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Per restare sul mercato la piccola industria deve rinnovarsi

EconomiaProvincia

21 giugno 2007, 19:00

in foto: Le piccole imprese industriali che hanno collaborato alla ricostruzione e alla crescita della Rimini del dopoguerra devono rivedere la loro identità altrimenti rischiano di non essere più competitive.

E’ quanto emerge dal rapporto economico sulla piccola industria in provincia elaborato da Inmetrica per Cna e presentato oggi nell’ambito della convention annuale di Cna piccola industria che si è tenuta a San Giovanni in Marignano.
Aziende a conduzione familiare, con la forza della famiglia ma con poca propensione al rinnovamento. E’ la fotografia delle piccole industrie riminesi emersa dalle interviste rivolte a 78 imprenditori locali. Solo ¼ delle aziende sono società di capitale, il restante sono società di persone con soci imparentati tra loro e con il carico di lavoro che pesa soprattutto sui membri della famiglia. Il numero di lavoratori è infatti in media minore alle società di capitale, 13 contro 18. Si tratta di imprese con un forte radicamento sul territorio. In media sono attive da 22 anni, con punte di oltre 50 anni di vita. Emerge però un grosso freno nel rinnovarsi. Il 90% degli intervistati ammette notevoli difficoltà ad inserire tecnologie avanzate. Nove imprese su dieci segnalano anche difficoltà a trovare personale qualificato, e ad accedere al credito bancario. Elementi che segnalano poca dinamicità, con il rischio di progressiva asfissia. Una lettura che si consolida guardando anche i mercati in cui le aziende si posizionano. La maggior parte vende solo in provincia, solo il 17% nelle restanti provincie della Regione e il 25% sul mercato nazionale. Sono mosche bianche le aziende che affrontano i mercati europei. Rimini presenta il minor tasso in Italia di richieste di finanziamenti comunitari disponibili per accedere a nuovi mercati. Positiva da parte dei piccoli industriali riminesi la valutazione delle infrastrutture. Chi si lamenta, il 10%, punta il dito contro la congestione viaria. Una azienda su tre valuta negativamente le amministrazioni pubbliche, accusate di non sapere rispondere alle reali necessità dell’azienda, con un aggravio dei costi.
Tra i relatori all’incontro di oggi l’economista Fiorella Kostoris Padoa-Schioppa che ha posto l’attenzione su luci e ombre del settore. “La piccola industria – ha dichiarato la Kostoris – come tutta l’industria benficia della nuova finanziaria, ma ci sono anche diverse ombre

Di seguito la ricerca elaborata da CNA

“Il successo di un’impresa, successo inteso non solamente come creazione di ricchezza e benessere per chi vi lavora, per fornitori e clienti, ma anche come opportunità di crescita e di sviluppo delle potenzialità della persona, è il risultato di un amalgama di elementi che si influenzano a vicenda. Se l’amalgama è equilibrato, l’impresa cresce e con essa tutti coloro che vi sono in contatto. Ma se vi sono squilibri, se alcuni elementi non portano il loro contributo nella maniera dovuta, l’impresa avrà difficoltà, le sue potenzialità ne risulteranno tarpate, ed invece di creare ricchezza ed opportunità l’attività produttiva inciamperà quasi ad ogni passo, barcollando da una crisi all’altra e cercando di sostenersi come può, con trovate spicciole che se possono sembrare di aiuto nel breve periodo vanno però a danneggiarne la capacità di sviluppo a lungo andare.
E’ proprio per monitorare l’amalgama di elementi che è il fare impresa a Rimini oggi, che CNA Piccola Industria si è preoccupata di commissionare la ricerca di cui diamo i risultati in questo documento.
Il lavoro è stato reso possibile dall’aiuto da troppe persone perché si possano ringraziare tutte individualmente. A parte i dirigenti delle imprese che hanno accettato di sacrificare una parte del loro limitatissimo tempo per rispondere al questionario, ed a cui va un ringraziamento particolare, vogliamo tuttavia menzionare Giuseppe Serra, che ha condotto le interviste e le ha codificate, e Peter Keim, che si è prestato a valutare il questionario prima che esso venisse finalizzato permettendoci così di metterlo a punto. Adriano Allegretti, Claudia Masini e Lara Soldati della CNA ci hanno sostenuto prima di tutto con il loro buonumore e poi con il loro prezioso appoggio in mille modi. A loro tutti va la nostra gratitudine.

1. L’azienda e le sue necessità: uno schema di analisi.
Le informazioni riportate più sotto sono state raccolte in 78 interviste faccia-a-faccia con dirigenti di piccole imprese (PI) nella provincia di Rimini tra il dicembre 2006 e l’aprile 2007. Le aziende intervistate costituiscono il 20% del totale delle PI in provincia (390) a fine 2006.

2. La natura della piccola azienda riminese.
E’ opportuno iniziare con una serie di constatazioni su cui ritorneremo spesso. Le PI riminesi sono
a.per ¾ società di persone1;
b.costruite attorno a nuclei familiari: in media quasi 3 soci su 4 sono parenti, e solo un’azienda su 5 è costituita da persone senza rapporti di parentela;
c.al 99% sono gestite dai fondatori o dai loro eredi diretti;
d.attive in media da poco oltre i 22 anni, ma questo nasconde fortissime variazioni, dai 53 anni nel settore Cuoio ai 3 nel settore Metallurgia;
e.chiaramente differenziate tra società di persone e società di capitale. Queste ultime sono in media più giovani rispetto alle prime (16 invece di oltre 25 anni), più grandi (18 addetti in media invece di 13), e soprattutto meno legate a rapporti di parentela. Meno del 60% dei soci delle società di capitali sono infatti imparentati, contro oltre l’80% per le società di persone, ed il 37% delle società di capitali non sono basate su alcun rapporto di parentela, contro meno del 16% per le altre.

Queste statistiche possono sembrare del tutto normali: cosa infatti potrebbe essere più naturale che associarsi ai propri parenti per intraprendere un’attività produttiva? Eppure in un contesto internazionale queste percentuali sono del tutto anormali. Più di due aziende italiane su tre sono a conduzione familiare, contro meno di una su tre in Germania ed in Francia (dati OCSE). Si potrebbe obbiettare che ciò non è di per sé un segnale di debolezza o svantaggio: queste sono le aziende che hanno trasformato l’Italia agricola e povera del 1950 in un paese ricco e prospero. Che però questa struttura produttiva abbia ora incontrato forti difficoltà non ci pare si possa dubitare, ed è solo guardando in faccia alla realtà che si potrà capire come costruire su quanto è stato fatto. Altrimenti lo sforzo storico accumulato da quelle migliaia di piccoli imprenditori a cui dobbiamo il nostro benessere di oggi non beneficerà il paese oltre le prossime generazioni.

Analizziamo ora altre caratteristiche che emergono dal campione. In primo luogo, le società di capitale non solo sono più giovani e più grandi, tendono anche ad avere un numero maggiore di addetti per ciascun individuo in un ruolo dirigenziale. Questa differenza è particolarmente legata al numero di società di capitale nel settore Meccanica, dove è anche particolarmente alto il rapporto addetti/dirigenti. E’ anche interessante che il numero di addetti sia più basso nelle aziende in cui la proporzione dei soci tra loro imparentati è più alta. Insomma, aziende dove molti soci sono parenti sono anche aziende che hanno meno dipendenti, un chiaro segnale di quel “superlavoro” familiare di cui si diceva. Inoltre, le aziende con più soci tendono ad avere più dipendenti ma in modo più che proporzionale, il che può indicare che le aziende più grandi, cioè più capitalizzate, creano proporzionatamente più posti di lavoro.
Per quanto, sottolineiamo, le differenze non siano fortissime, pure non sembra errato asserire che la realtà delle PI riminesi ha da una parte aziende piccole, profondamente legate ad una famiglia in particolare, con pochi addetti e rapporti molto personalistici tra gestione e lavoro, mentre dall’altra si trovano aziende più grandi e meno legate a rapporti fra persone specifiche. Questa dicotomia, che non va esagerata ma neanche ignorata, ritornerà in tutte le classificazioni.

3. Azienda e tecnologia.
In sintesi, le aziende intervistate ci hanno rivelato due considerazioni fondamentali riguardo alla tecnologia. La prima è che quasi tutte utilizzano tecniche almeno uguali, se non migliori, delle altre aziende del loro stesso settore. Vale la pena di notare come la dicotomia tra società di persone e società di capitali si riproponga in maniera molto chiara anche in questo rispetto: oltre il 40% di queste ultime infatti qualificano la loro tecnologia come più avanzata della media del settore, mentre solo il 27% delle società di persone danno la stessa risposta.
La seconda considerazione che è emersa dal questionario è che un po’ meno del 90% delle aziende dichiarano di aver sperimentato difficoltà nell’introdurre nuove tecnologie, difficoltà che sembrano essere più frequenti tra le società di persone (oltre il 90%) che tra le società di capitale (un po’ oltre l’80%). Molto raramente, meno del 9%, le imprese dichiaravano di aver avuto problemi di ordine puramente tecnico, cioè derivanti dall’integrazione di nuove metodi con i sistemi già presenti in azienda. Grosso modo la metà delle imprese ha invece avuto difficoltà nel gestire la reazione del personale in termini dell’addestramento necessario, delle abitudini a procedimenti noti che andavano riviste ed adattate a nuove esigenze, in qualche caso addirittura resistenza passiva e spesso la pura difficoltà di prevedere l’impatto che la novità avrebbe avuto su tutta la sistemazione organizzativa e produttiva dell’azienda.
Circa il 43% delle aziende ha invece avuto un altro ordine di problemi nell’introdurre nuove tecniche, quelli legati al finanziamento del costo delle apparecchiature. Le società di capitali hanno al 50% la difficoltà del finanziamento e meno del 40% problemi invece legati al personale. Per le società di persone le proporzioni sono del tutto ribaltate: oltre il 50% hanno incontrato ostacoli relativi al personale e meno del 40% problemi derivanti dal finanziamento.

4. Azienda e Credito.
Abbiamo scelto di analizzare il rapporto delle piccole e medie imprese col sistema creditizio in tre fasi, corrispondenti ai diversi momenti di gestione aziendale: il finanziamento iniziale, la ricapitalizzazione, la gestione del credito d’esercizio. Contestualmente, analizziamo anche l’opinione complessiva degli imprenditori interpellati sulla qualità e sul costo dei servizi offerti dal sistema bancario.
Per le aziende del campione, la maggior parte del finanziamento iniziale proviene dalla fonte familiare. Nel caso dell’avviamento di un’attività imprenditoriale, comunque, il peso eccessivo della fonte familiare è il risultato speculare delle difficoltà che si ottengono a ottenere un finanziamento dal sistema creditizio; meno di un’azienda su cinque, infatti, ha iniziato la propria attività grazie ad un intervento di questo tipo. In Italia insomma sembra quasi impossibile aprire un’impresa se alle spalle non si ha una famiglia disposta a fornire le risorse iniziali.

Ci sono però delle differenze. Mentre le società di capitale per la grande maggioranza dichiarano di aver utilizzato la famiglia come fonte di finanziamento iniziale (più del 70%) e solo il 7% dichiara di aver usufruito di prestito bancario, fra le società di persone meno della metà (il 45%) si è appoggiato sui risparmi familiari, mentre la percentuale di coloro che hanno beneficiato di un intervento del sistema creditizio sale al 23,5%. Le società di persone (o che almeno nascono come tali) dimostrano quindi di aver avuto maggior successo nell’ottenimento del finanziamento iniziale. Questo è un dato che merita attenzione, perché ricompare in forme diverse anche nel proseguimento del nostro viaggio lungo le fasi di vita dell’azienda: le società di persone, anche in merito a rifinanziamenti e ricapitalizzazioni, sembrano godere di maggior fiducia da parte delle banche.
Sulle ricapitalizzazioni, cambia la dicotomia: se nella fase dell’avviamento la scelta (obbligata o meno) era tra famiglia e banca, ora la decisione è se effettuare la ricapitalizzazione usufruendo di un finanziamento bancario (se concesso) o utilizzando invece l’utile aziendale. Nessuna impresa nel campione ha invece dichiarato di utilizzare la fonte familiare: un segno evidente della capacità dell’azienda riminese di “recidere il cordone ombelicale” anche se, suo malgrado, è unicamente grazie a quello che è venuta al mondo.
La maggior parte delle piccole e medie imprese della Provincia di Rimini adopera il finanziamento bancario (il 73% del campione interpellato). Solo il 7,7% dichiara di aver utilizzato solo l’utile in questo senso. Gran parte delle società che finanziano le proprie ricapitalizzazioni tramite utile sono società di capitale. Infatti, quasi il 15% di esse fa questa scelta, contro meno del 4% relativo alle società di persone.
Da i dati risulta che il sistema creditizio, nella provincia di Rimini, tende a favorire due tipologie di imprese: quelle più grandi (= col maggior numero di addetti) e quelle più consolidate (= con più anni di esercizio dalla loro fondazione). In particolare:
– a parità di tutte le altre condizioni, un anno in meno di “anzianità” comporta la diminuzione della probabilità di ottenere un finanziamento per la ricapitalizzazione dell’ordine del 2-3%.
– a parità di tutte le altre condizioni, un addetto in meno (segnale della minor dimensione d’azienda) comporta la diminuzione di ottenere un finanziamento per la ricapitalizzazione dell’ordine del 5%.

Proseguendo lungo questa linea di indagine, abbiamo anche analizzato più approfonditamente la scelta del finanziamento tramite prestito bancario (se concesso) o tramite utile. L’analisi econometrica ci consegna questi risultati:
– a parità di tutte le altre condizioni, ogni anno di attività in meno di un’impresa diminuisce la probabilità di finanziare le proprie ricapitalizzazioni tramite prestito bancario dell’ordine del 3%.
– parità di tutte le altre condizioni, ogni addetto in meno diminuisce la probabilità di finanziare le proprie ricapitalizzazione tramite prestito bancario dell’ordine del 4,2%.
Ne deriva che le aziende piccole e giovani sono maggiormente portate (o “costrette”) a finanziare le proprie ricapitalizzazioni tramite l’utile aziendale; considerato che nei primi anni di attività l’utile è normalmente piuttosto compresso (considerati diversi fattori, quali la scarsa penetrazione nel mercato, e un conseguente volume di vendite ancora non sufficiente a produrre margini significativi), si comprende come questo possa essere probabilmente considerato un fattore frenante per quanto riguarda la crescita dimensionale dell’impresa.

L’ultimo aspetto che ci rimane da analizzare, in relazione al rapporto banca-impresa nelle sue fasi del ciclo di vita, è quello relativo al finanziamento del credito di esercizio, per la gestione dell’attività corrente e ordinaria dell’azienda.
Il 43,6% delle piccole e medie imprese del territorio di Rimini ricorre al finanziamento bancario come fonte primaria del credito di esercizio, ed esattamente la stessa percentuale del campione fa uso, invece, dell’utile. La rimanente percentuale, che adopera entrambe le fonti, lo fa a sua volta in percentuali non troppo dissimili (ricorrendo per il 60% alla banca, e per il 40% all’utile), a ulteriore testimonianza della quasi esatta divisione a metà del campione.
Secondo l’indagine articolata per tipologia giuridica, i risultati ci dicono che mentre la metà delle società di persone hanno l’opportunità di ricorrere esclusivamente al sistema bancario per finanziare il proprio credito di esercizio, solo un terzo delle società di capitale fanno altrettanto, essendo costrette (o preferendo) ricorrere all’utile come fonte primaria.

Passiamo ai giudizi che gli imprenditori hanno dato in merito a qualità e costi dei servizi finanziari. In media su dieci aziende, sette giudicano i servizi offerti dal sistema bancario come “adeguati”, una “ottimi” e due “scarsi”. Anche osservando il campione per tipologia giuridica, il risultato non cambia: sia nel caso delle società di persone che in quello delle società di capitale, il 70% del campione giudica i servizi finanziari “adeguati”; addirittura, sono di più le società di capitale che li giudicano “ottimi” (il 22,2% contro il 17,6% delle società di persone). L’opinione generale sulla qualità del servizio è quindi complessivamente molto buona, persino superiore nelle società di capitale, nonostante abbiamo visto essere proprie queste ultime le più penalizzate nel rapporto col sistema bancario.
Sui costi di tale servizio, il giudizio si divide abbastanza equamente tra coloro che giudicano i costi “alti” (il 46,2%) e coloro (la maggioranza assoluta) che li giudica “ragionevoli” (51,3%). La rimanente, piccolissima (2,3%) percentuale li ritiene “bassi”. L’analisi del campione per tipologia giuridica precisa che: per quanto riguarda le società di persone, due terzi di esse ritengono i costi “ragionevoli” o addirittura “bassi”, mentre il rimanente terzo li giudica “alti”. Questa percentuale è esattamente invertita nel caso delle società di capitale: due terzi di esse giudica troppo alti i costi per accedere ai servizi creditizi, e un terzo li giudica invece del tutto ragionevoli.

Ci sono due ultimi aspetti che ci interessava discutere in questa sezione. Uno è rappresentato dal grado di utilizzo di specialisti in consulenza aziendale, e l’altro la conoscenza (innanzitutto) delle opportunità di finanziamento provenienti dall’Unione Europea e (successivamente) il loro eventuale utilizzo.
Per quanto riguarda il primo punto, i risultati in merito a questo punto sono i seguenti:
– quanto più un’azienda è piccola (in termini di numero addetti), tanto meno fa ricorso a specialisti di consulenza aziendale. In particolare, per ogni addetto in meno, la probabilità diminuisce del 6%.
– esiste una correlazione positiva tra l’essere società di capitale e il ricorso a consulenti aziendali.
Dall’indagine emerge quindi in maniera abbastanza chiara che la tipologia di azienda che fa ricorso più frequente a servizi di consulenza è quella relativamente più grande (e avente la catalogazione giuridica di società di capitale). Questo risultato potrebbe quindi suggerire l’emersione di una potenziale domanda da parte della platea di imprese più piccole che, secondo la presente analisi statistica, al momento non richiedono detti servizi e che, sotto determinate condizioni, potrebbero invece beneficiarne.

Per quanto riguarda la conoscenza e l’utilizzo dei fondi europei, riscontriamo la stessa identica tendenza. Da un lato c’è una correlazione positiva tra l’essere società di capitale ed essere a conoscenza di queste opportunità, e dall’altro quanto più l’azienda è grande, tanto più elevata è la probabilità di essere familiari con tali strumenti (per ogni addetto in più, la probabilità sale del 2%).
Anche qui, quindi, la piccola impresa (e società di persone) sembra quella più penalizzata nella conoscenza delle opportunità di finanziamento europee. Quanto più l’impresa è piccola, tanto più bassa è la probabilità che abbia fatto ricorso in passato a opportunità di questo tipo.
5. Azienda e Lavoro.
Trovare personale è “estremamente difficile” dal 54% delle aziende e “piuttosto difficile” per un ulteriore 31%. Non ci può essere dubbio, quindi, che esista una mancanza di allineamento tra ciò che le strutture pubbliche producono in termini di formazione e ciò che le imprese si aspettano di trovare alla fine del processo di ricerca.

Inoltre, di nuovo, aziende basate su nuclei familiari, con relazioni interne fortemente personalizzate, altamente coese e legate ad un certo modo di lavorare che gli viene da una lunga esperienza condivisa, non saranno aziende da cui ci si possa aspettare una fluida e continua circolazione della forza lavoro. Troviamo quindi qui un altro motivo di difficoltà del sistema produttivo che potremmo chiamare una mancanza di sangue fresco in azienda: la forza lavoro non circola e quindi chi ha un posto tende a non muoversi per paura di non trovarne un altro, il che fa sì che le aziende abbiano enormi difficoltà a reclutare personale adatto.

Nel dettaglio, fra quelle 9 imprese su 10 che dichiarano difficoltà a reperire personale, oltre la metà lamentano la mancanza di esperienza tra i possibili dipendenti. Le rimanenti sono invece divise quasi ugualmente tra “mancanza di conoscenze tecniche di base” e “mancanza di capacità di apprendimento. Dal punto di vista delle imprese si avverte dunque una mancanza della capacità di creare un collegamento, un’unione tra domanda ed offerta di lavoro, quella che in altre parole si può chiamare la mancanza di una strategia di impiego.

6. Azienda e Mercati.
Quanto vendono le PI riminesi nei vari mercati? Non sorprende che la parte del leone la faccia il mercato provinciale con appena un po’ meno della metà delle vendite. Più inatteso è che nell’Emilia Romagna al di fuori di Rimini le PI vendano meno del 17% del totale del loro fatturato, mentre ben più di un quarto va ai mercati italiani fuori dalla regione. Esigua è invece la parte dell’UE o fuori dalla stessa, con il 10% esatto (ma concentrato in pochissimi settori, principalmente Meccanica ed in misura minore Cuoio, Tessile ed Abbigliamento). Diversa è la storia se contiamo le imprese che dichiarano vendite in ciascun mercato: circa due su tre vendono in provincia od in Italia fuori dalla regione, mentre la metà vendono in Emilia Romagna (escluso Rimini), una su quattro nell’UE ed una su 6 fuori dall’UE. Insomma, mettendo la questione nei termini più ridotti, la voglia di uscire c’è ed è evidente dalla proporzione di imprese che mandano una parte – bassa in genere – del loro prodotto in mercati anche lontani.

Alcuni settori vendono solo nel mercato italiano, sia esso provinciale, regionale o nazionale (Falegnameria, Carta, Editoria, Minerali non metallici), ma data la natura del prodotto questo può non essere particolarmente sorprendente. Più strano è invece che nessuna azienda dei settori Metallurgia o Macchine elettriche esca dal mercato nazionale. Uno solo (Gomma) vende solo in provincia. Sono tuttavia una minoranza – anche se di poco – i settori ristretti esclusivamente all’ambito provinciale, regionale o nazionale (7 su 16) anche se per alcuni degli altri le vendite fuori d’Italia sono del tutto irrisorie. Ma dove si vede una forte diversità di comportamento è se si classificano le aziende per natura giuridica. Qui, come sempre, la dicotomia è forte. Le società di persone sono nettamente più presenti (in termini di percentuali sia di vendite che di imprese) nei mercati provinciali e regionali, ma dal livello nazionale in su le posizioni si ribaltano anche drammaticamente. Sul mercato italiano fuori dall’Emilia Romagna, sono presenti l’85% delle società di capitale contro il 50% delle società di persone, nell’UE le proporzioni sono 46% a 15% e fuori dall’UE più di 30% e meno di 10%. Per le vendite, sebbene le percentuali siano più basse per entrambi i gruppi, la distribuzione mantiene lo stesso profilo.

Ancora più interessante è vedere quali sono i mercati in cui le diverse aziende desiderano entrare. Si tratta qui di una domanda posta solo alle aziende che non fossero già presenti in questi mercati, appunto per capire quali difficoltà esse incontrino. Risulta qui che circa un’azienda su 6 vorrebbe entrare nel mercato regionale, una su quattro in quello nazionale, una su 3 in quello dell’Unione ed una su 5 fuori dall’UE. La differenziazione fra settori è netta: alcuni (Carta, Gomma, Macchine elettriche) non sono interessati a penetrare nessun mercato al di fuori d’Italia, mentre altri come Tessili, Abbigliamento, Chimica e Meccanica, hanno una spiccata aspirazione ad entrare in nuovi mercati se non altro dell’UE.
Infine, come sempre, le società di capitali mostrano una maggiore apertura: a parte il mercato italiano fuori dall’Emilia Romagna, queste imprese desiderano entrare in nuovi mercati in proporzione nettamente maggiore che le società di persone.
Per il mercato regionale e nazionale, una maggioranza assoluta ha citato la carenza ed il costo di finanziamenti adatti quali freni ad un’espansione delle vendite fuori dal territorio. Per il mercato italiano al di fuori della regione, una parte consistente – quasi il 40% – ha anche lamentato la mancanza di contatti con agenti e distributori, mentre risulta intuitivamente inattesa la risposta di alcune aziende nel settore Prodotti in Metallo che affermano di non avere sufficienti informazioni sui gusti e normative dell’Emilia Romagna.

Se osserviamo ora mercati più lontani e gli ostacoli che vi si frappongono ad una presenza delle PI riminesi, l’immagine cambia in modo significativo. Una maggioranza assoluta dichiara di mancare di contatti con agenti o rappresentanti per poter iniziare a vendere nei mercati al di fuori d’Italia, mentre il problema del finanziamento passa nettamente in secondo piano (citato da circa il 30% delle aziende, anche se con forti variazioni settoriali).
I mercati di acquisto delle PI riminesi sono essenzialmente nazionali. Le PI riminesi si presentano quindi come punti di trasformazione di prodotti principalmente originari dal mercato nazionale con sbocco sul mercato locale. Quale che sia il loro status giuridico, una proporzione maggiore delle PI riminesi acquista forniture nel mercato nazionale di quante vi vendano i loro prodotti e la differenza è più alta per le società di persone che per quelle di capitale.
Ben poche aziende si dichiarano seriamente interessate ad incrementare i propri acquisti in nuovi mercati (mai più di una mezza dozzina, quale che sia il mercato. La mancanza di finanziamenti viene comunque citata come il motivo più importante per il quale non si può mettere in atto una penetrazione del mercato di riferimento per gli acquisti di forniture.

Ci sono vari modi di entrare in nuovi mercati, e finora ci siamo limitati a parlare di vendite ed acquisti. Ma non c’è motivo di escludere altre modalità di internazionalizzazione delle imprese, dall’apertura di filiali alla creazione di consorzi o da un investimento diretto in strutture produttive all’estero alle joint ventures. Tutte queste iniziative sono molto rare tra le aziende riminesi, e quando avvengono sono spesso fatte senza una vera ed approfondita preparazione sul campo, cioè quel processo di studio delle alternative possibili, incluse fonti di finanziamento sia nazionali che comunitarie, che inevitabilmente richiede tempo e risorse. Eppure le fonti di finanziamento per tali iniziative ci sono, ma è interessante notare che Rimini presenti il minor tasso in Italia di richieste di finanziamenti comunitari. Come è noto, sono state approvate da tempo svariate misure legislative per incoraggiare tali sbocchi internazionali delle piccole e medie aziende esportatrici (ad esempio, la legge 394/81 aggiornata nel 2006), ed al momento la CNA ha allo studio una convenzione che coinvolga la Provincia assieme ad istituzioni fuori dall’UE creare stabili canali di scambio di informazioni ed assistenze a cui le aziende possano ricorrere per beneficiare delle opportunità che si aprono soprattutto verso l’Est europeo.

7. Aziende e Settore Pubblico.
Oltre il 90% delle aziende intervistate dichiarano che le infrastrutture della provincia sono “adeguate” o “per lo più adeguate” alle loro necessità, e questo deve essere motivo di orgoglio per le amministrazioni responsabili. Tuttavia, è interessante in questo caso andare a vedere un po’ più da vicino chi sono gli insoddisfatti, quelle 7 aziende su 78 che esprimono un parere del tutto negativo e le 27 che ne manifestano una insoddisfazione parziale. Questo serve non a sminuire quello che è evidentemente una realtà territoriale funzionante, ma ad identificare i punti di tensione dove si stanno accumulando problemi che non potranno essere lasciati crescere fino ad ingolfare e danneggiare anche ciò che invece funziona.
Se delineiamo la distribuzione geografica delle risposte negative, abbiamo i seguenti risultati: delle 7 aziende completamente insoddisfatte delle infrastrutture locali 5 si trovano a Rimini ed una a Riccione.2 Tra le 27 parzialmente insoddisfatte, 9 sono localizzate a Rimini ed altre 2 a Riccione. Evidentemente le infrastrutture locali tra il capoluogo e Riccione soffrono di un problema di congestione, comprensibilmente visto che in questi comuni abita oltre il 60% della popolazione provinciale secondo il censimento del 2001. Chiunque conosca la realtà locale ben sa infatti a cosa si stanno riferendo queste aziende: il problema della congestione stradale del capoluogo. L’ingorgo di Rimini è sicuramente il problema centrale delle infrastrutture locali, e per quanto si stiano approntando progetti ed idee per risolverlo, quali la terza corsia, la complanare di Rimini ed il potenziamento della rete dei trasporti pubblici – non solamente su strada ma anche per ferrovia – rimane tuttavia chiaro che le tensioni generate dalla situazione attuale sono avvertite acutamente dalle aziende locali.
Le aziende di capitale hanno un maggior livello di soddisfazione rispetto alle infrastrutture di quelle di persone ed un minore livello di insoddisfazione totale. Non ci pare sia giustificabile leggere troppo in questa differenza, soprattutto considerato che sommando assieme quelle aziende che dichiarano le infrastrutture “adeguate” o “per lo più adeguate” abbiamo proporzioni abbastanza simili per i due tipi do società (intorno al 90%).
Risposte profondamente diverse emergono invece dal questionario quando si chiede alle aziende di esprimere un parere sul funzionamento della amministrazioni pubbliche nel loro complesso, senza distinguerne i vari gradi e settori di competenze. Qui un’azienda su tre esprime un parere decisamente negativo: le amministrazioni pubbliche sono “raramente in grado di rispondere alle necessità dell’azienda, così da comportare un aggravio di costi.” Un ulteriore 28% le descrive come “per lo più in grado di rispondere alle necessità dell’azienda con tempi e modalità ragionevoli ma soggette a problemi improvvisi”. Le risposte ottenute a Rimini sono sicuramente più favorevoli verso lo Stato di quello che non si ricaverebbe in altri luoghi, a testimonio di un buon livello di efficienza dimostrato dal personale pubblico che lavora localmente. Ma il problema si pone, e si pone a livello nazionale, con delle gravissime ricadute sulla competitività del paese intero. Non si tratta di un problema politico, si tratta del modo in cui lo Stato italiano da sempre si mette in relazione che la società italiana, a prescindere dalle specifiche amministrazioni e dai loro indubbi tentativi di riforma.

8. Un po’ di somme: superare le difficoltà del fare azienda a Rimini oggi.
Abbiamo iniziato questo rapporto parlando del difficile amalgama che è il fare azienda, amalgama in cui entrano elementi che sono solo parzialmente (o comunque in misura variabile) sotto il controllo degli imprenditori. Ci siamo soffermati a lungo su quello che avviene quando questo o quell’elemento difetta nell’amalgama dell’azienda, ciò che abbiamo chiamato i “vincoli” imposti da problemi collettivi non completamente risolti. E’ proprio da questi vincoli che nasce il modo specifico dell’essere impresa a Rimini in questo inizio di secolo: imprese familiari che soffrono di notevoli difficoltà nei loro rapporti con il mercato del lavoro e quello del credito, sono legate ancora a mercati di vendita probabilmente non più dinamicissimi ma non sanno come spostarsi verso altri bacini, sono tecnicamente di buon livello ma non riescono bene ad integrare nuovi processi in azienda ed hanno un rapporto piuttosto spigoloso con certi livelli dell’amministrazione pubblica. Abbiamo visto che ciascuno di questi punti in cui l’amalgama non ottiene le proporzioni desiderabili influenza gli altri, cosi che comportamenti che se visti da soli parrebbero dubbi si rivelano in realtà essere il risultato di squilibri verificatisi altrove.
Le piccole imprese che hanno cambiato l’Italia hanno ora un compito quasi altrettanto difficile: cambiare se stesse. Sarebbe un compito impossibile se intrapreso da sole. Ma in queste circostanze si stanno creando le strutture per accompagnarle nel tragitto. Usare queste strutture al meglio, per il vantaggio di tutti, dipende da loro”.

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