio negli esseri umani, ha indicato quali vie ha da percorrere il dialogo, la giustizia, la difesa e promozione dei diritti umani, il rafforzamento dell’ONU, la preghiera insistente, corale ed ecumenica.

L’unico, verace realismo
Chi scrive queste note si ritrova del tutto nell’ambito dell’etica profetica che gli appare come l’unico verace realismo, in quanto stimola alla individuazione delle radici più profonde del terrorismo e cioè a quella oppressione economico-finanziaria, politico-culturale cui vengono sottomesse, anche per l’azione sinergica delle multinazionali USA, tanti popoli giustamente contrassegnati come popoli crocifissi.
Come scriveva recentemente Ettore Masina: “é soltanto con l’amore che si può vincere l’odio. I governanti e i generali non vogliono capire che non è con le armi che si sradicherà il terrorismo: ci sarà sempre qualche disperato o qualche fanatico che deciderˆ di diventare una bomba umana…Quando ( e se) Bin Laden sarà stato preso e, come merita, esemplarmente punito per il suo crimine contro l’umanità, sarà fatta giustizia, ma sradicata soltanto una delle spaventose minacce che gravano sulla nostra civiltà, La guerra può, forse, distruggere alcuni governi favoreggiatori del terrorismo, ma non deve toccarne i popoli. Se la nostra civiltà risponderà alla orribile strage delle Torri con altre stragi anche numericamente maggiori, come è proprio di ogni guerra, non soltanto sarà compiuto un peccato mortale collettivo ma sarà più facile al terrrorismo nascere e muoversi in un panorama popolare di odio accresciuto”(Il mondo oscurato, in “Segno nel mondo”, 30.9.2001, n.14).

Con i poveri contro Bin Laden
Per quanto concerne i teologi moralisti italiani rinviamo ad un loro documento, alla cui elaborazione anche il sottoscritto ha contribuito, apparso sul quotidiano “Avvenire”, nel quale al “no alla guerra” vengono unite indicazioni in merito alle vie alternative percorribili e in effetti giˆ percorse. Il testo, molto articolato e motivato, si conclude con un appello: “se vuoi la pace prepara la pace”.
é questa la sfida globale alla quale siamo chiamati a rispondere. Volere la pace globale significa oggi operare per la giustizia globale. E infine viene richiamata un’importante considerazione: “I terroristi di ogni tempo e luogo non rappresentano i popoli poveri, approfittano e strumentalizzano la disperazione della gente per acquisire potere e dominio”(cf. “Avvenire”, 28.9.01).
Questa ultima notazione è rilevante , in quanto a fronte del terribile evento dell’11 settembre, non pochi di noi hanno pensato o alla torre di Babele o a quella forte espressione della Populorum progressio che parlava di una collera dei poveri che, se il tragico iato che spacca il mondo tra la minoranza ricca del Nord e la maggioranza affamata del Sud non fosse superato, non avrebbe tardato ad esplodere . Tale collera non esplode per interposte persone che sono ricche o, come il Ben Laden, addirittura miliardarie. I poveri non hanno nemmeno la forza di prendere in mano fucili o pietre.
é necessario che quanti si riconoscono nell’etica profetica divengano voce dei poveri, stimolando ONG, volontari, uomini e donne di pace autentica di varia ispirazione e in particolare l’ONU democratizzata a non demordere dall’impegno della nonviolenza che “ha un linguaggio universale perché parla all’impronta che il Creatore ha impresso in ogni donna e in ogni uomo” (cfr. Comunicato di Pax Christi, in “Settimana”, 14.10.01).

Giuseppe Mattai

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