domenica 16 dicembre 2018
In foto: Un tavolo di discussione contro il lavoro irregolare: a promuoverlo è la CGIL di Rimini che per mercoledì alle 9.30 invita i rappresentanti delle categorie economiche e sociali, delle istituzioni e degli enti di vigilanza alla sede della Camera di Commercio di Rimini per un confronto su questo tema.
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lun 26 nov 2001 18:49 ~ ultimo agg. 00:00
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Dai dati relativi al 2000, su circa 1.400 aziende riminesi visitate, il 54% non era in regola, mentre la quota di lavoratori in nero era del 25,7%.
L’incontro prenderà avvio da un documento su lavoro nero e irregolare pubblicato dalla CGIL di Rimini, che pubblichiamo:

LAVORO NERO E IRREGOLARE

Documento della CGIL di Rimini
per il rispetto delle regole, dei diritti, per la qualità dello sviluppo.

Il fenomeno del lavoro nero ha raggiunto, nella nostra provincia, livelli di impiego di elevata dimensione (circa l’80% delle imprese ispezionate da parte degli Enti ispettivi risultano irregolari), rappresentando ormai una emergenza locale. Le conseguenze che ne derivano sono quelle di alterare le regole del sistema produttivo ed economico, violare i più elementari diritti contrattuali e sindacali, creare, in talune situazioni, vere e proprie forme di sfruttamento della manodopera.

Il lavoro nero e irregolare coinvolge, nella nostra realtà, se pur con modalità diverse, sia il lavoro dipendente che il lavoro autonomo, pensionati, giovani, studenti, immigrati.

Si manifesta con la mancanza di qualsiasi forma contrattuale, con il ricorso al lavoro minorile non tutelato, con l’evasione e l’elusione contributiva anche attraverso l’uso improprio di contratti “atipici,” con la violazione delle norme sulla sicurezza e con forme di doppio lavoro.

Esiste poi una relazione molto stretta tra le situazioni di irregolarità e la mancanza di sicurezza sul lavoro come è dimostrato dal continuo aumento degli infortuni registrati proprio in quei settori con le più alte percentuali di irregolarità.

Quanto detto rappresenta l’impalcatura su cui è stata costruita la ricchezza del nostro sistema economico in particolare per quanto riguarda il turismo, sostenuto da un diffuso ricorso al lavoro nero, dalla sistematica violazione dei diritti contrattuali e da una forte evasione contributiva e fiscale.

Ma un modello fondato sul mancato rispetto delle norme contrattuali non ha alcun futuro se non quello di autoriprodursi nella costante violazione dei diritti alterando così il mercato e creando concorrenza sleale.
Purtroppo siamo in presenza di una scelta precisa e diffusa da parte delle imprese che è quella di competere puntando prevalentemente sulla riduzione del costo del lavoro e sull’uso della massima flessibilità della manodopera, piuttosto che sulla qualità e innovazione dei servizi e dei prodotti e sugli investimenti in nuove tecnologie.

La Cgil ritiene invece irrinunciabile lo stabilirsi di una situazione dove la legalità, la sicurezza sul lavoro, la tutela dei diritti, non siano solo il doveroso rispetto delle regole ma fattori e condizioni per la crescita produttiva ed economica del nostro territorio, in quanto legalità e diritti costituiscono il valore aggiunto per la qualità dello sviluppo.

Per queste ragioni riteniamo sia necessario avviare un confronto tra Istituzioni locali, forze politiche e associazioni di categoria, per riflettere tutti sulle contraddizioni e sui limiti dell’attuale modello di sviluppo ripensando i livelli e la qualità della crescita e assumendo priorità e vincoli quali la salvaguardia del patrimonio ambientale, il rispetto delle regole, dei diritti, della legalità e della sicurezza sul lavoro.

Qualità e innovazione non possono coesistere con forme di lavoro nero e irregolare.
Va perciò respinta ogni allusione tesa a rappresentare e giustificare questi fenomeni come la conseguenza di un mercato del lavoro troppo rigido e insensibile ai fabbisogni delle aziende.

In realtà, la pratica della negoziazione tra le parti a livello locale e nazionale, nonché un’insieme di leggi recenti, hanno permesso di poter ricorrere ad una pluralità di rapporti di lavoro che comprendono il lavoro a termine, il part time, l’apprendistato il lavoro interinale e che consentono di rispondere alle esigenze di ogni singola impresa.

Le imprese e le loro associazioni, che non hanno preso ancora piena coscienza della gravità del fenomeno, vedono la soluzione del problema negli incentivi fiscali e contributivi, che di fatto finiscono col premiare quanti hanno eluso o violato le normative, e con la richiesta di ulteriore liberalizzazione degli strumenti che regolamentano il mercato del lavoro che giudicano ancora troppo “rigidi”. Va detto che la CGIL è contraria al contenuto del disegno di legge approvato al Senato il 31 luglio 2001 con il titolo “Norme per incentivare l’emersione della economia sommersa”. Con quel provvedimento, infatti, riproponendo la politica delle sanatorie per chi ha agito nella illegalità, si incentiva l’evasione. Al contrario di ciò che avviene con i contratti di riemersione, non attuabili nella nostra realtà, dove si tende a favorire l’emersione del sommerso attraverso accordi tra le parti che garantiscono gli interessi di entrambi i soggetti coinvolti.

La teoria della rigidità nell’impiego della manodopera, delle regole ingiuste, delle leggi rigide, ecc. ha contribuito alla diffusione di una cultura della illegalità come necessità primaria per la sopravvivenza delle imprese. Ciò ha favorito la complicità tra impresa e lavoratore nel ricorso a rapporti di lavoro irregolare.

Questa contraddizione deve essere contrastata e superata sia facendo ricorso alle misure che la legge consente, sia attraverso una campagna di informazione ed educazione dei cittadini affinché si affermi la cultura della legalità a partire dalle giovani generazioni. Per questo occorre aumentare il numero degli Istituti scolastici da coinvolgere nel progetto formativo “Lavoro e Legalità” rivolto agli studenti delle scuole medie superiori per una campagna di educazione alla legalità e di informazione sulle ricadute negative che il fenomeno produce rispetto alle tutele, ai diritti contrattuali, previdenziali, assistenziali.

Una maggiore conoscenza dei propri diritti e delle tutele sociali erogate in presenza di un lavoro regolare (vedi ad esempio l’indennità di disoccupazione per i lavoratori stagionali, possibilmente maggiorata), collegata a misure che li rendano più certi ed esigibili, potrebbe favorire la regolarizzazione dei rapporti di lavoro.

Per quanto riguarda le attività che le aziende e gli Enti Pubblici esternalizzano, vanno inserite già nei capitolati di appalto condizioni e strumenti di verifica e di controllo che portino al coerente rispetto dei diritti dei lavoratori. Occorre introdurre clausole e strumenti di controllo che subordinino, all’osservanza di tutte le norme contrattuali e legislative in materia di lavoro, la concessione di qualsiasi beneficio, contributo o procedimento amministrativo.
Con i Comuni di Rimini e Riccione è il momento di riaprire una verifica rispetto alle intese a suo tempo sottoscritte sugli appalti di opere pubbliche mentre è tutto da avviare il confronto con gli altri enti ed autonomie locali per analoghe intese sull’argomento. Inoltre, con il Comune di Rimini va sollecitato un confronto per la realizzazione degli indirizzi contenuti nella delibera del Consiglio Comunale del 21.9.2000, delibera che affronta il fenomeno del lavoro nero e irregolare. Analoga iniziativa deve essere sollecitata alle altre Amministrazioni Comunali della provincia nonché alla stessa Amministrazione Provinciale.

Contrastare il lavoro nero significa anche compiere adeguate azioni di vigilanza da parte degli organismi preposti in stretta collaborazione e coordinamento tra loro incrementando gli interventi congiunti attraverso piani mirati verso i settori più a rischio: edilizia, turismo, industria manifatturiera. Spetta alle Istituzioni nazionali e locali superare la cronica carenza degli organici adeguandoli alla realtà produttiva e alle caratteristiche socio-economiche del nostro territorio.

La commissione provinciale per l’emersione del lavoro irregolare, costituitasi di recente ai sensi della Legge n°448/98, può diventare la sede istituzionale di confronto tra le parti sociali ove misurarsi ciascuno con le proprie proposte e comunque ricercare convergenze sulla promozione di azioni di contrasto. Tra queste anche l’avvio di una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini consumatori poiché servizi, prodotti e beni di consumo forniti a sottocosto nascondono, oltre alla scarsa qualità, situazioni di lavoro nero, irregolare e di sfruttamento della manodopera come nel caso dei laboratori clandestini di confezione e abbigliamento.

Rimini Ottobre 2001

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