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Sulle strade della Controriforma

Rimini

12 maggio 2001, 15:03

in foto: Una tesi di laurea riscopre il genio di Giovanni Laurentini detto l'Arrigoni NON HA la fama di un Cagnacci e neppure l’aurea della Scuola riminese del Trecento.
Eppure Giovanni Laurentini detto l’Arrigoni è stato un maestro apprezzato, un pittore stimato e un valido rappresentante della pittura della Controriforma. Meriterebbe, dunque, miglior sorte, e con lui tutta una serie di artisti e opere che costellano Rimini e la sua Provincia.

“La via indicata da Piergiorgio Pasini è senz’altro ammirevole: incontri, visite guidate, chiacchierate didascaliche possono aiutare a comprendere che la storia dell’arte non è né lontana da noi né incomprensibile”.
Sara Andruccioli, 24 anni, riccionese, il suo contributo l’ha appena rilasciato. Si tratta della tesi di laurea con la quale è diventata dottore in Conservazione di Beni Culturali a Ravenna, un percorso di studi culminato con il massimo dei voti e una ricerca appassionata che ha per protagonista Giovanni Laurentini detto l’Arrigoni (S. Agata Feltria 1550-Rimini 1633).

Perché Laurentini? “Confesso: l’ho incontrato per caso, mentre eseguivo una ricerca sul Þglio Alfonso, autore di una bella Annunciazione”. La sua curiosità e l’interesse per il rapporto tra arte e fede l’ha condotta sulle bibliograÞe e su quel soprannome caratteristico. “La Þrma Arrigoni comincia ad apparire nei documenti e nella Þrma dei quadri, a partire dal 1600, ma il motivo rimane tuttora misterioso”.

Il ritratto dell’artista invece è quanto di più chiaro possa esserci. Tra i pittori operanti a Rimini tra il 1570 e il 1630 Giovanni Laurentini è l’artista più rappresentativo. Nato nel 1550 a Sant’Agata Feltria, si trasferì in giovane età a Rimini. In questa città aprì la sua bottega e rimase tutto il resto della sua lunga vita. “Non sappiamo nulla di sicuro della sua formazione artistica, in quale bottega o presso quale maestro abbia compiuto il suo apprendistato pittorico – spiega la Andruccioli – In assenza di fonti certe, l’unico documento che può fornirci alcune indicazioni è il suo primo dipinto, il San Michele Arcangelo”. Quest’opera, ricordata dalle fonti come “opus giovanile”, rivela un’educazione avvenuta sulla conoscenza della pittura romana di tarda maniera, in particolare quella di Taddeo Zuccari. Lo si nota nell’eleganza decorativa del disegno e nel tocco veloce. “La seconda opera certa dell’Arrigoni è la Madonna col Bambino che appare a San Giacinto, dipinta nel 1594 per la chiesa dei Domenicani, San Cataldo, di evidente impianto baroccesco. Dall’esecuzione del San Michele a quella di San Giacinto passano 24 anni. Non ci è rimasta alcuna testimonianza visiva certa di quel lungo lasso di tempo. Nemmeno la letteratura locale ci viene in soccorso. Tuttavia sappiamo da alcuni documenti che ormai Laurentini era diventato cittadino riminese a tutti gli effetti (dal 1592 i documenti lo definiscono sempre ariminensis). Le sue opere così comprensibili, di garbo squisito, dai toni delicati ed eleganti, incontravano il favore della committenza religiosa”. Nel volgere di pochi anni le committenze si moltiplicarono. Tra lo scadere del ‘500 e almeno fino al secondo decennio del ‘600, Laurentini diventa l’artista più noto e operoso di Rimini. Anche il suo matrimonio con donna Porzia Olfi, nel 1595, è testimonianza della sua riuscita sociale. Ella apparteneva, infatti, a uno fra i casati più cospicui di Rimini, che figurava fra quelli eletti, in passato, al Consiglio Ecclesiastico della città. La fortuna artistica e umana del Laurentini è pertanto lega ta alla città di Rimini. Non può stupire, dunque, che egli si firmasse ariminensis. “È nota la sua pietà religiosa: egli apparteneva infatti alla Confraternita di Santa Maria in Acumine, per la quale, in occasione del Giubileo del 1600, dipinse uno stendardo molto lodato dai contemporanei, che il Clementini cita come una delle sue opere migliori”. Il 1600 fu per l’artista un anno fervido di lavoro e ricco di importanti commissioni. L’impresa più significativa e complessa fu la ristrutturazione, in qualità di architetto, della chiesa della Madonna del Paradiso, allora assai ammirata, oggi perduta. In quello stesso anno dipinse anche Cristo consegna le chiavi a San Pietro che, nell’eleganza del disegno, si richiama con evidenza a Barocci, e una pala: San Bernardino presenta la regola al Pontefice Martino V, che denota influssi dei pittori veneti come Domenico Tintoretto, Palma il Giovane, Ridolfi, che lavorarono a Rimini nell’ultimo ventennio del ‘500.

Laurentini lavora anche in ambito civile: disegna piazze e magazzini, sistema monumenti bronzei e la costruzione del basamento della statua stessa. Sembra inoltre che, anche su suo disegno, fosse eretta, nel 1613, la chiesa dei Teatini. L’ultimo dipinto eseguito dall’ormai anziano Laurentini è l’Adorazione dei pastori, per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Rimini. Quest’opera, databile agli anni ’20 del ’600, denota un’apertura verso le “novità” della pittura di Caravaggio, che arrivano in provincia attraverso le opere di Rubens e di Orazio Gentileschi.

Laurentini muore il 19 Marzo 1633, a Rimini, nella parrocchia di Santa Maria in Acumine, all’età di 83 anni. “In un periodo caratterizzato dalla scomparsa delle grandi botteghe riminesi, Laurentini si propone come il discendente di quella tradizione – rileva la 24enne studiosa riccionese – Inoltre, ha tutte le caratteristiche del pittore della Co ntroriforma: dall’istanza pedagogica rivolta al popolo, all’intento di suscitare emozioni forti, come veicolo di conversione e di rinnovato fervore religioso. L’impianto scenografico delle sue opere, il ripetersi dei soggetti, l’insistenza sugli emblemi della Passione, tutto rimanda al rigido dettato controriformistico. La sua committenza inoltre — Ordini religiosi, abati, Confraternite — non era certo sprovveduta riguardo ai vincoli e ai limiti della dottrina”. Maestro di consolidata fama, la cui bottega poteva vantare le commissioni più prestigiose dell’intero territorio riminese, vecchio pittore universalmente stimato e onorato, l’Arrigoni si è però sempre rimesso in discussione, studiando e sperimentando. “La sua intelligenza era versatile: Laurentini seppe cogliere il nuovo e lo sperimentò, adattandolo agli schemi stilistici precostituiti, ai quali non intendeva rinunciare. Ecco la cromia sontuosa dei veneti, la dolcezza e l’accartocciarsi dei panneggi e delle vesti chiare e luminose del Barocci, fino alle suggestioni caravaggesche, che avevano colpito l’occhio ancora vigile del vecchio pittore, presenti nell’Adorazione dei pastori”.

Tommaso Cevoli

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