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Ilaria, bimba malata guarita con i sorrisi

Rimini

20 ottobre 2001, 20:37

in foto: ILARIA ha otto anni. Sorride. D’altronde la sua è l’età in cui bisognerebbe solo pensare a divertirsi. Ma due anni fa la vita le riservò una brutta sorpresa: leucemia acuta linfoblastica, diagnosticò il medico. Era il luglio ’99. In un attimo, per lei e la sua famiglia cambiò tutto. Ilaria fu subito ricoverata nel reparto di pediatria dell’ospedale Infermi di Rimini.

E lì vi rimase tre mesi, due dei quali senza mai uscire dalla stanzetta del reparto a lei riservata. Nonostante la piccola sia residente nel ravennate, i genitori scelsero di ricoverarla a Rimini, anziché a Bologna, dove esiste un reparto attrezzato per questo tipo di patologie. Perché? “Perché ci avevano parlato bene del primario, il professor Vico Vecchi, pediatra con specializzazioni anche in oncologia ed ematologia, nonché autore di numerose e autorevoli pubblicazioni scientifiche”, spiega la mamma.
Quella febbre strisciante
I primi dubbi sulla malattia erano sorti qualche mese prima: la bambina dava spesso segni di stanchezza, aveva sempre male alle ossa. Cominciò a manifestarsi una febbre strisciante: poco più di un’alterazione, ma continua. La pediatra eseguì degli esami e l’esito fu, purtroppo, quello temuto. I dubbi divennero certezze. I genitori di Ilaria, disperatamente, richiesero altri accertamenti. Magari poteva trattarsi di qualche virus… niente. Era proprio leucemia. Il successivo controllo sul midollo lo confermò.
Dal 19 luglio al 10 ottobre Ilaria si sottopose ad una forte chemioterapia per via venosa. Le arterie divennero nere, anche i prelievi erano difficili. Cominciò a perdere i capelli. “Ma era sempre sorridente”, ricorda con un filo di voce la mamma. “Non le nascondevo che si trattava di una malattia grave, altrimenti non avrebbe accettato di sottoporsi a tante prove così difficili: dai prelievi di midollo alle iniezioni di farmaci nella schiena, fra le vertebre. Per 15 giorni di seguito è stata collegata a un macchinario per i prodotti chemioterapici, ininterrottamente. Ma lei sorrideva a tutti. Mi diceva: devo fare ancora delle punture, ma ne ho già fatte tante, vero?”.
Il professor Vecchi era sempre presente. D’altronde, in reparto, Ilaria era la prima bambina ricoverata con quella patologia. “Solo lui sapeva come seguirla. In seguito si è fatto aiutare dalla dottoressa Patrizia Sacchini che, con molta scrupolosità, possiamo dire si sia specializzata sul campo. Ma in realtà tutto il personale si è prodigato in maniera eccezionale. Chissà perché, è in questi momenti che conosci persone davvero uniche”.
Come le psicologhe Marisa e Samantha, che con la bambina hanno organizzato una “sfilata” di tante “Barbie” vestite di cartapesta e il teatrino con la filastrocca imparata da Ilaria a memoria in quindici giorni terribili, “quando non parlava neppure e teneva gli occhi chiusi. Le leggevo continuamente quella favola che a lei piaceva tanto. Così, giorno dopo giorno, l’aveva mandata a mente”.
E che dire della maestra in pensione che l’ha aiutata ad imparare a leggere, per non perdere il primo anno di scuola al quale la piccola teneva tanto?
Verso la guarigione
Poi, un bel giorno, in fondo al tunnel, cominciò a vedersi la luce. La malattia regrediva. La terapia fu allentata: tre giorni a casa e quattro in ospedale. Così per altri due mesi. “Ilaria era ingrassata, causa il cortisone che assumeva in dosi molto alte. Avevamo paura per i cali di piastrine che aveva subìto. In ospedale si era già sottoposta a molte trasfusioni, in certi periodi potevamo starle vicino solo con la mascherina, non poteva entrare in contatto con nessun altro”. Comunque, piano piano, le sedute in ospedale si diradano. La piccola passa al day hospital, “una struttura fantastica, con infermiere molto preparate”. Ora Ilaria è a casa. Non segue più nessuna cura. Deve stare sotto osservazione, certo. Ma per ora sta bene. E la sua famiglia con lei. La mamma sospira: “Per due anni non sarà fuori pericolo, ma ci sono buone probabilità anche per un eventuale trapianto di midollo: mio marito ed io non siamo compatibili, ma suo fratello di 14 anni sì”.
Signora, ci dica: come ha fatto in questi due drammatici anni ad avere tanta forza per andare avanti, chi o cosa gliel’ha data? “La forza, viene. Mi creda”, risponde lapidaria. Continua a ringraziare tutte le persone che l’hanno aiutata, a partire dal primario. Ne tesse le doti professionali ed umane. Vorrebbe citare tutti, ringraziarli… Noi, pigramente, le avevamo chiesto un intervento in prima persona. “Non ce l’ho fatta – confessa – Sa, adesso che ne siamo usciti mi viene doloroso ricordare. Riesco solo a rispondere alle domande”. E sorride. Sembra di vedere il sorriso di Ilaria.

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