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Stupri. Procura chiede carcere per i minori. 20enne nega ancora

CronacaRimini

4 settembre 2017, 14:57

Stupri. Procura chiede carcere per i minori. 20enne nega ancora

in foto: Giovagnoli e Celli (Adriapress)

La Procura per i minorenni di Bologna, guidata dal procuratore Silvia Marzocchi, chiederà la custodia cautelare in carcere per i tre minori accusati del doppio stupro di Miramare. Lo riferisce l’Ansa. Le udienze di convalida dei fermi emessi nei confronti dei due fratelli marocchini di 15 e 17 anni e del nigeriano di 16, ora trattenuti nel centro di prima accoglienza, sono fissate per domani davanti al Gip del tribunale per i minori di via del Pratello.

A Rimini invece il 20enne congolese Guerlin Butungu, rifugiato residente a Vallefoglia nel pesares earrestato domenica mattina, oggi in tribunale ha di nuovo negato di avere partecipato alle due violenze. “Non c’ero. Ero andato a delle feste in spiaggia, ho bevuto e mi sono addormentato. . Una versione però che non trova riscontro nelle immagini della vidoesorveglianza che ritraggono i quattro insieme. E tutti i membri del branco si sono riconosciuti nelle immagini delle telecamere che li riprendono tra i due stupri. Anche per lui l’udienza di convalida si terrà domani.  Nella sua borsa sono stati trovati un telefonino rapinato poco prima a degli italiani e il telefono del polacco compagno della ragazza violentata:“Quando mi sono svegliato ho incontrato dei ragazzi che mi hanno offerto di acquistare un orologio e un telefonino probabilmente rubati e li ho acquistati in buona fede”. I tre minorenni a loro volta affermano di essere responsabili solo del pestaggio ai danni del compagno della 26enne polacca stuprata ma non della violenze su di lei e sulla transessuale peruviana che rigettano invece sul congolese.

Per i quattro le accuse formalizzate dalla Procura di Rimini sono rapina aggravata, violenza sessuale di gruppo, lesioni aggravate. Le pene teoricamente potrebbero superare i 20 anni, hanno spiegato i procuratori capi Paolo Giovagnoli è il sostituto Stefano Celli. Il reato più grave è la rapina aggravata.

Intanto arriva la notizia dell’intenzione della Polonia di chiedere l’estradizione dall’Italia dei quattro. Il viceministro alla Giustizia polacco Patryk Jaki in un’intervista a TV24 spiega che la cattura del branco è anche un successo del governo polacco e della pressione esercitata durante le indagini. Ha anche precisato che l’auspicio della pena di morte espresso all’indomani della vicenda era un suo pensiero privato, consapevole che la Polonia aderisce all’Unione Europea.

Intanto in un post sulla pagina Facebook Agente Lisa   la Polizia ripercorre, anche con l’ausilio di un video, gli otto giorni di indagini serrate per catturare i quattro. 

Dietro le ultime concitate ore – si legge nel post sulla pagina Agente Lisa – che hanno portato alla cattura del branco ci sono stati giorni di incessanti indagini, un lavoro di squadra di poliziotti, alcuni venuti da Roma da quel Servizio centrale operativo di cui vi ho parlato spesso, che coordina l’attività delle Squadre mobili delle Questure d’Italia sui gravi fatti di criminalità, altri da Rimini, da Ancona e da Pesaro. Un lavoro dietro le quinte, un vero lavoro di squadra, in cui ogni poliziotto ha messo in campo le proprie qualità investigative e le professionalità tecniche. Un’attività fatta di tanti piccoli tasselli, dal biologo che ha analizzato i reperti della Scientifica per estrarne il DNA, all’ingegnere che ha ricostruito gli spostamenti del branco per le vie cittadine, come vedete nel video. Tutti elementi che sono andati ad incastrarsi per ricostruire il quadro generale. Le testimonianze delle vittime, poi, strazianti ma preziose per chi le ha ascoltate e messe a verbale, hanno fornito elementi indispensabili. Pensate solo all’identikit di uno degli stupratori che vedete nel video e alla sua somiglianza con il soggetto reale, all’abilità della poliziotta, disegnatore anatomico per l’esattezza, che ha segnato sulla carta quei tratti così precisi forniti dalla vittima. Infine l’analisi delle celle telefoniche a cui si sono agganciati i cellulari dei quattro e che hanno reso il cerchio sempre più stretto intorno a loro. I primi due che crollano e si costituiscono, gli altri due che vengono catturati, uno a Pesaro mentre tentava di nascondersi e l’altro mentre cercava di fuggire all’estero in treno. Di quest’ultimo tutti abbiamo visto la foto mentre viene “scortato” da 3 donne, in quella che è diventata un’immagine simbolo del branco ormai disperso, smembrato. Sembra aver perso quella ferocia inaudita, quell’odio che ha guidato le sue azioni ma che rimarrà per sempre impresso nelle vittime e che è stato percepito anche da chi ha raccolto le loro denunce e i loro orrendi ricordi per la ricostruzione dei fatti.

Redazione Newsrimini

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