giovedì 13 dicembre 2018
Rimini Vita della Chiesa

La grinta di 'Doctor' Marilena

In foto: Un gruppo di giovani riminesi ha trascorso tre settimane di servizio nell'ospedale di Mutoko, nello Zimbabwe. Il racconto del viaggio su Il Ponte. Da domani in edicola.
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gio 30 ago 2001 18:14 ~ ultimo agg. 00:00
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Martedì 31 luglio, ore 8.15. Dopo un lungo volo sbarchiamo all’aeroporto di Harare, capitale dello Zimbabwe… e già l’Africa si presenta così come non se l’aspettava nessuno: 11°C, nuvole minacciose e qualche goccia di avvertimento.

Trascorriamo l’intera mattinata in Harare, dove facciamo un po’ di spesa per i prossimi giorni e dove pranziamo al ristorante Da Guido, pizzeria italiana con cuochi e camerieri africani.

Siamo condotti a Mutoko, dove ha sede la missione della dottoressa Pesaresi, da tre accompagnatori mandati da Marilena ad accoglierci: il viaggio dura circa due ore, fra strade asfaltate senza curve e strade sterrate con buche… ovunque mucche e capre, sia nei campi che sulle strade.

Al nostro arrivo al Luisa Guidotti Hospital siamo accolti da Marilena, in camice bianco e stetoscopio alla mano.

I nostri alloggi sono comodi e confortevoli, ma già la vista dei primi malati in attesa di essere visitati ci fa capire che anche nella sofferenza e nella malattia gli africani non sono uguali a noi occidentali.

Giorni di fila

Fuori dall’ospedale gli ammalati, i più fortunati aiutati da qualche familiare, attendono pazientemente, quasi rassegnati, di poter essere ricevuti dalla Doctor (come qui chiamano con rispetto e affetto Marilena), come sempre impegnata nel visitare i ricoverati, dare indicazioni e consigli alle infermiere, accogliere i nuovi pazienti in attesa da più tempo.

L’attesa dei più fortunati, quelli che aspettano già da tempo, si consuma sulle panche e le sedie della sala d’aspetto; gli ultimi arrivati sono costretti ad attendere all’esterno, distesi su una coperta, a terra o seduti all’ombra dell’unico albero in grado di garantire ombra e sollievo a chi, di solito, arriva qui dopo lunghi viaggi su vecchie automobili, su carretti trainati da buoi oppure a piedi. Il numero degli ammalati che si rivolgono al Luisa Guidotti Hospital cresce sempre più, soprattutto negli ultimi giorni, a causa dello sciopero dei medici che sta paralizzando gli ospedali dello Zimbabwe e, in particolare, quelli, tra l’altro costosissimi, della capitale. Ci sono così ammalati che arrivano non solo dai dintorni ma anche da Harare stessa, dopo viaggi durati anche qualche giorno: purtroppo arrivano in condizioni, il più delle volte, disperate…

Le camere sono sempre piene: in caso di estrema necessità, gli ammalati sono sistemati anche su materassi adagiati per terra, sotto altri letti.

I bambini non piangono

Colpisce il comportamento di tutti, ammalati, familiari, bambini: nessuno si lamenta.

Siamo impressionati, quasi turbati, dal fatto che i bambini ammalati non piangono, non gridano, non parlano. Le espressioni dei loro occhi ci feriscono e ci imbarazzano: a volte sembrano chiederci un aiuto, una consolazione che non crediamo di poter dare. Molti di loro sono ammalati di Aids, alcuni di tubercolosi: nonostante ciò, sono bambini molto svegli, curiosi e, per necessità più che per volontà, indipendenti e già in grado di badare a sé stessi anche all’età di cinque-sei anni.

Più viviamo nelle stanze degli ammalati e nei corridoi dell’ospedale e più impariamo ad apprezzare il lavoro delle mamme, le sole ad essere presenti sui lettini dei bimbi, le sole ad accudirli e a passare il tempo con loro. I babbi sono costretti dal lavoro ad essere lontani, chi nei campi, chi nei cantieri edili, chi nelle città a cercare fortuna arrangiandosi con quel poco che si ha e quel poco che si sa fare.

I nostri primi giorni trascorrono nel tentativo di aiutare Marilena, soprattutto per quel che riguarda la pulizia e l’imbiancatura delle camere dell’ospedale, la cura dei bambini (soprattutto di quelli piccoli senza genitori), il riordino di cartelle cliniche e certificati… tutto questo però ci sembra nulla rispetto a ciò che la dottoressa riesce a fare, aiutata da una grinta e una competenza che qui, in Zimbabwe, sono difficili da trovare.

Il sorriso del chirurgo

Durante i primi giorni siamo in compagnia del dottor Spagnolli, figlio di un ex ministro della Repubblica Italiana, chirurgo dal sorriso semplice e sincero, con gli occhi, luminosi sereni e rassicuranti. Insieme a Marilena condivide le fatiche, le delusioni ma anche i progetti e il lavoro dell’ospedale. Passa le giornate in sala operatoria, lavorando senza sosta e operando pazienti di ogni tipo. I suoi collaboratori sono semplici infermieri, con poche conoscenze specifiche se non quelle necessarie che lui stesso ha loro insegnato: qui bisogna imparare in fretta…

Dopo un po’ di riposo per il lungo viaggio, ognuno s’impegna come sa. Per lo più siamo impegnati nell’imbiancatura delle stanze e del corridoio del settore maschile e nel disegno di animali (colorati con fantasia) sulle pareti delle stanze dei bambini.

Questi piccoli lavoretti ci permettono di entrare direttamente in contatto con gli ammalati ed i loro parenti. Con il passare dei giorni la nostra presenza diventa una consuetudine, tutti ci chiamano con i nostri nomi e sempre più spesso si sentono i bambini intonare canzoncine in italiano: non ne capiscono il significato ma la pronuncia è corretta… alla faccia del nostro inglese!

Una Messa africana…

Il 4 agosto è una giornata particolare. Viene ricordata Luisa Guidotti, dottoressa modenese assassinata dai militari nel 1979; a lei è dedicato l’ospedale di Mutoko. La Messa prevista per le 12 slitta, senza alcun preavviso, alle otto di sera. Sorprendente è il comportamento della comunità raccoltasi per la celebrazione: verso le 13.00, vedendo che i preti non arrivano, i più si sistemano alla meno peggio sotto gli alberi; dalle immancabili borse che accompagnano ogni donna africana, tirano fuori cibo e bevande da condividere con i propri familiari. Tutto accade come se nulla fosse, senza alcun ‘commento’ per il mancato arrivo dei preti… la nostra mentalità occidentale subisce l’ennesima provocazione.

La parte più coinvolgente e straordinaria della giornata è comunque la Messa, durata circa due ore. È difficile paragonare la Messa africana alla Messa italiana. Non c’è parte della Messa in cui, dovendo i fedeli rispondere al prete, non lo facciano cantando e danzando. Il ritmo dei tamburi è dolce e rilassato, nulla aveva in comune con i ritmi stressati e carichi di rabbia che si sentono spesso nelle nostre discoteche o alle nostre radio. Il momento più stravagante è l’omelia. La gente partecipa vivacemente. Contiamo almeno dieci momenti in cui l’assemblea, alle parole del prete, scoppia a ridere. Ma l’apice si è raggiunto quando, nel bel mezzo del discorso, il prete si è interrotto per improvvisare una danza, subito accompagnata dai tamburi e dai canti del popolo. Dopo alcuni istanti, come se nulla fosse, il discorso riprende. Il clima di festa la fa da padrone. I fedeli partecipano con semplicità e con convinzione: la gioia di vivere insieme questo momento sacro è davvero palpabile e visibile. Non c’è aria di noia, non c’è consuetudine…

Senza concludere

Dopo tre settimane di vita vissuta a fianco di Marilena arriva il tempo delle valigie. Nel cuore un turbamento. Non riguarda le cose che abbiamo visto. Siamo come pervasi da un sentimento di vergogna del quale non capiamo la natura. Quelle persone così povere ed ammalate, già viste tante volte in TV, ci restano questa volta impresse nella memoria. Non sono più documentari, immagini virtuali, ma storie vissute, persone, che hanno un nome: Patricia, Mollen, Malvin, Norman…

Un’ultima riflessione ora ci accompagna al ritorno dallo Zimbabwe.

Ci siamo chiesti come raccontare la nostra esperienza a parenti ed amici, ma ci siamo trovati in difficoltà. Le nostre parole da occidentali non sono adeguate per raccontare l’Africa, la logica non sempre ci fornisce gli strumenti più adeguati per interpretare ciò che accade intorno a noi. L’Africa non è neppure narrabile attraverso le fotografie che abbiamo scattato.

L’Africa non è una parola e neppure un’immagine: l’Africa è un suono, musica, ritmo, danza. È insieme odore e puzza.

In Africa bisogna andare, altrimenti è inutile ascoltare improbabili racconti sui bambini ammalati e sulle sante donne che lavorano per curarli.

Un grazie di cuore a Marilena: già ci mancano le sue sgridate da mamma preoccupata, ma anche da dottoressa che si sente responsabile dei propri pazienti, quali tutti noi siamo stati!

Don Paolo, Eleonora, Francesca, Simona, Cristina, Tamara, Alessia, Davide, Francesco.

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