'La chiesa riminese e le sfide attuali': il documento del Consiglio Pastorale
Si intitola “E mi sarete testimoni: la chiesa riminese di fronte alle sfide attuali” il documento elaborato dal consiglio pastorale diocesano e che nei prossimi giorni sarà distribuito alle parrocchie e alle aggregazioni laicali riminesi.
PROVINCIA | 14 ottobre 2009
15 pagine prodotte dal consiglio pastorale diocesano per riflettere sulla crisi economica attuale. Un documento che parte dai dati riminesi: la crescita esponenziale della cassa integrazione, il calo dell'occupazione, che osserva le cause, tra tutte spicca l'avarizia insaziabile slegata da ogni principio etico e che studia le conseguenze della crisi.
Sulla famiglia sempre più stritolata dalle fatiche della quotidianità, sui giovani che combattono con la precarietà, sulle donne che, spesso a causa dell'instabilità rinunciano a fare figli, sugli immigrati, fortemente esposti alla crisi e oggetti di un sentimento di paura crescente anche tra i riminesi che si sentono minacciati dall'altro.
In questo quadro, si legge nel documento, recuperare la dimensione umana e sociale dell'attività economica non solo solo è necessario ma urgente. La dignità dell'uomo deve essere rimessa al centro, il bene comune un valore da declinare concretamente.
La comunità cristiana si fa portatrice di un nuovo stile di vita improntato sulla solidarietà e la sobrietà con proposte concrete da mettere in pratica nelle parrocchie e nelle aggregazioni laicali.

IL DOCUMENTO:


L'introduzione del Vescovo:

Carissimi, il Consiglio Pastorale Diocesano, in questo primo anno dal suo rinnovo, si è interrogato sulla grave crisi economica che ha investito tutti i Paesi e che non è certamente superata. Ci si è chiesti:
a. Quali sono i dati della crisi (disoccupazione, ammortizzatori so-ciali, situazioni di povertà…).
b. Le cause e le conseguenze della crisi.
c. Come la Comunità Cristiana può tradurre questa situazione in concrete opportunità di educazione alla sobrietà, alla solidarietà.
L’opuscolo raccoglie la sintesi di questo lavoro. Nella speranza che non sia una ricerca fine a se stessa, viene consegnata alle Comunità parrocchiali e religiose e alle Aggregazioni laicali, in particolare ai Consigli Pastorali Parrocchiali, come indicazione e strumento per un’ulteriore occasione di riflessione e di azione educativa.Alcuni componenti del Consiglio Pastorale Diocesano sono disponibili per eventuali incontri.
Sono certo che anche in questo momento così delicato le nostre Comunità ecclesiali sapranno dare una testimonianza viva di presenza e di impegno, sia come discernimento della situazione attuale alla luce del Vangelo, sia come solidarietà concreta alle famiglie più colpite dalla crisi economica.
Vi accompagno con il mio incoraggiamento e la mia benedizione.

La riflessione presentata in questo documento è frutto di mesi di lavoro che ha coinvolto i membri del Consiglio Pastorale Diocesano. Non è facile, nell’attuale complessa situazione sociale ed economica, prevedere quali saranno i prossimi scenari mondiali. Molte agenzie internazionali dichiarano che la crisi finanziaria è ormai finita; altre sottolineano che occorre essere cauti nel definire un termine; ma quello che ci riguarda più da vicino è la situazione reale di persone che perdono il posto di lavoro e di molte aziende costrette a chiudere per mancanza di ordini.La nostra Chiesa diocesana è intervenuta in vari momenti con riflessioni e con gesti concreti. È importante, in questo momento, operare un discernimento comunitario alla luce dell’ultima enciclica di Benedetto XVI sulla globalizzazione e sul vero sviluppo dei popoli.Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità, devono costantemente riferirsi alla carità nella verità. Papa Benedetto XVI lo ha riaffermato in modo magistrale, e con aspetti per certi versi innovativi, nella recente enciclica Caritas in veritate. Vivere la carità, via maestra della Dottrina Sociale della Chiesa, nella verità, in un contesto culturale, politico e sociale come l’attuale, in cui si tende a relativizzare il vero, “porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale”. Perché piena di verità, la carità che non scivola nel sentimentalismo, può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata.
All’ethos dell’efficienza, una delle radici della crisi attuale, la Chiesa fa risplendere all’uomo la centralità della persona e il bene comune. Quel bene che non è la mera somma dei beni singoli, ma legato alla vita sociale della persone. È il bene di quel noi tutti formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Impegnarsi per il bene comune, assumere l’etica della responsabilità, costruire insieme una società fraterna, riscoprire “la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali” come ha richiamato Papa Benedetto XVI, deriva direttamente dalla carità, amore ricevuto e donato da Dio all’uomo. E aiuta a costruire quella “città dell’uomo”, fondata non solo su rap-porti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta nelle relazioni umane l’amore di Dio; essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo.

1. Fotograia della situazione nel territorio riminese

Nella città di Rimini e nel territorio della provincia1i segni della crisi investono tutti i settori produttivi del territorio. Gli occupati nel 2008 sono stati 2389 in meno del 2007, da cui si registra una flessione di circa il 3,5% (dati CCIA RIMINI). Le iscrizioni di la-voratori alle liste di mobilità sono considerevolmente aumentate, in particolare nel triennio 2005-2008 si è avuta una crescita del 6,1%.
Gli stranieri in mobilità nel 2008 costituiscono il 22,4% del totale. Le ore di cassa integrazione guadagni (Cig) tra gennaio e agosto, sono aumentate del 490% rispetto allo stesso periodo del 20082. Nel riminese il 95% delle aziende non supera i dieci addetti; di conseguenza in caso di crisi, questi occupati non sono coperte dalla Cig. Preoccupa in particolare la situazione nel settore artigianale dove le aziende possono accedere, in caso di riduzione di orario o sospen-sione, ai finanziamenti dell’Eber (Ente Bilaterale Emilia Romagna) solo se iscritte a questo fondo. I fondi accumulati dalle imprese in dieci anni si sono esauriti nel giro di tre mesi.
Anche il turismo, l’economia trainante della Provincia di Rimini, già da alcune stagioni fa segnare una frammentazione delle vacanze, cioè più arrivi, e una diminuzione delle presenze (minor numero di giorni di vacanza). I dati ufficiali della stagione 2009 non sono ancora disponibili, ma l’Associazione Albergatori di Rimini per il comparto stimava una perdita del 10% rispetto ai mesi estivi dell’anno precedente. Rimarcando che quelli del turismo sono in gran parte impieghi stagionali, le difficoltà del settore sono non solo quantitative ma anche qualitative. Molti albergatori, infatti, per essere competitivi hanno lasciato invariati i prezzi ma hanno aumen-tato l’offerta; in pratica è come se avessero abbassato le tariffe.

Le cause della crisiLa crisi etica della finanza

Il sistema finanziario mondiale ha basato tutta la sua attività su una “avarizia insaziabile”, slegata da ogni principio etico. La logica che ha guidato la finanza in questi ultimi decenni è stata la voglia possessiva di avere ancora di più, e di volere sempre di più.“È proprio la cupidigia alla radice della crisi mondiale” ha affer-mato Papa Benedetto XVI.
“La crisi attuale ha dimensioni economiche, giuridiche e culturali. – ha aggiunto la Santa Sede- L’attività finanziaria non può ridursi a facili profitti, ma deve includere anche la promozione del bene comune fra quanti prestano, prendono in prestito e lavorano. L’assenza di un fondamento etico ha portato la crisi a tutti i Paesi, a basso, medio e alto reddito”.

La centralità del profitto

Negli ultimi anni si è andato affermando un atteggiamento culturale – che si è tradotto poi anche in scelte sul piano politico-sociale – per cui al centro dell’agire economico c’è la rendita e la speculazione a tutti i livelli. Al lavoro manuale e intellettuale – che fino a 30 anni fa produceva ricchezza –, si è così via via sostituita l’attività speculativa della grande finanza e non solo. Questo sistema coinvolge non solo gli Stati, le grandi industrie e i capitali ma anche le famiglie, nella logica che, per arricchirsi facilmente, non occorre lavorare, ma giocare in borsa, acquistando e rivendendo i titoli.

La concezione dell’impresa

“L’impresa – secondo il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (n. 338) – deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili… l’impresa svolge anche una funzione sociale, creando opportunità d’in-contro, di collaborazione, di valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte. L’obiettivo dell’impresa deve essere realizzato in termini e con criteri economici, ma non devono essere trascurati gli autentici valori che permettono lo sviluppo concreto della persona e della società”.In questi ultimi decenni, l’impresa è stata via via considerata una “merce”, che può essere comprata o venduta, ed è stata vista come proprietà di qualcuno; obiettivo del proprietario è di massimizzare gli utili (i dividendi o anche il prezzo di vendita); e questo nel breve termine, nemmeno più annuale, ma trimestrale. Di qui stipendi altissimi ai manager, perché cerchino di massimizzare il profitto in tempi brevissimi, senza nessuna attenzione ai dipendenti, alla salute, all’ambiente…

Le conseguenze

La famiglia

I dati sulla famiglia della maggior parte dei paesi europei mettono in evidenza che le relazioni si vanno assottigliando a causa della diminuzione dei matrimoni e dell’aumento delle convivenze, a causa dei divorzi e delle separazioni, per l’inverno demografico in atto, e per l’aumento degli aborti. Un numero sempre maggiore di donne – italiane e straniere – è costretto a chiedere un aiuto economico o addirittura a rinunciare alla gravidanza.
“Mettere su famiglia” risulta oggettivamente sempre più difficile. L’impoverimento e la precarizzazione dei rapporti di lavoro, ostaco-lano la formazione di nuove famiglie, il reddito, il lavoro, la casa, tutte componenti che contribuiscono alla realizzazione di nuove famiglie. Dai dati Istat di aprile 2009, risulta che oltre una famiglia su cin-que (5,3 milioni di famiglie, pari al 22%) è a rischio povertà e vive in ristrettezze economiche di vario genere: dall’impossibilità ad affrontare spese impreviste sino a non avere i soldi per comprare cibo e vestiti o pagare l’affitto e le bollette. Si rinuncia a effettuare visite mediche preventive, il dramma della “quarta settimana” sta condi-zionando negativamente la quotidianità di gran parte degli italiani. Anche la Caritas riminese registra le crescenti difficoltà delle famiglie: sono in aumento sia i fruitori della mensa che degli altri servizi, e ciò riguarda sia nuclei italiani che immigrati. Lo stress che vive chi si trova senza lavoro, con responsabilità nei confronti dei propri familiari, incide sui rapporti familiari.
Dopo 13 anni, infatti, i disoccupati sono cresciuti più degli occupati (nel 2008 gli occupati erano aumentati di 183 mila unità rispetto all’anno precedente, mentre i disoccupati erano saliti a 186 mila unità) e le condizioni del mercato del lavoro in Italia peggiorano a causa della crisi in atto.
La preoccupazione per il domani impedisce una cura quotidiana della coppia: ascolto, dialogo, perdono, accoglienza, e questo innanzitutto per la mancanza di tempi riservati alla coppia anche senza figli. È necessario recuperare il significato culturale della famiglia come nucleo affettivo fondante dell’individuo e della società, e non con-siderarlo come cellula accessoria: è necessario ritrovare una piena umanizzazione dell’ambiente e dello stile di vita e non sentire la famiglia come un intralcio alla produttività, ma anzi come un valore aggiunto che, apportando appagamento affettivo, reca in sé anche un miglioramento sociale e professionale. A riguardo si sottolinea la necessità di adeguate politiche familiari che mettano al centro la famiglia come soggetto sociale.

I giovani

La mancanza di lavoro è particolarmente grave per le giovani ge-nerazioni alle quali è affidato il compito di costruire il futuro e il bene comune. “La disoccupazione – ha affermato il cardinal Angelo Bagnasco – affligge tristemente il mondo dei giovani, specie in rapporto al loro futuro personale e sociale” al punto che “il progetto famiglia si allontana nei tempi, crescono i fenomeni della disgregazione» e «aumenta la tentazione della criminalità” tanto che “è la stessa società che si scompagina”.
Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana fotografa una situazione nella quale “ai giovani, precari, senza un contratto inde-terminato, viene precluso l’accesso all’acquisto di case, anche a mutui agevolati, gli affitti sono insostenibili, per cui sono in aumento le coppie di giovani che convivono. Si vive uno stato di precarietà, la rapidità dei cambiamenti spinge a considerare normale non la stabilità, ma la mutazione; non più il duraturo, il coerente, il costante; ma il provvisorio, il variabile, l’occasionale, la precarietà. Quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso”.

Le donne

Le donne si trovano alle prese con le difficoltà derivanti da bilanci familiari sempre più esigui, con salari ancora più ridotti rispetto a quelli degli uomini, con pensioni che le confinano, nel caso della reversibilità, ben oltre la soglia della povertà.
In particolare, se sono madri o in età fertile spesso è loro precluso l’accesso al lavoro, la logica della flessibilità lavorativa si traduce in molti casi nella logica della precarietà. Si ha la sensazione che esista un’incompatibilità tra l’attività lavorativa e la cura dei propri figli. In ogni caso, da tempo si sta vivendo un periodo di “culle vuote”, un calo di natalità avvertito anche nel nostro territorio.

L’immigrazione

Sta nascendo (fenomeno mai conosciuto prima nel riminese) un sentimento di paura e intolleranza verso gli “altri”, in particolare gli stranieri, la paura che i migranti occupino i posti di lavoro, e portino via il diritto alla casa, agli asili, ai residenti. La crisi presenta rischi molto seri anche ai cittadini che si sono integrati nel Paese. Il problema non potrà essere risolto in modo semplicistico e cioè con la perdita del lavoro e il conseguente rimpatrio. La crisi economica sta incidendo moltissimo sugli immigrati: la mancanza di certezze, la paura del futuro, la perdita del posto di lavoro, il permesso di soggiorno che non viene rinnovato… Molte persone straniere sono costrette a tornare al proprio paese d’origine oppure accettare soluzioni lavorative e abitative che in molti casi ledono la dignità umana. Il cardinal Bagnasco ha definito il lavoro come “parte speciale di quelle condizioni indispensabili che una società veramente umana deve garantire perché ognuno, singoli e gruppi, possa, non solo sopravvivere e vivere ma, ancora di più, realizzare se stesso secondo il disegno di Dio”. Se il lavoro è fondamentale per l’uomo e per la società civile, la sua mancanza porta facilmente il singolo alla rovina e la collettività allo sbando. Se l’uomo perde il lavoro, ha aggiunto, infatti, il porporato, “si sente toccato nell’intimo della sua dignità e delle sue innate aspirazioni ossia esprimere se stesso e sentire di par-tecipare alla vita della comunità”. “La mancanza di lavoro – ha proseguito – incide pesantemente anche sul tessuto familiare” al punto che “i rapporti non di rado si fanno più tesi” e la casa “anziché essere lo spazio dove si rientra volentieri diventa il luogo di nuovi proble-mi e tensioni”.

I valori messi in discussione dalla crisi

Il lavoro

“Quando l’uomo lavora, governa il mondo insieme a Dio” scrivevaSan Giovanni Crisostomo. Nel libro della Genesi, l’uomo è plasmatoa immagine e somiglianza di Dio e da questi riceve il compito di esserecustode della terra, coltivando e curando il giardino nel quale è statoposto. Il lavoro, dunque, nella concezione cristiana non è una faticapenosa e neppure solamente una forma di sopravvivenza o un’attività che svolge una funzione sociale, bensì in qualche misura è “costitutivo”dell’essere uomo. L’uomo e la donna – spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica – collaborano anche attraverso di esso nel portare a perfezionela creazione visibile.
All’interno di questa collaborazione e nell’ottica di un vero sviluppo, il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la personanella sua integrità, come ben sintetizzato dal Concilio Ecumenico Vaticano II: “L’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economicoe sociale”.
Recuperare la dimensione umana e sociale dell’attività economica e finanziaria è quanto mai urgente oltre che necessario. Tradizionalmente considerato uno strumento, o l’attività che separava l’uomo dal tempo libero, il lavoro in tempo di crisi è diventato “un bene” prezioso da cercare, difendere e custodire. Ma la centralità della persona, criterio ultimo di ogni attività lavorativa, scardina la logica che valuta l’importanza del lavoro solo in funzione del profitto.
La crisi economica interroga i cristiani, chiamati a testimoniare quotidianamente nei fatti che Cristo è Signore, il vincitore, e che il Vangeloè motivo adeguato per vivere dentro tutte le situazioni, anche le piùfaticose e avverse, come può esserlo la perdita dell’impiego. All’uomo non è sufficiente venire a contatto con valori, per quanto importanti e condivisi, ma ha la necessità di vedere con i propri occhi che è possibileun’umanità diversa, che è possibile vivere con senso e significato tuttele circostanze della vita. Ciò si traduce anche in valori vissuti in modo condiviso.
Il cristiano vive dunque il lavoro e il riposo come un dono di Dio, libero dall’ansia di produrre e dall’avidità di possedere, che accecano il cuore e portano a sfruttare i più deboli. Condivide volentieri i beni con gli altri; s’impegna perché la dignità ed i diritti della persona umana vengano posti a fondamento dell’ordine economico e perché sia rispettato l’ordine armoniosodella natura.
A tale proposito pare necessario soffermarsi su tre punti:
- Il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro», perciò anche le attività che consideriamo più umili hanno un peso importante per lasocietà.
- L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è chiamato nonsolo a lavorare ma anche a riposare, come Dio ha fatto nell’opera dellacreazione.
Perché il senso del lavoro sia continuamente rivelato e rinnovato, è
necessario che sia lasciato spazio alla contemplazione, all’amicizia, alla famiglia e al gioco.
- Guadagno e beni materiali sono legittimi e necessari per l’uomo ecostituiscono un “prolungamento della libertà umana” (GS), ma assumono la giusta connotazione e il corretto significato solo in una dimensione di comunione con Dio e con i fratelli. La proprietà dunque deve essere gestita in modo che possa tornare a vantaggio di tutti.

Solidarietà

Il momento di crisi è propriamente un momento in cui si è chiamati a scegliere. Scegliere è questione di libertà, e la libertà va educata. Daquesto punto di vista la crisi è un’opportunità, è una sfida alla quale ciascun individuo è invitato a partecipare come testimone di speranza nel cambiamento. Quando la singola persona o la singola famiglia si trova accomunata ad altre nello sforzo di superare una situazione di crisi, ciò porta a rafforzare nell’anima il sentimento di “bene comune”, inteso non come la somma dei beni individuali, ma come il loro prodotto: il“bene mio” che aumenta, moltiplica il “bene tuo”. Quasi una formula matematica applicata alla solidarietà, per riscoprire un valore che nei periodi di maggiore benessere tende ad offuscarsi.
In questa prospettiva occorre porre particolare attenzione alle fasce più deboli e a rischio di emarginazione (anziani, portatori di handicap, bambini, immigrati), nonché al problema della casa e del lavoro, necessari alla persona e alla famiglia, affinché vi sia un ambiente adatto che provveda ai servizi di base per la vita della famiglia e della comunità. Si auspica un nuovo modo di vivere l’ospitalità e l’accoglienza, chechiede rispetto dell’ospite e delle altre culture, educazione al dialogo eall’ascolto per un costruttivo superamento di ogni discriminazione. La solidarietà, pertanto, diviene impegno costante per la giustizia, la caritàe la condivisione. In quest’ottica la crisi può diventare anche un’opportunità per il cambiamento dello stile di vita. Se però vogliamo che questo venga scelto e non imposto, vi dovrà essere un’adeguata attività educativa al riguardo. La prima e più importante conversione si compie nel cuore dell’uomo. Nessun uomo può affermare di non essere responsabile della sorte del proprio fratello. Occorre perciò fare uno sforzo di reciproca comprensione e sensibilizzazione delle coscienze.

Dalla solidarietà alla sobrietà

Solidarietà e sobrietà possono diventare uno stile di vita, personalee collettivo, che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti, inun’ottica tesa non già unicamente al possedere e al consumare, bensì capace di reale solidarietà nei confronti degli altri, soprattutto dei poverie degli ultimi. “L’illusione che più si ha e più si è felici, va smascherata - ricordava a questo proposito il nostro Vescovo – Non è vero che più si consuma, più si è appagati. È vero il contrario: oltre una certa soglia, la sovrabbondanza di beni materiali crea ansia e infelicità”.
La sobrietà è un modo di organizzare la società affinché sia garantita a tutti la possibilità di soddisfare i propri bisogni fondamentali con il minor dispendio di risorse, nella consapevolezza che si esiste solo nella relazione con l’altro e che le scelte di pochi hanno conseguenze su tutti e tutto.
A livello personale, sobrietà significa ridurre i consumi, riciclare, condividere. Lo stile di vita sobrio interroga la comunità cristiana a discernere ciò che essenziale e ciò che è superfluo.
Tuttavia, la comunità cristiana deve fare leva su ciò che le è proprio: la testimonianza. I criteri della sobrietà e della sostenibilità acquistano peso e concretezza solo se tutti si impegnano nel costruire un’esistenza dignitosa ai più poveri e alle generazioni future.
È necessario che le comunità cristiane testimonino come attraverso il lavoro sia possibile annunciare il Signore. In esse inoltre, si trovi lospazio e il tempo per raccontare come nell’esperienza quotidiana, sia possibile vivere l’essere amministratori e non padroni dei talenti che il Signore ha donato all’uomo. Anche in questa crisi non mancano infatti esperienze positive, di imprenditori cristiani che hanno deciso di ridurre il loro stipendio pur di mantenere i posti di lavoro.
L’attività economica e il progresso materiale devono essere posti a servizio dell’uomo e delle società; se ad essi ci si dedica con la fede, conla speranza e la carità, anche l’economia e il progresso possono essere trasformati in luoghi di salvezza e di santificazione; e in questi ambitiè possibile dare espressione di un amore e di una solidarietà più che umana e contribuire alla crescita della società nuova.
Lavoro, solidarietà e sobrietà, non possono coesistere se non sostenuti da un agire etico personale e collettivo, ridando forza e significato atermini quali collaborazione, condivisione e sinergia, e più propriamente fraternità e comunione, a tutti i diversi livelli istituzionali. Va evitato quel meccanismo di chiusure reciproche, che accentua solitudini e incomprensioni, e lascia nell’abbandono i più bisognosi di aiuto.
Come ha sapientemente suggerito papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, è necessario che solidarietà e sussidiarietà sianorealmente praticate, e vadano sempre a braccetto perché una solidarietà senza sussidiarietà rischia di ridursi a mero assistenzialismo; viceversa, la sussidiarietà senza solidarietà non produce vero sviluppo.
In un orizzonte di vera crescita umana, il guadagno non può mai essere fine a se stesso. Nello spirito della Dottrina Sociale della Chiesa (n.338), l’imprenditore poi deve avere la capacità di servire il bene comunemediante la produzione di beni e servizi utili, in una logica di efficienzae di soddisfacimento degli interessi dei diversi soggetti implicati. Solo così è possibile creare ricchezza per l’intera società.

3. Alcune proposte

Di fronte all’attuale crisi economico-finanziaria, “i cristiani non possono né chiudere gli occhi né stare a guardare”, come ricordava il nostro Vescovo. La Diocesi di Rimini, oltre a una continua azione educativa, all’ascolto e al sostegno psicologico, si è fatta carico di tante risposte concrete, come la raccolta fondi che ha fruttato circa 40mila euro. Vanno poi aggiunte le numerose iniziative che molte parrocchie hanno realizzato in maniera autonoma, e l’attività di sostegno che da anni svolge l’associazione “Famiglie Insieme” della Caritas diocesana.
Per un ulteriore approfondimento, il Consiglio Pastorale Diocesano propone a parrocchie, associazioni ecclesiali e movimenti un percorso
suddiviso in tre tappe:
1. Discernimento
2. Solidarietà
3. Altre proposte

Discernimento:
• Incontri per capire cause (speculazione finanziaria, folle corsa a gua-dagni facili, egoismi, globalizzazione selvaggia, ecc.) conseguenze(aumento divario ricchi-poveri, aumento delle famiglie a rischio povertà, perdita del lavoro per persone over 50 difficilmente ricollocabili, ecc.) e prospettive della crisi (riscoperta dei valori cristiani: solidarietà, fra-ternità, condivisione, ecc.)
• Sul senso cristiano del lavoro (cooperare alla creazione seguendo il piano di Dio, mettere i propri talenti al servizio di tutti).
• Sulla Dottrina Sociale della Chiesa.
• Sull’immigrazione come segno e specchio dei tempi. Queste proposte possono essere sviluppate con la collaborazione dipersone qualificate ed esperti, uffici pastorali diocesani, documentidella Chiesa.

Solidarietà:

• Aprirsi alla conoscenza dei vicini di casa, di condominio, di lavoro. La conoscenza è il primo passo indispensabile per creare quei legami chepermettono alla comunità di crescere e svilupparsi.
• Sensibilizzare all’accoglienza degli immigrati, incontrarli, rendersi conto del perché sono arrivati in Italia.
• Sensibilizzare alla solidarietà personale, con la condivisione di risorse materiali, tempo, competenze professionali.
• Riscoprire il prestito (infruttifero), lo scambio, il baratto.
• Riscoprire e proporre stili di vita basati sulla sobrietà, sulla condivisione delle risorse, sull’apertura della famiglia all’accoglienza.
• Dare risposte ai bisogni in modo da offrire segni educativi che siano portati avanti dall’intera comunità.
• Istituire fondi di aiuto, collette, riduzione di rette a scuole materne e centri estivi, ecc.
Molto spesso chi è caduto nel bisogno non chiede, per vergogna o per frustrazione, e rischia di risultare invisibile.

Altre proposte:

• Riscoprire sacramenti e liturgia come un continuo e forte richiamo alla condivisione e all’essere popolo di Dio.
• Promuovere feste parrocchiali sobrie, solidali e rispettose del creato.
• Fare in modo che il bilancio parrocchiale sia segno e strumento di sobrietà e condivisione.
• Riscoprire la parrocchia come ambito educativo a stili di vita sobri, solidali e rispettosi del creato.L’attuale situazione economica è grave e complessa e giustamente preoccupa, ma la Chiesa invita ad affrontare con realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui chiama lo scenario di un mondo che necessita di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta divalori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi, dunque, ciobbliga a riprogettare il cammino dell’uomo; chiede alla società di darsinuove regole e di trovare nuove forme di impegno; domanda di puntaresulle esperienze positive, rigettando quelle negative. Assumendo questecoordinate, – assicura Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate– “la crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità”.
Una chiave di lettura che fa leva sulla fiducia e sulla speranza, piuttosto chesulla rassegnazione, come già aveva indicato il nostro Vescovo, invitando ad adottare la virtù dei tempi difficili: la speranza. “Senza la bombola d’ossigeno di questa virtù sempre più rara e preziosa, non ce la faremo mai ad uscire dalla crisi. Sì, nonostante tutto noi cristiani speriamo. E speriamo non perché le cose vadano bene, ma perché Dio ci vuole benee ci vuole felici, ci offre la reale possibilità di superare il male e di raggiungere il bene e quindi di uscire anche da questa crisi”
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