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8 maggio 1330: già era festa

AltroVita della Chiesa

9 maggio 2001, 10:32

in foto: Ritrovata nell'Archivio Segreto Vaticano un antico documento sul Beato Amato

SETTE fogli manoscritti, che risalgono ai primi decenni del Trecento, sono in ordine di foliazione, l’uno accanto all’altro, sopra un tavolo da studio. Ce li ha inviati il Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano.

Il paleologo riminese, Oreste Delucca, li legge attentamente. È la prima lettura in assoluto, dopo quella (parziale) del card. Giuseppe Garampi nella seconda metà del sec. XVIII. Oreste Delucca è già arrivato a quelle righe, per noi indecifrabili, dove fra Nicola, priore dell’ospedale del beato Amato, racconta che “il corpo del beato, l’otto maggio dell’anno 1330, a causa di un incendio, fu traslato frettolosamente dalla cappella dell’ospedale alla chiesa plebale del castello di Saludecio (allora San Laudicio)”.

“L’ 8 maggio? Rilegga bene”. Risponde con sicurezza l’interprete Delucca: “Qui il testo è chiarissimo, è scritto 8 maggio”.

La notizia è sorprendente. Viene a dar man forte ad altre notizie che già avevamo, ossia che l’8 maggio è festeggiato già nei primi decenni dalla morte del beato Amato; che l’8 maggio è, senza alcun dubbio, il giorno del suo transito. E viene a rettificare il dato del card. Garampi che aveva letto 18 maggio.

L’incendio si è sviluppato proprio quel giorno. Non sappiamo in quale ora. Certamente centinaia di ceri bruciavano attorno all’urna, dalle primissime ore, in quella piccola cappella che aveva visto le aspre penitenze del beato, e aveva udito le sue incessanti preghiere.

Il suo corpo, quell’8 maggio 1330, con ogni probabilit& agrave; è nell’urna di legno, cerchiata in ferro, povera e severa, già testimone di tante suppliche e di tanti prodigi. Si conserva tuttora, accanto a quella lucente, opera mirabile di artisti faentini, che ne racchiude il corpo dall’anno 1930.

Ora, al foglio 2, Oreste Delucca sta leggendo altra notizia, rimasta sconosciuta anche allo storico Luigi Tonini. Torna a grande onore della comunità saludecese dei primi decenni del Trecento. Da parte nostra serberemo gratitudine imperitura.

“28 dicembre 1330. I massari (gli economi) del castello di Saludecio e gli homines, (coloro che hanno un reddito e quindi pagano le tasse), consegnano a Pietro, abate del monastero benedettino di Modena, e a Guidone, vescovo di Rimini, che si sono recati al castello di Saludecio, un documento sigillato. È del card. Francesco degli Atti che, agli inizi del Trecento, è Legato di papa Benedetto XI per la regione Romandiola (la Romagna). Nella sua residenza di Montefiore, il cardinale legge l’atto originale del 10 gennaio 1292, inviatogli dal notaio Filippo di Rimini, che lo aveva scritto e sottoscritto. In questo atto notarile, il beato Amato dona l’ospedale, la cappella e tutti i suoi beni al monastero benedettino di San Giuliano in Rimini. Il cardinale, dopo averlo letto, parola per parola, lo approva, lo ratifica e concede indulgenza, alle condizioni consuete, a coloro che visiteranno, nella cappella del predetto ospedale, la tomba del beato. Poi, dalla sua residenza di Montefiore, invia alla comunità di Saludecio, un plico sigillato, datato 26 maggio 1304, dove è inserito appunto l’atto del 10 gennaio 1292, che ha approvato e ratificato”.

L’abate benedettino di Modena, dopo aver accolto con gratitudine questo plico dalla comunità di Saludecio, lo legge assieme al vescovo di Rimini. E dopo aver visto che il testo non era stato abraso o in alcun modo manomesso, lo invia alla Camera Apostolica. Lo pone in mani sicur e. Infatti è l’unico esemplare rimasto. Gli altri sono andati perduti.

Per merito di questo atto, di primario rilievo, il beato di Saludecio esce dall’alveo della nuda tradizione popolare ed entra nella storia. A chi lo legge, parola per parola, come già il card. Degli Atti nel maggio 1304, esso rivela il distacco totale del beato da sé e dalle sue cose, l’obbedienza incondizionata alla Chiesa locale e universale, l’amore di carità per il Cristo e per i poveri del Cristo, l’amabilità verso i confratelli, il desiderio di restare nell’oblio durante la vita e dopo la morte. Quindi, posto al tramonto, ne illumina l’intera esistenza.

Da questo manoscritto originale, il 21 aprile 1435, papa Eugenio IV, ch’era stato commendatario (superiore) nel monastero di San Giuliano in Rimini, ed era devoto del beato Amato, fece redigere due copie autentiche: una la inviò all’amico priore dell’ospedale del beato Amato, Federico Claromonte, che ne aveva fatto richiesta, l’altra la inserì nelle sua raccolta di documenti antichi.

Il cardinal Garampi vide proprio questa copia autentica, conservata nella raccolta di papa Eugenio IV, probabilmente dopo il 1774. Si precisa questa data, altrimenti sorge un contenzioso con il comm. Amato Morotti, devotissimo del beato di Saludecio.

Al card. Garampi non vogliamo male perché lesse diciotto maggio. E neppure perché ci nascose notizie che solo oggi possiamo leggere nel testo che, prima di noi, lesse lui nella raccolta di papa Eugenio IV. Infatti, copia di questo testo originale ce l’ha inviata, il 21 ottobre 2000, il Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, in diapositive 6×7. Le quali sono ora conservate gelosamente nel museo storico del beato Amato. I fedeli, che saliranno a Saludecio nelle prossime feste di maggio, troveranno dunque il museo arricchito da questo preziosissimo manoscritto. Ma soprattutto lo vedranno rinnovato, il museo, grazie all’iniziativa solerte del parroco don Franco e degli amici di Saludecio che, con la collaborazione preziosa del prof. Pier Giorgio Pasini, rendono ognor più accogliente il Santuario del loro e nostro beato. Tra questi non possiamo dimenticare il vice-postulatore della causa del beato Amato, Luigi Calesini, e il custode (sempre presente) del museo, Marino Marcucci.

Ma non è tutto qui. Ben presto, noi pellegrini o turisti a Saludecio, prima di prendere l’ultima, breve salita che porta al paese, avremo il saluto del beato Amato da una bella immagine bronzea che viene realizzata in questi mesi. Con gesto accogliente, egli ci indicherà la sua casa dove è sempre vivo per riempire di pace la convivenza degli anziani e delle Sorelle dell’Immacolata che li assistono.

don Mario Molari

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