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Roberto Mercadini: l’integrazione? Un’odissea

integrazioneintervisteSantarcangelo

12 gennaio 2018, 07:15

in foto: foto di Andrea Pagliacci

Al centro della scena c’è Roberto Mercadini, un narratore pieno di carisma ed energia, un “poeta parlante” come ama definirsi. Lo spettacolo è un monologo (andato in scena lo scorso 28 dicembre e 4 gennaio al Teatro Il Lavatoio di Santarcangelo) ma il palco è idealmente abitato da numerosi personaggi e come un grande atlante ci fa viaggiare attraverso il mondo.

 

Odissee anonime – Monologo sull’integrazione porta in scena le storie vere di Senza Nome e Nessuno, raccontate da Roberto Mercadini. I due personaggi nascono dall’incontro con gli operatori e i giovani e gli adulti accolti nel progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) dell’Unione Valmarecchia. 19 posti tra Santarcangelo e Verucchio gestiti dalle cooperative sociali Il Millepiedi e Cento Fiori.

La prima parte dello spettacolo è dedicata al racconto di due viaggi. Quello di Senza Nome inizia in Afghanistan. Prosegue con modalità rocambolesche attraverso il Pakistan, la Turchia e la Grecia. Senza Nome a 8 anni già lavora 15 ore al giorno, poi fa il muratore e vive nelle case che sta costruendo, ma lavora anche come guida turistica a cavallo, dorme in fabbriche dismesse. Arriva infine in Italia, nascosto nel vano di un camion.

Nessuno ha una bella famiglia in Costa d’Avorio ma la guerra civile la distrugge dopo le elezioni del 2011 e il declino di Gbagbo. Nessuno è solo e decide di scappare in Mali, poi in Burkina Faso e in Niger. Lo illudono che in Libia possa trovare fortuna, ma incontra solo gli Asma boys, bande armate e criminali. Un giorno è obbligato da chi lo sfrutta a salire su un gommone. Non sa neppure dove è diretto…

 

 

Roberto Mercadini, come è stato per lei l’incontro con questo mondo?

È stato molto forte dal punto di vista umano ed emotivo. Sembrano storie di altri tempi o di romanzi picareschi, invece sono drammaticamente vere. Ho sempre pensato ai viaggi sui barconi attraverso il Mediterraneo come il momento più difficile, in realtà dietro ai percorsi migratori c’è molto altro e spesso attraversare il mare è solo l’ultima tappa dei viaggi epici e drammatici che questi ragazzi intraprendono. Sono Odissee anonime, che meritano però di essere conosciute e ascoltate, per capire.

 

Nella seconda parte dello spettacolo si concentra sull’arrivo dei due giovani in Italia. Lei parla di “effetto Circe”: di cosa si tratta?

Non è vero, come erroneamente pensiamo, che Circe nell’Odissea trasforma gli uomini in maiali: in realtà il suo potere è quello di mutare gli uomini a seconda della loro natura interiore, facendo emergere la bestialità che hanno dentro. La prima difficoltà con cui i migranti si devono confrontare in Italia sono le opinioni della gente su di loro: nel web l’effetto Circe sembra trasformare le persone a volte in leoni, oppure in avvoltoi, o anche in iene ridens. Io mi sento un po’come una cernia: con gli occhi spalancati mentre leggo la cattiveria e la spietatezza di cui siamo capaci. Nello spettacolo cerco di sfatare anche alcuni luoghi comuni: è davvero un’invasione? Vivono in alberghi a 5 stelle? Le nostre tasse servono per pagare la loro accoglienza? Ci portano via lavoro? O il classico: aiutiamoli a casa loro. Ovviamente la realtà è molto più complessa ed è importante informarsi per non cadere vittime di questi pregiudizi e inutili semplificazioni.

 

 

Cosa ha capito del sistema di accoglienza del nostro Paese?

Dopo lunghe chiacchierate con gli operatori dell’equipe Sprar, che hanno voluto insieme al Comune di Santarcangelo questo spettacolo, sono rimasto sbalordito. Ho impiegato tanto tempo per capire le complicazioni della legge italiana e come raccontarle al pubblico in maniera comprensibile. Al fenomeno Circe potremmo affiancare l’effetto Calipso: una persona che entra nel nostro paese molto difficilmente può uscirne e rischia di rimanere imprigionata in un limbo di incertezza. Ci sono poi i Cpr (ex Cie), Centri permanenti per il rimpatrio, che già nel loro nome sembrano contenere una contraddizione. O i Cara, Centri di accoglienza per richiedenti asilo, dove le persone dovrebbero rimanere per breve tempo e che si trasformano invece in centri di attesa più che di accoglienza…

 

Pensa che sia importante il ruolo del teatro per entrare in dialogo con le persone, soprattutto con chi non è addetto ai lavori?

Proprio perché la realtà del sistema di accoglienza è così complessa, è fondamentale che persone che svolgono un lavoro di comunicazione e narrazione si occupino di rendere comprensibile a tutti ciò che invece è specifico di un’altra professione. Io credo che il teatro abbia una dimensione sociale e la capacità di unire le persone in modo da formare una società più coesa. Penso davvero che il teatro sia la strada giusta per comunicare a tanti e rafforzare il senso di comunità.

 

Le storie di Senza Nome e Nessuno hanno un lieto fine?

La storia di Senza Nome finisce con un lavoro in una pizzeria, dove trova persone capaci di volergli bene e offrirgli un’opportunità. La storia di Nessuno invece ha un epilogo incerto: Nessuno ha lasciato il sistema e gli operatori non sanno dove ora si trovi. Può sembrare controproducente portare in scena anche una storia dal finale aperto, ma con questo spettacolo non volevo raccontare delle favole. Volevo piuttosto gettare semi di speranza. Mi piacerebbe semplicemente aiutare, con il mio lavoro, a rendere il mondo un luogo più umano e ospitale.

Silvia Sanchini

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