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Povertà: per Centro Studi il rischio é alto. L’ass. Vitali su rapporto Caritas

Provincia

31 maggio 2007, 16:40

in foto: Dopo il rapporto della Caritas che ieri aveva evidenziato come siano sempre più le famiglie riminesi costrette a chiedere aiuti economici, oggi arriva la conferma anche dal Centro Studi Sintesi di Venezia.

Una ricerca tra i 106 comuni capoluogo di provincia pone infatti Rimini al primo posto per rischio povertà, in quanto circa il 26,9% dei contribuenti presenta un reddito inferiore alla soglia di povertà locale di 9.893 euro annui. Il reddito medio è inferiore di circa quattro mila euro alla media nazionale (24.103 euro), con una forte presenza di redditi inferiori ai 10 mila euro (il 18,3% dei contribuenti, quando la media italiana è il 13%) ed un livello elevato di spesa per consumi che fa innalzare la soglia di povertà oltre il riferimento medio generale. La ricerca evidenzia però come influisca sulla situazione riminese il peso dell’economia turistica e la presenza di molti impiegati in lavori stagionali, con redditi tendenzialmente più bassi. Rimini precede nella classifica Verbania, Massa e Cesena (che vede a rischio povertà il 21,7% dei contribuenti).

A commento del rapporto Caritas, pubblichiamo un intervento dell’Assessore alla Protezione Sociale del Comune di Rimini Stefano Vitali.

LA NUOVA VULNERABILITA’ SOCIALE

Colgo l’occasione dell’illustrazione, avvenuta ieri, dei dati dell’Osservatorio Caritas, per proporre alcune riflessioni in merito al fenomeno delle nuove povertà.
Si tratta di un problema che l’Amministrazione Comunale di Rimini sta da tempo monitorando, cercando di capire quali siano le dinamiche che lo caratterizzano. Proprio l’anno scorso si è avviata una collaborazione tra il Comune e l’Università di Bologna, culminata nella pubblicazione della ricerca:”Traiettorie di nuove povertà e vulnerabilità sociale nel territorio riminese: tendenze, peculiarità e forme di contrasto ” a cura di Antonio Maturo e di Costantino Cipolla, Presidente del corso di laurea in Sociologia della salute e degli stili di vita.
Da essa emerge che, mentre un tempo non lontano la povertà era associata unicamente al reddito (i poveri erano più che altro disoccupati o emarginati), oggi appaiono condizioni di debolezza e fragilità inedite, difficilmente etichettabili attraverso parametri meramente economici (come le famose “soglie di povertà”).
Sembra più indicato utilizzare allora il concetto di “vulnerabilità”, che meglio sottolinea come i soggetti appaiono esposti, in modo molto più drammatico anche di pochi anni fa, a eventi critici che possono avere conseguenze gravi e di lunga durata. La vulnerabilità va quindi intesa come un processo, una situazione dinamica caratterizzata da momenti di minore integrazione sociale e di difficile accesso a risorse materiali e immateriali.
Le nuove povertà si caratterizzano perché non coinvolgono solo l’aspetto economico, ma anche quello delle relazioni sociali, del supporto familiare, del patrimonio formativo, della vicinanza all’informazione.
Questa è seconda me la riflessione principale da compiere. Ci troviamo di fronte a nuovi bisogni, inediti, che ci obbligano a ripensare il modo stesso di offrire risposte e servizi a questa fascia sempre più ampia di cittadini.
Se in passato erano sufficienti contributi economici, oggi è necessario implementare attività e servizi di prevenzione che portino ad una graduale inclusione nel circuito sociale dei soggetti, agendo dove possibile sul potenziamento delle reti di supporto familiare e parentale.
Come scritto nelle conclusioni del nostro report: “le famiglie hanno la potenzialità di attutire eventi avversi. Famiglie e reti sociali sono fonte di supporto emotivo, cognitivo e pratico; permettono di risparmiare denaro, ricevere informazioni gratuite, evitare di comprare alcuni beni e servizi o comunque dividerne il costo e l’utilizzo, ricevere benessere emotivo. Tutto ciò inoltre porta ad una migliore autostima con conseguente possibilità di affrontare meglio i problemi”.
È vero, il contributo economico rimane comunque uno strumento importante.
In questi anni abbiamo, come Comune di Rimini, aumentato costantemente l’impegno economico a supporto di cittadini e famiglie coinvolti in queste dinamiche di impoverimento. Basti pensare che, mentre nel 2000, le domande pervenute per il contributo affitto erano state 800, nel 2006 sono arrivate a ben 1880! Mentre nel 2001 c’erano meno di 900 domande per concorrere all’assegnazione di una casa popolare, oggi si aggirano intorno alle 1700! Nell’anno 2006 abbiamo dato contributi economici a vario titolo a più di 1800 famiglie riminesi per un importo di oltre 2 milioni e 800 mila euro.Hanno usufruito di benefici o agevolazioni economiche (tariffa igiene ambientale, assegno nucleo famigliare numeroso) oltre 2000 famiglie per altri 550.000 euro.
La mia preoccupazione, però, è che ciò che incide in maniera drammatica sulla vita di queste persone è la solitudine, la mancanza spesso di una rete familiare di supporto, la carenza di opportunità e la progressiva emarginazione dal vivere sociale.
È per questo che il lavoro di Associazioni come la “Caritas” è sempre più indispensabile. Essa infatti, oltre a dare risposte concrete e quotidiane a chi ha bisogno, rappresenta anche simbolicamente un luogo di ascolto, di sostegno emotivo, di condivisione.
Per questo va alla “Caritas” la mia stima e il mio più profondo ringraziamento per il lavoro che svolge ogni giorno, con abnegazione, passione, professionalità e, soprattutto, vicinanza e amore per il prossimo.

Stefano Vitali

Assessore alla Protezione Sociale del Comune di Rimini

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