20 September 2017

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Final Eight & amarcord

Gianluca AngeliniRimini

16 febbraio 2017, 07:57

Final eight & amarcord

in foto: dal canale youtube "Basket Club Pantera Blu"

Nel fine settimana Rimini sarà lì ombelico del mondo baskettaro italiano. Per una manciata di giorni le ‘Final Eight’ di Coppa Italia la riporteranno sul palcoscenico nazionale. Quello più luccicante.
C’è stato un tempo – nemmeno troppo lontano – in cui anche l’Arco d’Augusto se ne stava bel bello sulla mappa dei canestri che contano. Senza sfigurare. Anzi. E ‘scatta’, inevitabile, l’Amarcord.
Il giocatore con la ‘nostra’ canotta aveva appena segnato, appoggiando la palla al tabellone. Mi giro verso mio babbo, esultando: ‘Evvai, 2-0. Ora tutti in difesa a proteggere il risultato’. Il mio debutto, sulle tribune del ‘Flaminio’, andò più o meno così. Lo ammetto, si poteva fare di meglio. Ma provateci voi, dopo anni di cultura calcistica a base di ‘catenaccio e contropiede’, a comprendere – lì su due piedi – quella ‘poesia in movimento’ che è il basket. Provateci, dopo domeniche sui gradoni dello stadio seduto al fianco di un tifoso in papalina a scacchi bianchi e rossi, indiavolato, che gridava all’arbitro ‘bagherone nero’, anche quando fischiava rigore per noi.
Quel debutto un po’ così, in una partita dell’allora Sarila, mi spalancò dinnanzi un mondo nuovo. Fantastico. Fatto di canestri, ‘spicchie’ arancioni, terzi tempi, schiaccioni, stoppate, ganci-cielo. Uno spettacolo. Da vivere, di qua dell’Oceano, la domenica, quando il babbo aveva voglia di portarti al palazzo; durante la settimana, con le prime telecronache delle partite del Basket Rimini e l’appuntamento irrinunciabile in edicola con il Superbasket del Jordan (Aldo Giordani) e i commenti dell’Eternauta (e grande coach), ‘Dido’ Guerrieri. Da vivere, se cosi si può dire, pure dall’altra parte dell’Oceano con le poche partite dell’Nba passate in Tivvù, commentate da coach Dan Peterson, che ti facevano sembrare lo ‘Spectrum’ di Philadelphia, il ‘Boston Garden’ o il ‘Forum-di-Inglewood-California’, familiari come il campetto della parrocchia e Larry Bird e Magic, Kareem o Doctor J e Moses Malone, quasi compagni quando andavi a ‘fare due tiri’ al campo vicino a casa (cioè il campetto della parrocchia) immaginandoti star delle Finals a mettere il canestro decisivo e ‘mamma butta la pasta’.
Decenni gloriosi, quelli degli Anni Settanta, Ottanta e, perché no, Novanta, in una Rimini che mangiava pane-e-basket. Quasi una Basket City in tono minore (ché quella Bologna là della Virtus e della Fortitudo a battagliare su tutto è inarrivabile), stretta nel suo palazzetto a scoprire il Basket che conta. Il Basket d’elite. L’A2 e poi l’A1, trascinata di forza da quella Marr – alla metà dei ‘favolosi Eighties’ – così bella da diventare, nei cori dei tifosi, persino Superstar.
E a quella squadra – fatta salva la partita dell’allora Sarila dopo i novanta minuti calcistici a suon di ‘bagherone nero’ – si riallaccia il ‘vero’, il ‘consapevole’ debutto, sui legni del ‘Flaminio’. Quella sera di febbraio del 1984, i biancorossi di Topone Pasini lanciati verso l’A1, incrociavano, i biancorossi dell’Italcable Perugia. Guidati in panca da Jim McGregor, profeta americano del ‘run&gun’, il corri-e-tira, sinonimo di spettacolo e punteggi alti. Quella sera – poi vittoriosa per 102 a 93 – il palazzo, stracolmo, con le nuvolette di fumo delle sigarette a salire nel pre-partita e all’intervallo, pareva, ai miei occhi di dodicenne infatuato dei Celtics, un ‘Boston Garden’ in miniatura e i ragazzi in campo una replica dei verdi: Benatti il nostro Dennis Johnson, Cecchini come Danny Ainge, ‘Ernestone’ Wansley la versione riminese del ‘Chief’, Robert Parish. E poi Ottaviani, un piccolo Larry Bird (lo so, questo è davvero troppo) e ‘Gig’ Sims una specie di Kevin McHale (lo so, questo è davvero troppissimo).
Quella sera mi innamorai, definitivamente, dello ‘sport più bello del mondo’ e del Basket Rimini. Da lì in poi – almeno fino al 2002 quando me ne andai, per un po’ negli States – la domenica è stata il giorno della palla a spicchi (da tifoso o raccontando le gesta dei giocatori in campo), dei canestri, dei campioni passati per l’Italia e questo lembo di Romagna.
Il giorno atteso tutta la settimana – trascorsa, per altro, a parlare di pallacanestro o a giocarla -: quello in cui a palazzo proprio non si poteva mancare. Prima con il babbo seduto al fianco. Poi con gli amici, sulla direttrice Riccione-Rimini-Riccione, da fare sull’autobus 11 o sulla tua macchinina da neo 18enne e oltre. Il ‘giorno dei giorni’.
E tanti ce ne sono stati di ‘giorno dei giorni’. Entusiasmanti. E pure deprimenti. Tanti davvero. Chè come fai a condensare tutto quello che è passato come un film sul parquet biancorosso. Le ‘gragnuole’ di punti di gente come Bob Morse – nei testa a testa con le Riunite di Reggio Emilia -, Oscar e Drazen Dalipagic, Bob McAdoo, George Gervin (ma che gente sbarcava da ‘ste parti?) immarcabili e gustosissimi da battere. I derby con Forlì, tra Villa Romiti-Flaminio-Palafiera, compreso quello ‘sanguinoso’ nei play-off per la A1 con il tiro da tre in ginocchio di Niccolai.
Le vittorie casalinghe con la Scavolini di Zam Frederick e Silvester, quelle con la Virtus e la Fortitudo ma anche le asfaltate da parte della Vu Nera di Ginobili-Danilovic-Rigaudeau (oh, avevano Ginobili-Danilovic-Rigaudeau, per tacer degli altri), il tiro ‘piatto’ di Reggie Johnson e i blocchi di Wansley, gli ‘stopponi’ dell’ispettore Derrick e l’indolenza fino a metà partita di Wilye in una stagione, quella della Koncret, iniziata col palazzo semivuoto e le curve ‘tirate su’ e finita in A1 con il coro ‘Germano ee Scarone oo’ a rimbombare dall’Adriatico a Montecatini.
Squarci di una ‘storia’ lunga lunga. Esaltante con la prima Marr, quella di Cecchini e Ottaviani, Dal Seno, Ferro (poi epico contro la Dentigomma Rieti a salvare l’A2 con un carpiato rovesciato a ballare sul ferro prima di baciare la retina) e Benatti e il Topone in panca. E pure con la seconda Marr, ancora col Topone a ‘predicare’ e i ragazzetti Myers-Ferroni-Ruggeri-Semprini, prima a tirarci fuori dalla B (in cui eravamo precipitati dopo lo spareggio di Treviso: se penso a quel giorno ancora piango come durante tutto il viaggio di ritorno dalla Marca) e poi a portarci in A1 con la gentile collaborazione di Valentine – per un pochetto pure di Frank Johnson – e Israel.
Una storia brillante con Piero Bucchi sul pino a farci esordire in Coppa Korac in maglia Pepsi – Tomidy e Tusek a divertirsi sotto e Granger dalle movenze feline a ballare sull’arco -, le triple doppie di Joey Beard, le treccine di Buford, gli 87 imbucati da Myers in una notte magica, da pochi intimi contro Udine.
Il volto scavato di McMillen, signore d’altri tempi, a salvare la Biklim con Mark Smith e il tiro sbilenco di Goode e quello implacabile di Jeff Lamp, nella più disgraziata delle stagioni con il verde dell’Hamby sulle maglie e in campo un’armata brancaleone di buoni giocatori incapaci di farsi squadra. L’incredulità per l’annunciata fusione con Forlì, la felicità per la scampata fusione con Forlì.
I momenti tristi. La retrocessione in B contro Cremona, le triple di Burtt che cancellano, contro Venezia, una promozione in A1 più che certa a metà partita, il canestro da metà campo di Avenia a rinchiuderci ancora una volta al piano di sotto, quello meno nobile. E poi in Legadue, per anni, nella cattedrale del 105 Stadium, fino alle cicatrici della ‘comica’ Riviera Solare e all’ultima recita, con in panca l’Artiglio, prima del nuovo ‘oblio’ della B.
Tappe di una storia bella. Bellissima. Impareggiabile.
Di basket, nel tempo, ne avrei poi visto tanto. A scrivere di finali scudetto e coppe, di Olimpia e Mens Sana. Del ritorno sul parquet di Dan Peterson. Di Nba, tra il draft di Lebron e l’ultimo MJ. La dinastia degli Spurs e la ‘March Madness’. Avrei guardato, dalle tribune del Madison Square Garden, i Knicks di Stephon Marbury e tutti quelli che venivano a sfidarli – vincendo quasi sempre – o, appoggiato a una rete, i ‘ballers’ dei playground newyorchesi a regalare magie al ‘The Cage’ o al ‘Rucker Park’.
Ma niente ha mai eguagliato i tiri al campo dietro casa (cioè il campetto della parrocchia) o il ‘Flaminio’ stracolmo di Marr-Italcable. Il ‘mio’ Boston Garden’.

dal blog Pendolarità

Gianluca Angelini

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